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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII
AL POPOLO ROMANO*

Domenica di Pasqua, 28 marzo 1948

 

Romani! Diletti figli e figlie!

La solennità della Risurrezione del Signore vi ha più volte offerto l'occasione di adunarvi qui in pacifica schiera nella maestosa cornice di questo grandioso colonnato, le cui braccia sono aperte ad accogliere quanti muovono verso la Chiesa e verso Pietro.

La benedizione pasquale Urbi et Orbi, che siete venuti a ricevere, richiede da ognuno di voi una franca, lieta e pubblica professione della fede ereditata dai vostri padri, d'incrollabile fedeltà alla Santa Chiesa, d'indissolubile unità di pensiero e di azione col Custode delle Somme Chiavi, a lui affidate dal divino Fondatore e Signore della Chiesa.

In quest'anno di ansie e di pericoli, in questo momento nunzio di eventi mondiali forse definitivi o irreparabili, su questa moltitudine di Roma credente si posa quasi un'ombra di gravità singolare, un sacro senso di aspettazione, uno spirito potente che, come intimo fuoco, scuote tutte le menti e tutti i cuori.

Chi non è cieco, vede, chi non è spiritualmente intorpidito, sente: Roma, la genitrice, l'annunziatrice, la tutrice di civiltà e di eterni valori di vita, questa Roma, che già il suo più grande storico chiamò, quasi per divino istinto, « caput orbis terrarum » (Titi Livii ab Urbe condita lib. I, n. XVI), e il cui destino è un mistero che si volge nei secoli; questa Roma si trova ora dinanzi, o per meglio dire, in mezzo a una svolta dei tempi, che richiede nel Capo e nei membri della Cristianità somma vigilanza, instancabile prontezza, incondizionata azione.

Vigilate et orate (Matth. 26, 41): vegliate e pregate! Cosi il Signore ammoniva i suoi discepoli alla vigilia della sua Passione.

Vigilate et orate: vegliate e pregate! è il grido che in nome del Redentore risorto Noi indirizziamo a voi, ai vostri e Nostri concittadini, a tutti i fedeli del mondo.

La grande ora della coscienza cristiana è sonata.

O questa coscienza si desta a una piena e virile consapevolezza della sua missione di aiuto e di salvezza per una umanità pericolante nella sua compagine spirituale; e allora è la salute, è l'avvenimento della formale promessa del Redentore: « Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo » (Io. 16, 33).

Ovvero (che a Dio non piaccia) questa coscienza non si sveglia che a metà, non si dà coraggiosamente a Cristo, e allora il verdetto, terribile verdetto! di Lui, non è meno formale: « Chi non è con me, è contro di me » (Matth. 12, 30).

Voi, diletti figli e figlie, ben comprendete che cosa un tale bivio significa e contiene in sè per Roma, per l'Italia, per il mondo.

Nella vostra coscienza, destatasi a tale piena consapevolezza della sua responsabilità, non vi è posto per una cieca credulità verso coloro, che dapprima abbondano in affermazioni di rispetto alla religione, ma poi, pur troppo, si svelano negatori di ciò che vi è di più sacro.

Nella vostra coscienza non vi è posto per la pusillanimità, la comodità, la irresolutezza di quanti in questa ora cruciale credono di poter servire due padroni.

La vostra coscienza sa che l'attuazione della giustizia sociale e della pace fra le nazioni non potrà essere mai conseguita e assicurata, se si chiudono gli occhi al « lume di Cristo » e si aprono invece gli orecchi alla erronea parola di agitatori che nella negazione di Cristo e di Dio pongono la pietra angolare e il labile fondamento dell'opera loro.

Romani!

La Chiesa di Roma, che è per voi in senso anche più stretto la vostra Madre, è fatta ai giorni nostri pubblicamente segno ai più ingiusti attacchi. Come Cristo è stato posto « in signum cui contradicetur » (Luc. 2, 34), come Egli è stato calunniato, coperto di vituperi e di fango, così da avversari accecati dalla passione nessun oltraggio è risparmiato alla Chiesa. Invano, in questa stessa Urbe, centro della Cristianità, essa ha moltiplicato i suoi benefici; invano, in circostanze d'imminente pericolo, ha salvato, accolto, ospitato perseguitati di ogni categoria, anche fra i suoi più fieri nemici; invano, in tempi di tirannica oppressione, ha affermato e sostenuto la dignità, i diritti della persona umana e la giusta libertà dei popoli; invano, quando la minaccia della fame gravava su questa Città eterna, ha provveduto alla sua alimentazione; invano, fedele interprete dei comandamenti di Cristo, ha levato la sua voce contro i danni della immoralità dilagante, che conduce il popolo al decadimento e alla rovina. La si accusa di essere « reazionaria » e fautrice delle dottrine, che essa ha condannate; le si rimprovera di depauperare e immiserire il popolo, che essa ha largamente soccorso e continua a soccorrere, massime coi provvidenziali aiuti che la carità del mondo cattolico, docile alle sue ripetute e calde suppliche, le fornisce; le si rinfaccia di tradire la dottrina di Cristo, suo Sposo divino, che essa non si stanca di annunziare, di difendere e di attuare; le si imputano, amplificandole e generalizzandole, le colpe di qualche suo membro degenere, che essa per prima deplora, riprova e severamente punisce. Ma, pur costretta com'è a respingere e a confutare tante inique accuse per l'onore del nome di Cristo, per la integrità della sua dottrina, per la tutela di tante anime semplici o incaute, di cui quelle calunniose ingiurie potrebbero far vacillare la fede, essa ama anche i suoi detrattori, che pur sono suoi figli, e tutti invita, come Noi ora tutti v'invitiamo, o popolo di Roma, o popolo d'Italia, o popoli del mondo, alla unione, alla concordia, all'amore, ai pensieri e ai disegni di pace.

Che la grazia dell'Onnipotente Iddio, la protezione della purissima Vergine Maria, Madre del divino amore e « Salus populi romani », riposino su di voi, mentre Noi con effusione di cuore impartiamo a tutti, presenti e lontani, la Nostra paterna Apostolica Benedizione.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, X,
 Decimo anno di Pontificato, 2 marzo 1948 - 1° marzo 1949, pp. 31 - 33
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 



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