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INCONTRO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
CON I DOCENTI E CON GLI STUDENTI DEL COLLEGIO SAN CARLO DI MILANO

Aula Paolo VI
Sabato, 6 aprile 2019

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DOMANDA 1- ADRIANO TIBALDI (STUDENTE)

Santo Padre buongiorno!

mi chiamo Adriano Tibaldi, frequento l’ultimo anno dell’IB Diploma Programma al San Carlo: in questi mesi mi sto preparando per gli esami finali e insieme sto verificando le possibilità per il mio futuro: quale università fare? Dove? Vengo da una famiglia con mamma americana e papà italiano. In questi anni al San Carlo ho potuto fare tante esperienze di volontariato: lo scorso anno ho trascorso qualche settimana in Perù con alcuni miei compagni in una missione. Ho visto con i miei occhi la povertà estrema, bimbi ed intere famiglie senza una casa. Ho conosciuto tre ragazze della mia età che hanno subito violenza dai padri o da sconosciuti e sono diventate madri. Ho sentito storie di ragazzi che venivano sequestrati dalle loro famiglie, uccisi e deprivati dei loro organi in cambio di un paio di dollari. Mi ha colpito molto quell’esperienza e mi domando: Perché Dio sembra fare preferenze? A noi, a me, ai miei amici ci dà una vita meravigliosa e ad altri no... Su questo tema cosa possiamo fare noi di concreto? Noi che ci prepariamo alla vita, che scegliamo le università migliori nel mondo? E cosa può fare una scuola? Grazie.

RISPOSTA

Grazie a te. “Perché Dio sembra fare preferenze?” E’ una bella domanda la tua. Io le domande le conoscevo, le ho scritte qui, e prendo qualche idea per rispondere. Ma, prima di tutto, ti dirò una cosa che non ho inventato io, una cosa che diceva il grande Dostoevskji: perché soffrono i bambini? Ci sono domande che non hanno né avranno risposte e dobbiamo abituarci a questo. Qualcuno di voi che vuole avere risposte preconfezionate va sulla strada sbagliata, finirà per sbagliare e la sua vita sarà sbagliata, perché le risposte preconfezionate non servono, sono come l’aria condizionata in una stanza. Ti dico questo per tranquillizzare il tuo cuore, ma il tuo cuore ancora chiede: perché, perché? Cerca la risposta e ci sono cose che non hanno risposta. Pensa ai bambini quando incominciano a crescere e vedono il mondo e non capiscono e incomincia quello che la gente chiama “l’età del perché”. I bambini o si spaventano o hanno dubbi e guardano papà e mamma e dicono: ma perché, perché? e quando il papà o la mamma comincia a spiegargli, subito aggiungono un altro perché, non ascoltano la risposta. Questa cosa che tutti noi possiamo vedere nei bambini, e che anche noi abbiamo fatto da bambini, ci fa capire che la vera risposta che cerca un bambino con i perché non è quello che dice il papà o la mamma, ma lo sguardo del papà e della mamma. E’ tanta l’insicurezza del bambino che ha bisogno dello sguardo del papà e della mamma, e quello gli dà forza per andare avanti. E questa non è una risposta preconfezionata. Lo sguardo di un uomo che è diventato papà, di una donna che è diventata mamma non si compra nei magazzini. E’ la grandezza della fecondità che ti fa crescere e le domande che non hanno risposte vi faranno crescere nel senso del mistero. “Perché Dio sembra fare delle differenze?”, è una bella domanda, ripetetela sempre: ma perché, perché? E crescere con questo perché, insoddisfatto, senza una risposta preconfezionata. Avete capito questo o no? O dovete domandare “perché, perché?” un’altra volta? Un’altra cosa voglio dirvi. Perché Dio sembra fare preferenze… Io vi dirò un’altra cosa: le differenze le facciamo noi. Noi siamo artefici delle differenze. Perché oggi nel mondo ci sono tanti affamati? Perché Dio fa questa differenza? No! La fa questo sistema economico ingiusto dove ogni giorno ci sono sempre più meno ricchi, ma con tanti soldi, e sempre più tanti poveri, ma senza nulla! Siamo noi con un sistema economico ingiusto a fare la differenza, a fare che i bambini siano affamati! Qualcuno potrebbe dirmi: “Papa, non sapevo che Lei fosse comunista”! No! Questo ci ha insegnato Gesù, e quando noi andremo lì, davanti a Gesù, lui ci dirà: grazie, perché ero affamato e mi hai dato da mangiare. E a coloro che con questo sistema uccidono di fame i bambini e la gente, dirà: tu vattene, perché ero affamato non mi hai guardato. Ci fa bene confrontarci con questo “protocollo” sul quale noi saremo giudicati: Matteo 25. Noi facciamo le differenze. Sono sicuro che tutti voi volete la pace. “E perché ci sono tante guerre?” Ad esempio, nello Yemen, in Siria, in Afghanistan. Perché? Se loro non avessero le armi, non farebbero la guerra. Ma perché fanno una guerra così crudele? Perché altri Paesi vendono le armi, con le quali ammazzano i bambini, la gente. Siamo noi a fare le differenze! E questa cosa voi dovete dirla chiaramente, in faccia, senza paura. E se voi giovani non siete capaci di fare queste domande, di dire queste cose, non siete giovani, manca qualcosa nel cuore che ti faccia “ribollire”. Hai capito? Siamo noi a fare le differenze. Sia con i sistemi economici ingiusti, sia costruendo le armi perché gli altri si ammazzino. Sulla coscienza di un popolo che fabbrica le armi e le vende c’è la morte di ogni bambino, della gente, c’è la distruzione delle famiglie. L’altro giorno ho letto su L’Osservatore Romano che ci sono nel mondo - se non sbaglio- oltre 900 milioni di mine antiuomo. Sono state seminate e dopo una guerra, il povero contadino che va a lavorare la terra, finisce morto o mutilato perché ne esplode una. Dio ha fatto questo? No, noi l’abbiamo fatto, coloro che hanno fabbricato le mine. Al Sinodo sui giovani c’era un giovane ingegnere che raccontò la sua storia. Laureato, cominciò a cercare lavoro e inviava dei curricula, lo chiamavano… Alla fine si è presentato a un concorso e ha vinto… Una grande industria. Ma era un’industria che costruiva anche delle armi e lui doveva essere ingegnere nella fabbrica delle armi. E questo ragazzo che voleva sposarsi, che voleva andare avanti, che era felice per il lavoro, ha detto: no, io non do la mia intelligenza e le mie mani a realizzare cose che uccideranno gli altri. Questi sono i giovani coraggiosi di cui noi abbiamo bisogno.

