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EPISTOLA
UBI PRIMUM
DEL PAPA BENEDETTO XV
AL CARDINALE MICHELE LOGUE,
ARCIVESCOVO DI ARMACHA,
SULLA CESSAZIONE DELLE OSTILITÀ
IN IRLANDA

 

Diletto Figlio Nostro,
salute e Apostolica Benedizione.

Era appena scoppiata la guerra in Europa, quando, per arcana volontà di Dio, fummo elevati a questa Cattedra di Pietro. Tu non ignori che Noi, con estrema energia e con la coscienza di adempiere ad un dovere apostolico, Ci siamo dedicati ad alleviare, nei limiti del possibile, gli enormi ed innumerevoli mali prodotti da un così atroce conflitto e a ristabilire infine la pace tra gli uomini. Pur non avendo lasciato nulla di intentato per ristabilire la pace, Ci rattrista il fatto che le Nostre esortazioni più di una volta sono risultate vane. Ora, come già spesso abbiamo detto, le Nazioni non potranno mai godere di una durevole pace né all’interno né all’esterno, se non ritorneranno ai princìpi cristiani che esse abbandonarono e che la Chiesa ha tramandato con il suo magistero. Intanto, siamo profondamente afflitti quando pensiamo che molti popoli sono ancora schiacciati da quella mole di miserie che sono derivate dalla guerra. Sebbene le armi quasi ovunque tacciano, tuttavia per la estrema penuria di beni essenziali alla vita periscono molte persone di ogni sesso ed età, assolutamente innocenti; dappertutto anche nelle Nazioni che uscirono vittoriose dalla guerra, appaiono sintomi di inquietudine e di ansietà che invitano ogni persona avveduta a temere gli eventi futuri. Tuttavia Ci sentiamo un poco rassicurati in quanto abbiamo potuto soccorrere la povertà dei popoli più duramente provati grazie alle oblazioni a Noi pervenute da ogni parte.

Ma mentre siamo angosciati per quasi tutte le genti, ancor più Ci preoccupiamo, diletto Figlio Nostro, per la situazione dell’Irlanda la quale, tenacemente fedele alla religione avita e alla devozione verso la Sede Apostolica fino al sacrificio del sangue, soffre oggi l’offesa di distruzioni e di stragi. E non vi è certo da dubitare che simili crudeli eventi non siano da attribuire in gran parte alla recente guerra e al fatto che non è stato compiuto abbastanza per assecondare le richieste dei popoli, né si raccolsero i frutti della pace che i popoli si erano ripromessi. D’altra parte nella pubblica contesa che presso di voi si è scatenata, la Sede Apostolica, come in altri casi del genere, ha deciso di conservare la neutralità e così si comportò costantemente prima d’ora, secondo prudenza; tuttavia, pur seguendo tale regola, per nulla Ci esimiamo dall’augurarCi e dal desiderare (e in tal senso imploriamo e scongiuriamo le parti avverse) che quanto prima si plachi il furore di codesto conflitto, e che una stabile e sincera pace degli animi succeda ad una così grande esplosione di odio. Infatti non riusciamo a comprendere quanto possa giovare all’una o all’altra parte l’asperrima contesa, dal momento che proprietà e campi sono devastati nel più feroce e turpe dei modi, sono incendiati villaggi e campagne, si infierisce sui luoghi e sugli uomini e da ambo i lati si combatte per uccidere spesso gente inerme, donne e fanciulli.

Noi dunque, memori del dovere apostolico e mossi da quella carità che abbraccia tutte le genti, esortiamo gl’Inglesi e gl’Irlandesi perché vogliano esaminare, con spirito di giustizia, se non sia giunto il tempo di desistere dall’usare la forza e di trattare per qualche accordo. In questa situazione riteniamo che sarebbe bene che si mettesse in pratica quanto hanno recentemente suggerito uomini insigni, assai esperti di cose politiche: cioè che la questione sia deferita, per essere discussa, ad un Consiglio di uomini scelto da tutto il popolo Irlandese; dopo che il Consiglio avrà fatto conoscere il suo parere, si riuniscano gli uomini più autorevoli di entrambe le parti i quali, dopo aver esposto le rispettive opinioni, definiscano di comune accordo una proposta che dirima la questione con sincero spirito di riconciliazione e di pace.

Frattanto, con grande e intima gioia abbiamo saputo che tu, diletto Figlio Nostro, sospinto da impulsi di quella carità che non ammette indugi e che prescrive (rimosso ogni discrimine tra le parti e le opinioni) di portare aiuto ai sofferenti e ai poveri, hai provveduto a costituire e a promuovere un’Associazione, che prende il nome di Croce Bianca, che ha lo scopo di raccogliere oblazioni a sollievo di coloro che sono stati ridotti in miseria dalle devastazioni e dalle violente sommosse. E siamo altrettanto lieti che molte altre persone, anche se dissidenti in materia di religione e di politica, si siano con te associate in questa splendida congiura d’amore, e che un gran numero di uomini generosi, anche di altre nazioni e non solo d’Irlanda, hanno accolto con mirabile entusiasmo il vostro comune appello. Per essi e per ogni altro che a questa santissima opera di carità ha concorso con i propri mezzi o ha raccolto danaro, Noi, chiedendo al Signore ogni cosa buona, per testimoniare la Nostra paterna volontà verso i tuoi compatrioti tanto infelici, vogliamo che a te, diletto Figlio Nostro, siano inviate duecentomila lire italiane che confidiamo possano recare qualche sollievo alle loro angustie.

Levati gli occhi al cielo, imploriamo, gemendo, Dio onnipotente, che non lascia mai senza conforto le lacrime dei suoi figli sventurati, affinché risplenda finalmente per voi la pace più sicura. Auspice di essa e come testimonianza della Nostra paterna carità, a te, diletto figlio Nostro, e a tutto il gregge a te affidato impartiamo con grande affetto la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 27 aprile 1921, nel settimo anno del Nostro Pontificato.

 

BENEDICTUS PP. XV


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