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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
A PANAMA IN OCCASIONE DELLA
XXXIV GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
(23-28 GENNAIO 2019)

SANTA MESSA CON LA DEDICAZIONE DELL’ALTARE DELLA CATTEDRALE BASILICA DI
SANTA MARIA LA ANTIGUA CON SACERDOTI, CONSACRATI E MOVIMENTI LAICALI

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cattedrale di S. Maria la Antigua (Panama)
Sabato, 26 gennaio 2019

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Prima di tutto voglio congratularmi col Signor Arcivescovo, che per la prima volta, dopo quasi sette anni, ha potuto incontrare la sua sposa, questa chiesa, vedova provvisoria per tutto questo tempo. E congratularmi con la vedova, che oggi cessa di essere vedova, incontrando il suo sposo. Voglio anche ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile questo, le autorità e tutto il popolo di Dio, per tutto quello che hanno fatto perché il Signor Arcivescovo potesse incontrarsi con il suo popolo, non in una casa prestata, ma nella sua casa. Grazie!

Nel programma era previsto che questa cerimonia, per il tempo limitato, avesse due significati: la consacrazione dell’altare e l’incontro con sacerdoti, religiose, religiosi e laici consacrati. Perciò, quello che dirò sarà un po’ in questa linea, pensando ai sacerdoti, alle religiose, ai religiosi e ai laici consacrati, soprattutto a quelli che lavorano in questa Chiesa particolare.

«Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: “Dammi da bere”» (Gv 4,6-7).

Il vangelo che abbiamo ascoltato non esita a presentarci Gesù stanco di camminare. A mezzogiorno, quando il sole si fa sentire con tutta la sua forza e potenza, lo troviamo presso il pozzo. Aveva bisogno di placare e saziare la sete, ristorare i suoi passi, recuperare le forze per poter continuare la sua missione.

I discepoli hanno vissuto in prima persona quello che significava la dedizione e la disponibilità del Signore per portare la Buona Notizia ai poveri, fasciare i cuori feriti, proclamare la liberazione ai prigionieri e la libertà ai prigionieri, consolare chi si trovava nel dolore, proclamare l’anno di grazia per tutti (cfr Is 61,1-3). Sono tutte situazioni che ti prendono la vita, ti prendono l’energia; e “non hanno risparmiato” nel regalarci tanti momenti importanti nella vita del Maestro, dove anche la nostra umanità possa incontrare una parola di Vita.

Affaticato per il viaggio

È relativamente facile per la nostra immaginazione, ossessionata dall’efficienza, contemplare ed entrare in comunione con l’attività del Signore, ma non sempre sappiamo o possiamo contemplare e accompagnare le “fatiche del Signore”, come se questa non fosse cosa di Dio. Il Signore si è affaticato, e in questa fatica trovano posto tante stanchezze dei nostri popoli e della nostra gente, delle nostre comunità e di tutti quelli che sono affaticati e oppressi (cfr Mt 11,28).

Le cause e i motivi che possono provocare la fatica del cammino in noi sacerdoti, consacrati e consacrate, membri dei movimenti laicali, sono molteplici: dalle lunghe ore di lavoro che lasciano poco tempo per mangiare, riposare, pregare e stare in famiglia, fino a “tossiche” condizioni lavorative e affettive che portano allo sfinimento e logorano il cuore; dalla semplice e quotidiana dedizione fino al peso rutinario di chi non trova il gusto, il riconoscimento o il sostegno per far fronte alle necessità di ogni giorno; dalle abituali e prevedibili situazioni complicate fino alle stressanti e angustianti ore di tensione. Tutta una gamma di pesi da sopportare.

Sarebbe impossibile cercare di abbracciare tutte le situazioni che sgretolano la vita dei consacrati, ma in tutte sentiamo la necessità urgente di trovare un pozzo che possa placare e saziare la sete e la stanchezza del cammino. Tutte invocano, come un grido silenzioso, un pozzo da cui ripartire.

