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PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Nostalgia di casa

Giovedì, 1° ottobre 2015

 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.224, 02/10/2015)

È «la nostalgia di Dio» che ci porta a trovare in lui la nostra vera «identità». Forte di questa consapevolezza, maturata anche attraverso la storia del popolo di Israele, il Papa ha invitato a guardare dentro se stessi proprio per non far spegnere mai nel cuore quella «nostalgia».

Nella messa celebrata giovedì 1° ottobre, memoria di santa Teresa di Gesù Bambino, nella cappella della Casa Santa Marta, il Papa si è riferito alla prima lettura, tratta dal libro di Neemia (8, 1-4.5-6.7-12), per ricordare che il testo costituisce «il finale di una lunga storia, di decenni, di anni di storia: il popolo di Israele era stato deportato a Babilonia, era lontano da Gerusalemme, e da anni, decine di anni, viveva lì». E «tanti, tanti di loro si abituarono a quella vita e quasi dimenticavano la loro patria». Ma «c’era qualcosa dentro che sempre li faceva ricordare, e quando veniva quel momento di ricordo, pregavano con le parole del salmo: “Mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo”».

Tuttavia, ha proseguito Francesco, «era un ricordo impossibile, lontano, un passato che non sarebbe tornato mai». Fino a quando «Neemia, un israelita molto vicino al re, riuscì ad avere il permesso di tornare a Gerusalemme per rifarla, perché era tutta rovinata, tutta in rovine». Così «incomincia quella storia di anni di ritorno a Gerusalemme».

«È una storia difficile — ha affermato il Pontefice — perché dovevano portare i legni, poi trovare le pietre per fare i muri ma, anche lì, c’erano alcuni che non volevano e distruggevano i muri nuovi». E dunque coloro «che volevano ricostruire la città facevano la veglia durante la notte per custodire i muri: e così è andata». Poi, ha proseguito il Papa ripercorrendo la pagina biblica, «hanno distrutto gli altari agli idoli e hanno fatto l’altare di Dio, il tempio, lentamente». Infatti «non è stata cosa di un giorno, ma cosa di anni». E «alla fine arriva questo giorno che abbiamo sentito oggi: loro hanno trovato la Legge, il libro della Legge».

Proprio «Neemia chiede allo scriba Esdra di leggerlo davanti al popolo, tutto il popolo, davanti a loro nella piazza». E dunque «lo scriba Esdra, aiutato da altri scribi, leggeva la Legge e quel popolo incominciò a sentire che quel ricordo che aveva era vero, quel ricordo che li tratteneva dal cantare i canti di Gerusalemme quando erano deportati: “Ma come canteremo i canti noi in terra straniera?”». Quel popolo, ha spiegato Francesco, «ha sentito quello che tanto elegantemente dice il salmo: “Quando il Signore ristabilì la sorte di Gerusalemme, la nostra bocca si riempì di sorriso”». È davvero «un popolo felice».

Il Papa ha indicato un fatto «curioso»: il popolo di Israele «era gioioso ma piangeva, e sentiva la parola di Dio; aveva gioia, ma anche pianto, tutto insieme». Come si spiega questo? «Semplicemente — ha detto — questo popolo non soltanto aveva trovato la sua città, la città dov’era nato, la città di Dio: questo popolo al sentire la Legge, trovò la sua identità, e per questo era gioioso e piangeva». Tanto che Neemia e i leviti, insieme, esortavano la gente con queste parole: «Questo giorno è consacrato al Signore vostro Dio, non piangete, non fate lutto». Infatti, ha ricordato il Papa, davvero «tutto il popolo piangeva mentre ascoltava le parole della Legge: ma piangeva di gioia, piangeva perché aveva incontrato la sua identità, aveva ritrovato quell’identità che con gli anni di deportazione un po’ si era persa».

Per il popolo di Israele è stato «un lungo cammino». Così Neemia raccomanda: «Non vi rattristate perché la gioia del Signore è la vostra forza». È «la gioia che dà il Signore quando troviamo la nostra identità». Però «la nostra identità si perde nel cammino, si perde in tante deportazioni o auto-deportazioni nostre, quando facciamo un nido qua, un nido là, un nido... e non nella casa del Signore». Ecco, allora, l’importanza di «trovare la propria identità».

La questione posta da Francesco, dunque, è come fare per trovare la propria identità. «C’è un filo che ti porta lì: c’è la nostalgia, la nostalgia della tua casa». Tanto che «quando tu hai perso quello che era tuo, la tua casa, quello che era proprio tuo, ti viene questa nostalgia e questa nostalgia ti porta di nuovo a casa tua». È stato proprio così anche per il popolo di Israele, che «con questa nostalgia ha sentito che era felice e piangeva di felicità per questo, perché la nostalgia della propria identità lo aveva portato a trovarla: una grazia di Dio».

Suggerendo un esame di coscienza, Francesco ha proposto questa riflessione: «Se noi, per esempio, siamo pieni di cibo, non abbiamo fame; se noi siamo comodi, tranquilli dove stiamo, non abbiamo bisogno di andare altrove. E io mi domando, e sarebbe bene che tutti noi ci domandassimo oggi: sono tranquillo, contento, non ho bisogno di niente — spiritualmente, parlo — nel mio cuore? La mia nostalgia si è spenta?».

Il Pontefice ha invitato nuovamente a guardare il popolo «felice che piangeva e era gioioso: un cuore che non ha nostalgia, non conosce la gioia». E «la gioia, proprio, è la nostra forza: la gioia di Dio». Perché «un cuore che non sa cosa sia la nostalgia non può fare festa, e tutto questo cammino che è incominciato da anni finisce in una festa».

Il passo del libro di Neemia si conclude con l’immagine di tutto il popolo che «andò a mangiare, a bere, a mandare porzioni e a esultare con grande gioia, perché avevano compreso le parole che erano state loro proclamate». Avevano trovato, insomma, «quello che la nostalgia gli faceva sentire» per «andare avanti». In conclusione il Papa ha insistito perché tutti ci si chieda «come è la nostra nostalgia di Dio: siamo contenti, stiamo felici così o tutti i giorni abbiamo questo desiderio di andare avanti?». E nella preghiera ha domandato «che il Signore ci dia questa grazia: mai, mai, mai, si spenga nel nostro cuore la nostalgia di Dio».

 



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