Riassunto. Dobbiamo farci sempre queste domande scomode. Ci sono domande che non avranno mai risposta, ma facendo le domande noi cresceremo e diventeremo adulti con l’inquietudine nel cuore. E poi essere coscienti che siamo noi a fare le differenze. E qualcuno potrebbe dirmi: “Lei ha parlato della Siria, dello Yemen, dell’Afghanistan, di queste guerre…” Parliamo della scuola, nella tua classe, quando arriva un bambino, un ragazzo che non sa giocare, chi è che inventa e organizza il bullismo? E’ Dio? Siete voi! E ogni volta che voi fate bullismo su un ragazzo, su un vostro compagno, ogni volta voi fate con questo gesto una dichiarazione di guerra. Tutti noi abbiamo dentro il seme della distruzione degli altri. State attenti perché abbiamo sempre quella tendenza a fare delle differenze e arricchirci dalla povertà degli altri. Mi viene di dirti questo, perdona se mi sono appassionato un po’ ma questo mi fa “ribollire”!

DOMANDA 2 - PROF.SSA SILVIA PERUCCA (DOCENTE)

Buongiorno Santo Padre, mi chiamo Silvia e da 13 anni insegno presso il Liceo Classico del Collegio San Carlo. Noi docenti di tutti gli ordini di scuola ci troviamo quotidianamente di fronte a sfide educative sempre più grandi. Viviamo infatti in una società multietnica e multiculturale, proiettata verso il futuro e che offre costantemente possibilità di incontro e confronto con persone, strumenti e metodi educativi diversi, basti pensare alla tecnologia e alle opportunità che essa offre ma anche agli inevitabili rischi che porta con sé. Come educatori desideriamo insegnare ai nostri studenti un modo per cogliere al meglio queste opportunità aprendoci all’altro senza temere gli eventuali contrasti, forti della consapevolezza che ciò non significa perdere la propria identità, bensì arricchirla. Oggi vorremmo quindi chiederLe come possiamo trasmettere al meglio ai nostri studenti i valori radicati nella cultura cristiana e al tempo stesso come possiamo conciliarli con l’esigenza sempre più ineludibile di educare al confronto e all’incontro con le altre culture. Grazie.

