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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALLA XXXI RIUNIONE DELLE PARTI AL PROTOCOLLO DI MONTREAL

[Roma, 4-8 novembre 2019]

 

Ai Partecipanti alla Trentunesima Riunione delle Parti al Protocollo di Montreal

Porgo un cordiale saluto a tutti coloro che prendono parte alla Trentunesima Riunione delle Parti al Protocollo di Montreal sulle Sostanze che Impoveriscono lo Strato di Ozono. Questo Protocollo, insieme ai suoi Emendamenti e alla Convenzione di Vienna per la Protezione dello Strato di Ozono, rappresenta un modello di cooperazione internazionale non solo nell’ambito della protezione ambientale ma anche in quello della promozione dello sviluppo umano integrale.

Sono trascorsi quasi trentacinque anni da quando la prima Convenzione internazionale legalmente vincolante dedicata alla protezione dello strato di ozono è stata aperta alla firma a Vienna il 22 marzo 1985. Sarebbe diventata la prima Convenzione del sistema delle Nazioni Unite a ottenere l’avallo universale da parte dell’intera famiglia delle nazioni, che oggi conta centonovantasette Stati firmatari.

Questi trentacinque anni hanno prodotto risultati positivi. Di fatto, molti studi scientifici, compresi quelli più recenti, attestano come l’assottigliamento dello strato di ozono si stia gradatamente riducendo.

A tale riguardo, vorrei concentrarmi su tre lezioni che possiamo trarre dai trentacinque anni trascorsi dall’attuazione del regime internazionale per l’ozono.

Anzitutto bisogna evidenziare e riconoscere come tale regime sia nato da un’ampia e feconda cooperazione tra settori differenti: la comunità scientifica, il mondo politico, gli attori economici e industriali nonché la società civile.

Questa cooperazione ha mostrato come possiamo «ottenere importanti risultati, che al contempo rendono possibile salvaguardare il creato, promuovere lo sviluppo umano integrale e prendersi cura del bene comune, in uno spirito di solidarietà responsabile e con profonde ripercussioni positive per le generazioni presenti e future» (Dichiarazione, allegata allo strumento di adesione da parte della Santa Sede alla Convenzione di Vienna per la Protezione dello Strato di Ozono, al Protocollo di Montreal sulle Sostanze che Impoveriscono lo Strato di Ozono e ai suoi primi quattro Emendamenti, 9 aprile 2008).

In un certo senso, il regime internazionale per l’ozono dimostra che «la libertà umana è capace di limitare la tecnica, di orientarla, e di metterla al servizio di un altro tipo di progresso, più sano, più umano, più sociale e più integrale» (Laudato si’, n. 112). Questo ci consente di essere fiduciosi che, sebbene «l’umanità del periodo post-industriale sarà forse ricordata come una delle più irresponsabili della storia, c’è da augurarsi che l’umanità degli inizi del XXI secolo possa essere ricordata per aver assunto con generosità le proprie gravi responsabilità» (Laudato si’, n. 165).

Di fatto stiamo affrontando una sfida “culturale” o pro o contro il bene comune. Qui, un dialogo onesto e fecondo davvero capace di ascoltare i diversi bisogni e libero da interessi particolari, insieme a uno spirito di solidarietà e di creatività, sono essenziali per la costruzione del presente e del futuro del nostro pianeta.

Allo stesso modo, ed è questa la seconda lezione che vorrei menzionare, tale sfida culturale non può essere affrontata solo sulla base di una tecnologia che, pretendendo «di essere l’unica soluzione dei problemi, di fatto non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose, e per questo a volte risolve un problema creandone altri» (Laudato si’, n. 20).

Ciò è stato evidenziato dalla necessità di adottare, nel 2016, un nuovo Emendamento al Protocollo di Montreal, l’Emendamento di Kigali. Questo Emendamento è teso a proibire sostanze che di per sé non contribuiscono a danneggiare lo strato di ozono ma che incidono sul riscaldamento dell’atmosfera, e il cui utilizzo è aumentato come mezzo per sostituire alcune sostanze dannose per lo strato di ozono.

È importante che l’Emendamento di Kigali ottenga presto l’approvazione universale da parte dell’intera famiglia delle nazioni, come è avvenuto con la Convenzione di Vienna e il Protocollo di Montreal.

A tale proposito, sono lieto di annunciare l’intenzione della Santa Sede di aderire all’Emendamento di Kigali. Con tale gesto la Santa Sede desidera continuare a dare il suo sostegno morale a tutti gli Stati impegnati a prendersi cura della nostra casa comune.

Proseguendo, la terza lezione che vorrei menzionare è l’importanza del fatto che questa cura per la nostra casa comune sia ancorata alla consapevolezza che “tutto è connesso”.

Si può dire che anche l’Emendamento di Kigali si appelli a tale principio, poiché rappresenta una sorta di ponte tra il problema dell’ozono e il fenomeno del riscaldamento globale, mettendo così in evidenza la loro interazione.

L’attenta analisi delle diverse interconnessioni delle nostre decisioni e dell’impatto che ne risulta implica diversi livelli di complessità. Stiamo vivendo in un momento storico caratterizzato da sfide pressanti, ma anche stimolanti per creare una cultura di fatto orientata al bene comune. Ciò richiede l’adozione di una visione lungimirante su come promuovere nella maniera più efficace lo sviluppo integrale per tutti i membri della famiglia umana, siano essi vicini o lontani nello spazio o nel tempo. Questa visione deve prendere forma in centri di educazione e cultura dove viene creata consapevolezza, dove gli individui vengono formati alla responsabilità politica, scientifica ed economica e, più in generale, dove vengono prese decisioni responsabili.

L’accelerazione continua di cambiamenti che incidono sull’umanità e sul nostro pianeta, a cui oggi si aggiunge un ritmo di vita e di lavoro più intenso, dovrebbe esortarci costantemente a domandare se gli obiettivi di tale progresso sono davvero volti al bene comune e a uno sviluppo umano sostenibile e integrale o se recano danno al nostro mondo e alla qualità di vita di gran parte dell’umanità, ora e in futuro (cfr. Laudato si’, n. 18).

Una risposta ponderata a questa domanda può essere data solo alla luce di una riflessione sui tre punti sui quali mi sono focalizzato. Anzitutto, dare vita vera al dialogo per il bene della responsabilità condivisa per la nostra casa comune, dialogo in cui nessuno “assolutizzi” il proprio punto di vista. Poi, rendere le soluzioni tecnologiche parte di una visione più ampia che tenga conto della varietà delle relazioni esistenti. Infine, strutturare le nostre decisioni sulla base del concetto centrale di quella che possiamo definire “ecologia integrale”, fondata sulla consapevolezza che “tutto è connesso”.

Esprimo la mia orante speranza che il regime internazionale per l’ozono, e anche altre lodevoli iniziative della comunità globale per la cura della nostra casa comune, possano continuare su questo cammino complesso, impegnativo, ma sempre stimolante.

Dal Vaticano, 7 novembre 2019

Francesco

 


L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIX, n.254, 8/11/2019

 



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