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PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

No al «lavoro schiavo»

Mercoledì, 1° maggio 2013

 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 101, Giov. - Ven. 02-03/05/2013)

 

Prima di tutto l’uomo e la sua dignità. Lo ha ribadito Papa Francesco nell’omelia della messa presieduta mercoledì mattina, 1° maggio, nella cappella della Domus Sanctae Marthae. Alla celebrazione hanno partecipato, tra gli altri, un gruppo di minori, adolescenti e ragazze madri ospiti del centro di solidarietà «Il Ponte» di Civitavecchia, accompagnati da don Egidio Smacchia, e monsignor S?awomir Oder, postulatore della causa di canonizzazione di Giovanni Paolo II, con Michèle Smits, della stessa postulazione. Tra i concelebranti anche monsignor Luigi Marrucci, vescovo di Civitavecchia-Tarquinia.

Il Pontefice, cogliendo l’occasione della celebrazione della festa di san Giuseppe lavoratore, ha dedicato la sua riflessione al tema del lavoro. Lo spunto è stato offerto dalle letture del giorno, la prima tratta dal libro della Genesi (1, 26-2, 3) e la seconda dal vangelo di Matteo (13, 54-58), che propongono il Dio creatore, «il quale ha lavorato per creare il mondo», e la figura di san Giuseppe, il falegname «padre adottivo di Gesù» e dal quale «Gesù ha imparato a lavorare».

«Oggi — ha detto — benediciamo san Giuseppe come lavoratore: ma questo ricordo di san Giuseppe lavoratore ci rimanda a Dio lavoratore, a Gesù lavoratore. E questo del lavoro è un tema molto, molto, molto evangelico. “Signore — dice Adamo — col lavoro guadagnerò da vivere”. Ma è di più. Perché questa prima icona di Dio lavoratore ci dice che il lavoro è qualcosa di più che guadagnarsi il pane: il lavoro ci dà la dignità! Chi lavora è degno, ha una dignità speciale, una dignità di persona: l’uomo e la donna che lavorano sono degni».

Chi non lavora, dunque, non ha questa dignità. Ma ci sono tante persone «che vogliono lavorare e non possono». E questo «è un peso per la nostra coscienza, perché quando la società è organizzata in tal modo» e «non tutti hanno la possibilità di lavorare, di essere “unti” dalla dignità del lavoro, quella società non va bene: non è giusta! Va contro lo stesso Dio, che ha voluto che la nostra dignità incominci di qua».

«Anche Gesù — ha proseguito il Pontefice — sulla terra ha lavorato tanto, nella bottega di san Giuseppe. Ma ha lavorato anche fino alla Croce. Ha fatto quello che il Padre gli aveva comandato di fare. Io penso oggi a tante persone che lavorano e portano questa dignità... Ringraziamo il Signore! E siamo consci che la dignità non ce la dà il potere, il denaro, la cultura, no!... La dignità ce la dà il lavoro», anche se la società non consente a tutti di lavorare.

Il Papa si è poi riferito a quei sistemi sociali, politici ed economici che in diverse parti del mondo hanno basato la loro organizzazione sullo sfruttamento. Hanno scelto, cioè, di «non pagare il giusto» e di cercare di ottenere il massimo profitto a ogni costo, approfittando del lavoro degli altri, senza peraltro preoccuparsi minimamente della loro dignità. Questo «va contro Dio!» ha esclamato riferendosi alla drammaticità di situazioni che si ripetono nel mondo e della cui denuncia — ha detto — «tante volte abbiamo letto sull’Osservatore Romano». In proposito il Santo Padre ha citato il titolo di un articolo apparso sulla prima pagina dell’edizione di domenica 28 aprile e dedicato al crollo di una fabbrica a Dacca, dove sono morti centinaia di operai che lavoravano in condizioni di sfruttamento e di mancanza di sicurezza: «Un titolo — ha commentato — che mi ha colpito tanto il giorno della tragedia del Bangaldesh: “Come morire per 38 euro al mese”». E «questo — è stata l’esplicita denuncia del Pontefice — è “lavoro schiavo”», che sfrutta «il dono più bello che Dio ha dato all’uomo: la capacità di creare, di lavorare, di farne la propria dignità. Quanti fratelli e sorelle nel mondo sono in questa situazione per colpa di questi atteggiamenti economici, sociali, politici!».

Il Papa ha poi attinto ai tesori della sapienza ebraica per sottolineare come la dignità della persona umana sia un valore universalmente riconosciuto e dunque da proteggere e conservare. «Ricordo — ha detto — un bel racconto ebraico medievale. Un rabbino parlava ai suoi fedeli della costruzione della torre di Babele. In quel tempo si costruiva con il mattone. Ma per fabbricare il mattone, per fare il mattone ci voleva tanto, no?: prendere la terra, fare il fango, prendere la paglia, cuocerlo. E un mattone era una cosa preziosa. Portavano ogni mattone fin su in alto, per costruire la torre di Babele. Quando un mattone, per sbaglio, cadeva, era un problema tremendo, uno scandalo: “Ma guarda cosa hai fatto!”. Ma se cadeva uno di quelli che facevano la torre dicevano solo “riposi in pace!” e lo lasciamo tranquillo. Era più importante il mattone che la persona! Questo raccontava quel rabbino del medioevo e questo succede adesso! Le persone sono meno importanti delle cose che danno profitto a quelli che hanno il potere politico, sociale, economico». Siamo arrivati al punto che non siamo consapevoli «di questa dignità della persona; di questa dignità del lavoro. Ma oggi la figura di san Giuseppe, di Gesù, di Dio che lavorano ci insegnano la strada per andare verso la dignità».

Concludendo Papa Francesco ha esortato a chiedere «a San Giuseppe la grazia di essere consci che soltanto nel lavoro abbiamo dignità». E ha suggerito l’atteggiamento da tenere nei confronti di quanti non hanno lavoro: non dire «chi non lavora, non mangia», ma «chi non lavora, ha perso la dignità!»; e quando ci si trova davanti a chi «non lavora perché non trova la possibilità di lavorare», dire: «la società ha spogliato questa persona di dignità!».

 



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