RISPOSTA

Grazie a te. Parto dall’ultima parte della domanda per poi risalire: “Come possiamo conciliarli con l’esigenza sempre più ineludibile di educare al confronto e all’incontro” e “Come possiamo trasmettere al meglio ai nostri studenti i valori radicati nella cultura cristiana?”.

La parola chiave qui è radicati. E per avere delle radici, ci vogliono due cose: consistenza, cioè terra – un albero ha delle radici perché ha terra – e memoria. Il male di oggi secondo gli analisti, gli studiosi – seguendo la scuola di Bauman – è la liquidità. L’ultimo libro di Bauman si chiama “Nati liquidi”, e dice che voi giovani siete nati liquidi, senza consistenza. Ma la traduzione tedesca – e questa è una curiosità –invece di dire “nati liquidi”, dice “sradicati”. La liquidità si fa quando tu non sei capace di trovare la tua identità, cioè le tue radici, perché non sei capace di andare oltre con la memoria, e confrontarti con la tua storia, con la storia del tuo popolo, con la storia dell’umanità, con la storia del cristianesimo: i valori sono quelli! Questo non significa che io devo fare una chiusura del presente e coprirmi del passato e rimanere lì per paura. No: questa è pusillanimità… Ma dovete andare alle radici, prendere il succo delle radici e portarle avanti con la crescita. La gioventù non può andare avanti se non è radicata. I valori sono radici, ma con questo tu devi crescere. Annaffiare quelle radici con il tuo lavoro, con il confronto con la realtà, ma crescere con la memoria delle radici. Per questo consiglio tanto di parlare con i vecchi: difendo la mia categoria, ma dobbiamo parlare con i vecchi, perché loro sono la memoria del popolo, della famiglia, della storia. “Sì, ma io parlo con papà e mamma” Questo è buono, ma la generazione intermedia non è tanto capace – oggi – di trasmettere i valori, le radici come gli anziani. Io ricordo nell’altra diocesi, quando alcune volte dicevo ai ragazzi: “Andiamo a fare qualcosa? Andiamo in questa casa di riposo a suonare la chitarra per aiutare gli anziani?”. “Padre, che noioso. . . Andiamo un po’…” I giovani andavano lì, incominciavano con la chitarra, e i vecchi che erano addormentati incominciavano a svegliarsi, a fare delle domande: i giovani ai vecchi, i vecchi ai giovani. Alla fine non volevano andarsene. Ma quale era il fascino dei vecchi? Le radici! Perché i vecchi facevano vivere loro i valori della loro storia, della loro personalità, valori che sono promessa per andare avanti. Per questo sono importanti i valori radicati – uso la tua parola: è tanto importante.

Poi, una seconda cosa è la propria identità. Noi non possiamo fare una cultura del dialogo se non abbiamo identità, perché il dialogo sarebbe come l’acqua che se ne va. Io con la mia identità dialogo con te che hai la tua identità, e ambedue andiamo avanti. Ma è importante essere cosciente della mia identità e sapere chi sono io e che sono differente dagli altri. C’è gente che non sa quale sia la sua identità e vive delle mode; non ha luce interiore: vive dei fuochi d’artificio che durano cinque minuti e poi finiscono. Conoscere la propria identità. Questo è molto importante. Perché tu hai avuto questa reazione o quell’altra? “Perché io sono così…”: conoscere l’identità, la tua storia, la tua appartenenza a un popolo. Noi non siamo funghi, nati soli: siamo gente nata in famiglia, in un popolo e tante volte questa cultura liquida ci fa dimenticare l’appartenenza a un popolo. Una critica che io farei, è la mancanza di patriottismo. Patriottismo non è solo andare a cantare l’inno nazionale o a fare un omaggio alla bandiera: il patriottismo è appartenenza a una terra, a una storia, a una cultura … e questo è l’identità. Identità significa appartenenza. Non si può avere identità senza appartenenza. Se io voglio sapere chi sono io, devo farmi la domanda: “A chi appartengo?”.