Da un po’ di tempo a questa parte non sono poche le volte in cui pare essersi installata nelle nostre comunità una sottile specie di stanchezza, che non ha niente a che vedere con quella del Signore. E qui dobbiamo fare attenzione. Si tratta di una tentazione che potremmo chiamare la stanchezza della speranza. Quella stanchezza che nasce quando – come nel Vangelo – i raggi del sole cadono a piombo e rendono le ore insopportabili, e lo fanno con un’intensità tale da non permettere di avanzare o di guardare avanti. Come se tutto diventasse confuso. Non mi riferisco qui alla «particolare fatica del cuore» (S. Giovanni Paolo II, Enc. Redemptoris Mater, 17; cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 287) di chi, “a pezzi” per il lavoro, alla fine della giornata riesce a mostrare un sorriso sereno e grato; ma a quell’altra stanchezza, quella che nasce di fronte al futuro quando la realtà “prende a schiaffi” e mette in dubbio le forze, le risorse e la praticabilità della missione in questo mondo che tanto cambia e mette in discussione.

È una stanchezza paralizzante. Nasce dal guardare avanti e non sapere come reagire di fronte all’intensità e all’incertezza dei cambiamenti che come società stiamo attraversando. Questi cambiamenti sembrerebbero non solo mettere in discussione le nostre modalità di espressione e di impegno, le nostre abitudini e i nostri atteggiamenti di fronte alla realtà, ma porre in dubbio, in molti casi, la praticabilità stessa della vita religiosa nel mondo di oggi. E anche la velocità di questi cambiamenti può portare a immobilizzare ogni scelta e opinione, e ciò che poteva essere significativo e importante in altri tempi, sembra non avere più spazio.

Sorelle e fratelli, la stanchezza della speranza nasce dal constatare una Chiesa ferita dal suo peccato e che molte volte non ha saputo ascoltare tante grida nelle quali si celava il grido del Maestro: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46).

E così possiamo abituarci a vivere con una speranza stanca davanti al futuro incerto e sconosciuto, e questo fa sì che trovi posto un grigio pragmatismo nel cuore delle nostre comunità. Tutto apparentemente sembra procedere normalmente, ma in realtà la fede si consuma, si rovina. Comunità e presbiteri sfiduciati verso una realtà che non comprendiamo o in cui crediamo non ci sia più spazio per la nostra proposta, possiamo dare “cittadinanza” a una delle peggiori eresie possibili nella nostra epoca: pensare che il Signore e le nostre comunità non hanno più nulla da dire né da dare in questo nuovo mondo in gestazione (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 83). E allora succede che ciò che un giorno è nato per essere sale e luce del mondo, finisce per offrire la propria versione peggiore.

Dammi da bere

Le fatiche del viaggio arrivano e si fanno sentire. Che piaccia o no ci sono, ed è bene avere lo stesso ardire che ebbe il Maestro per dire: «Dammi da bere». Come accadde alla Samaritana e può accadere ad ognuno di noi, non vogliamo placare la sete con un’acqua qualsiasi, ma con quella «sorgente che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14). Sappiamo, come sapeva bene la Samaritana che portava da anni i recipienti vuoti di amori falliti, che non qualsiasi parola può aiutare a recuperare le forze e la profezia nella missione. Non qualsiasi novità, per quanto seducente possa apparire, può alleviare la sete. Sappiamo, come lei sapeva bene, che nemmeno la conoscenza religiosa, la giustificazione di determinate scelte e tradizioni passate o novità presenti, ci rendono sempre fecondi e appassionati «adoratori in spirito e verità» (Gv 4,23).