E la terza cosa: tu all’inizio hai parlato di una società multietnica e multiculturale. Ringraziamo Dio di questo! Ringraziamo Dio, perché è ricchezza il dialogo fra le culture, fra le persone, fra le etnie … Una volta ho sentito un uomo, un padre di famiglia, che era felice quando i suoi figli giocavano con i figli di altra gente, con altra cultura… gente che forse noi sottovalutiamo e anche disprezziamo, ma perché? Forse i tuoi figli non cresceranno puri nella tua razza? “Padre, che cosa più pura dell’acqua distillata? - mi ha detto una volta un uomo” . “Ma a me … non sento il sapore dell’acqua distillata … non mi serve per dissetarmi”. L’acqua della vita, di questa multietnicità, di questa multiculturalità. Non avere paura. E qui tocco una piaga: non avere paura dei migranti. I migranti sono coloro che ci portano ricchezze, sempre. Anche l’Europa è stata fatta da migranti! I barbari, i celti… tutti questi che venivano dal Nord e hanno portato le culture, l’Europa si è accresciuta così, con la contrapposizione delle culture. Ma oggi, state attenti a questo: oggi c’è la tentazione di fare una cultura dei muri, di alzare i muri, muri nel cuore, muri nella terra per impedire questo incontro con altre culture, con altra gente. E chi alza un muro, chi costruisce un muro finirà schiavo dentro ai muri che ha costruito, senza orizzonti. Perché gli manca questa alterità. “Ma, Padre, dobbiamo accogliere tutti i migranti?” Il cuore aperto per accogliere, prima di tutto. Se io ho il cuore razzista, devo esaminare bene perché e convertirmi. Secondo: i migranti vanno ricevuti, accompagnati, integrati; che prendano i nostri valori e noi conosciamo i loro, l’interscambio di valori. Ma per integrare, i governanti devono fare dei calcoli: “Ma il mio Paese ha capacità per integrare soltanto questo”. Dialoga con gli altri Paesi e cercate insieme le soluzioni. Questa è la bellezza della generosità umana: accogliere per diventare più ricchi. Più ricchi di cultura, più ricchi nella crescita. Ma alzare muri non serve.

Ho citato poco tempo fa quella bella frase di Ivo Andrić nel romanzo “Il ponte sulla Drina”, quando lui parla dei ponti e dice che i ponti sono una cosa così ineffabile e tanto grande che sono angeli, non sono cose umane. Dice così: “Il ponte è fatto da Dio con le ali degli angeli perché gli uomini possano comunicare”. La grandezza di costruire ponti con la gente è per la comunicazione, e noi cresciamo con la comunicazione. Invece, chiuderci in noi ci porta ad essere non comunicanti, ad essere “acqua distillata”, senza forza. Per questo io vi dico: insegnate ai giovani, aiutate i giovani a crescere nella cultura dell’incontro, capaci di incontrare la gente diversa, le differenze, e a crescere con le differenze: così si cresce, con il confronto, con il confronto buono.

C’è un’altra cosa, sottesa a quello che tu dici: oggi in questo nostro mondo occidentale è cresciuta tanto un’altra cultura: la cultura dell’indifferenza. L’indifferentismo che viene da un relativismo: il mio è mio, punto; e dall’abolizione di ogni certezza. La cultura dell’indifferenza è una cultura non creativa, che non ti lascia crescere; invece la cultura dev’essere sempre interessata nei valori, nelle storie degli altri. E questa cultura dell’indifferenza tende a spegnere la persona come un essere autonomo, pensante, per soggiogarlo e affogarlo. State attenti con questa cultura dell’indifferenza. Da qui derivano gli integralismi, i fondamentalismi e lo spirito settario. Questo più o meno dobbiamo pensare: una cultura aperta, che ci permetta di guardare lo straniero, il migrante, l’appartenente a un’altra cultura come un soggetto da ascoltare, considerato e apprezzato. Grazie.

DOMANDA 3 - PROF.SSA GIULIA MISSAGLIA (DOCENTE DI SOSTEGNO)

Buongiorno Santo Padre! Mi chiamo Giulia, sono un’ex alunna e da cinque anni sono un’insegnante di liceo del Collegio San Carlo. Nei miei anni di formazione ho incontrato figure che hanno saputo guidarmi e affiancarmi in un percorso di libera crescita personale ed emotiva. La vocazione per l’insegnamento è nata in me grazie alla passione che ho letto negli occhi degli educatori che mi hanno accompagnata in questo cammino. Il mio desiderio più grande è quello di poter essere anche io, un domani, per i miei ragazzi, ciò che loro hanno rappresentato per me. Oggi a scuola io sono anche l’insegnante di sostegno di Stella, una dolce ragazza che adesso è qui tra noi. Nella mia esperienza diretta con lei ho potuto incontrare la fragilità e la vulnerabilità di un vissuto certamente più in salita rispetto a quello di altre persone, ma di grande forza, coraggio e dignità, che suscita, in coloro che la circondano, rispetto e ammirazione e, speriamo, sempre maggiore inclusione. Purtroppo non sempre tutto questo accade; in una società come quella attuale, dove i tempi sono sempre più accorciati, accelerati, frustrati, il compito di noi educatori credo sia soprattutto quello di aiutare i giovani a riconoscere ancora il valore dell’incontro con l’altro, dell’accogliere chi è diverso da noi, per qualsiasi motivo lo sia, ma che proprio in quanto tale è per noi risorsa, sorgente a cui attingere. Per fare questo penso sia fondamentale trasmettere ai giovani il valore del tempo; l’incontro, perché sia autentico e sincero, lo richiede, lo esige, così come richiede custodia, protezione, “sostegno” e anche fatica, in quanto interpella innanzitutto noi stessi ed impone il nostro metterci in discussione. Le chiediamo Santo Padre, come noi educatori possiamo essere per i nostri studenti e studentesse esempio e testimonianza di questo così nobile ma altrettanto difficile compito? La ringrazio.

RISPOSTA

Grazie! La parola chiave è “testimonianza e sostegno”. Non si può fare sostegno senza – dirò un’espressione argentina – “mettere tutta la carne sulla griglia”. Se tu vuoi sostenere qualcuno, tu devi non solo mettercela tutta; di più: devi metterti tutto in gioco! Questa è testimonianza. E lì, con la testimonianza si sostiene, si fa il sostegno, la vera testimonianza. Ho parlato dell’acqua distillata; anch’io dirò: un vero educatore non può essere un “distillato”, un qualcosa fatto in laboratorio. L’educatore deve essere in confronto con la vita e anche – dirò un’altra cosa che si usa dire qui in Italia anche - “sporcarsi le mani”, “rimboccarsi le maniche” con la realtà. La testimonianza è non avere paura della realtà: giocarsela tutta. Questo è importante. E poi il sostegno. Con questa testimonianza tu non darai solo dei consigli e poi te ne vai a casa. Stella - per esempio - o tanti ragazzi sentiranno che dietro le parole, dietro i consigli, prima c’è un’altra cosa: c’è il sostegno di una testimonianza. All’educatore che non è capace di testimoniare io dico: “Si converta o scelga un altro mestiere, più scientifico, più di laboratorio”. Ma educare senza testimonianza non va, ed educare con una cattiva testimonianza è brutto, perché fa tanto male.

Poi un’altra cosa. Il sostegno chiede anche “amorevolezza”. Non si può educare senza amore. Tu non puoi insegnare parole senza gesti e il primo gesto è la carezza: accarezzare i cuori, accarezzare le anime. E il linguaggio della carezza qual è? La persuasione. Si educa con la pazienza della persuasione. Testimonianza, amorevolezza, carezze, persuasione. Adesso si capisce cosa vuol dire “mettere tutta la carne sulla griglia”. Poi una piccola cosa, che forse vi aiuterà a non confondere, pensando all’educazione. Educare è introdurre nella vita e la grandezza della vita è avviare processi. Insegnate ai giovani ad avviare processi e a non occupare spazi! La gente che è educata ad occupare spazi, finisce soltanto nella concorrenza per arrivare ad un posto. Invece, chi è educato ad avviare processi gioca sul tempo, non sul momento, non sugli spazi. Il tempo è superiore allo spazio. Giocare sul tempo, avviare processi. Queste sono le cose che mi vengono da dire: sostegno, vicinanza, testimonianza, amorevolezza e avviare processi, insegnare ad avviare processi.