“Dammi da bere” è quello che chiede il Signore, ed è quello che chiede a noi di dire. Nel dirlo, apriamo la porta della nostra stanca speranza per tornare senza paura al pozzo fondante del primo amore, quando Gesù è passato per la nostra strada, ci ha guardato con misericordia, ci ha scelto e ci ha chiesto di seguirlo; nel dirlo, recuperiamo la memoria di quel momento in cui i suoi occhi hanno incrociato i nostri, il momento in cui ci ha fatto sentire che ci amava, che mi amava, e non solo in modo personale, anche come comunità (cfr Omelia nella Veglia Pasquale, 19 aprile 2014). Poter dire “dammi da bere” significa ritornare sui nostri passi e, nella fedeltà creativa, ascoltare come lo Spirito non ha creato un’opera particolare, un piano pastorale o una struttura da organizzare ma che, per mezzo di tanti “santi della porta accanto” – tra i quali troviamo padri e madri fondatori di istituti secolari, vescovi, parroci che hanno saputo dare basi solide alle loro comunità –, attraverso questi santi della porta accanto ha dato vita e ossigeno a un determinato contesto storico che sembrava soffocare e schiacciare ogni speranza e dignità.

“Dammi da bere” significa avere il coraggio di lasciarsi purificare, di recuperare la parte più autentica dei nostri carismi originari – che non si limitano solo alla vita religiosa, ma a tutta la Chiesa – e vedere in quali modalità si possano esprimere oggi. Si tratta non solo di guardare con gratitudine il passato, ma di andare in cerca delle radici della sua ispirazione e lasciare che risuonino nuovamente con forza tra di noi (cfr Papa Francesco - Fernando Prado, La forza della vocazione, Bologna 2018, 42-43).

“Dammi da bere” significa riconoscersi bisognosi che lo Spirito ci trasformi in donne e uomini memori di un incontro e di un passaggio, il passaggio salvifico di Dio. E fiduciosi che, come ha fatto ieri, così continuerà a fare domani: «Andare alla radice ci aiuta senza dubbio a vivere adeguatamente il presente, e a viverlo senza paura. È necessario vivere senza paura rispondendo alla vita con la passione di essere impegnati con la storia, immersi nelle cose. È una passione da innamorato» (ibid., 44).

La speranza stanca sarà guarita e godrà di quella «particolare fatica del cuore» quando non temerà di ritornare al luogo del primo amore e riuscirà ad incontrare, nelle periferie e nelle sfide che oggi ci si presentano, lo stesso canto, lo stesso sguardo che suscitò il canto e lo sguardo dei nostri padri. Così eviteremo il rischio di partire da noi stessi e abbandoneremo la stancante autocommiserazione per incontrare gli occhi con cui Cristo oggi continua a cercarci, continua a guardarci, continua a chiamarci e a invitarci alla missione, come ha fatto in quel primo incontro, l’incontro del primo amore.

*  *  *

E non mi sembra un avvenimento di poco conto che questa Cattedrale riapra le porte dopo un lungo tempo di restauro. Ha sperimentato il passare degli anni, come fedele testimone della storia di questo popolo, e con l’aiuto e il lavoro di molti ha voluto di nuovo regalare la sua bellezza. Più che una formale ricostruzione, che tenta sempre di ritornare a un originale passato, ha cercato di riscattare la bellezza degli anni aprendosi a ospitare tutta la novità che il presente le poteva dare. Una Cattedrale spagnola, india e afroamericana diventa così Cattedrale panamense, di quelli di ieri, ma anche di quelli di oggi che hanno reso possibile questo fatto. Non appartiene più solo al passato, ma è bellezza del presente.

E oggi nuovamente è grembo che stimola a rinnovare e alimentare la speranza, a scoprire come la bellezza di ieri diventi base per costruire la bellezza di domani.

Così agisce il Signore. Niente stanchezza della speranza; sì alla peculiare fatica del cuore di chi porta avanti ogni giorno ciò che gli è stato affidato nello sguardo del primo amore.

Fratelli, non lasciamoci rubare la speranza che abbiamo ereditato, la bellezza che abbiamo ereditato dai nostri padri! Essa sia la radice viva, la radice feconda che ci aiuti a continuare a rendere bella e profetica la storia della salvezza in queste terre.

 



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