DOMANDA 4 - MARTA BUCCI (GENITORE - PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DI ISTITUTO)

Sua Santità, abbiamo avuto la Grazia di essere genitori, ci sono state affidate delle vite preziose da custodire ed amare e per questo ringraziamo ogni giorno il Signore, anche se non è sempre facile. A Lei, come genitori, in questo giorno di festa, vogliamo chiedere dunque un aiuto: vogliamo chiederLe tre parole. Una parola per i nostri piccoli, per quando alla sera li abbracciamo forte tentando di far svanire le loro paure, per quando si sentono indifesi e spaventati perché il mondo fuori, crescendo, diventa sempre più grande, per quando ci chiedono di essere rassicurati e confortati perché stanno imparando che non sempre finisce tutto bene. Una parola per i nostri ragazzi, per quando li vediamo svegliarsi, sorridenti e malinconici, forti e deboli nello stesso momento, per quando nel loro faticoso navigare tra le tante emozioni ci chiedono aiuto per capire davvero chi sono, per quando non vorrebbero voltarsi dall’altra parte ma sentono che il loro cuore non è ancora così forte, per quando vorrebbero guardare in alto verso il cielo ma non sono sicuri di avere anche loro le ali. Ma soprattutto una parola per noi genitori, per quando dovremo lasciarli camminare da soli nel mondo, per essere capaci di rimanere un passo indietro, per saper comprendere le loro scelte anche se saranno diverse da quelle immaginate, per ricordarci che quei talenti che abbiamo custodito con amore non sono nostri, ma appartengono ai nostri figli e all’umanità intera, per riuscire ad infondere loro quel coraggio che a noi qualche volta è mancato, per riuscire a vincere la nostra rassegnazione ed incoraggiarli a credere che il mondo si può ancora cambiare.

RISPOSTA

Grazie a te. Tre parole. Non è facile. Tu hai usato una parola molto bella: “abbracciare”. E con i più piccoli, la vicinanza. Ricordate quello che ho detto prima sul perché. Sono più vicini all’età del perché, l’hanno superata un po’ ma hanno bisogno della vicinanza dello sguardo. Abbracciare significa vicinanza. Con i piccoli vicinanza. Perché hanno anche bisogno di una guida più vicina, che non cadano, almeno che non scivolino, cose che accadono alle persone che camminano. Per i giovani dirò il rovescio: incoraggiarli ad andare avanti, a camminare, non da soli, sempre in gruppo. E così come con i piccoli, con la vicinanza tu cercherai che non cadano; con i giovani, lasciarli cadere, che imparino, ma che sappiano che la caduta non è un fallimento. E’ una prova nella vita. Ma poi parlare, aiutarli a sollevarsi. C’è una canzone alpina che a me dice tanto. Voi che siete di quelle parti forse la conoscete: “Nell’arte di salire l’importante non è non cadere, ma non rimanere caduto”. Insegnare questo gesto. Pensate che è lecito guardare un altro dall’alto in basso soltanto per aiutarlo a sollevarsi! Un altro sguardo dall’alto in basso non è lecito, mai! Ma in quel momento è lecito. Voi giovani andate avanti, non da soli, ma in gruppo. C’è un detto famoso: “Se tu vuoi andare di fretta e arrivare primo, vai da solo. Ma se tu voi andare sicuro, vai in gruppo”. Sempre la comunità, sempre il gruppo, gli amici, che si sostengono l’un l’altro. E sul cadere, quello che ho già detto. Poi, per voi genitori c’è una parola che gli psicologi usano tanto e che a me piace tanto, e anche per voi educatori, l’esperienza che gli educatori hanno l’ultimo giorno quando se ne vanno definitivamente: “la sindrome del nido vuoto”, come la chiamano gli psicologi, quando a casa si sposa uno, si sposa l’altro e rimane la coppia sola, come all’inizio della vita ma sola, il “nido vuoto”. Voi genitori ed educatori non abbiate paura della solitudine! E’ una solitudine feconda. E pensate a tanti figli che stanno crescendo e stanno facendo altri nidi, culturali, scientifici, di comunione politica, sociale. Con i piccoli, vicinanza, per aiutarli a camminare, che non cadano; con i ragazzi, spingerli ad andare avanti e se cadono, che si alzino o aiutarli ad alzarsi, sempre ricordando l’unico modo in cui è lecito guardare uno dall’alto in basso; e voi [genitori], con quel pianto nostalgico ma bello per il “nido vuoto”: prendere forze per andare avanti, perché il nido nella famiglia si riempirà con i nipotini; e con voi educatori, si riempirà con gli altri che vengono. Grazie tante per ciò che fate. Adesso vi invito a pregare insieme gli uni per gli altri e pregate anche per me, perché il lavoro ha sempre delle difficoltà, ognuno ha le proprie.

Preghiamo gli uni per gli altri. [Ave, o Maria,…]



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