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DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AL VERTICE DEI GIUDICI PANAMERICANI
SUI DIRITTI SOCIALI E LA DOTTRINA FRANCESCANA

Casina Pio IV
Martedì, 4 giugno 2019

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Signore e signori, è motivo di gioia e anche di speranza incontrarvi in questo Vertice, dove vi siete dati un appuntamento che non si limita soltanto a voi, ma che ricorda il lavoro che realizzate congiuntamente ad avvocati, consulenti, procuratori, difensori, funzionari, e ricorda anche i vostri popoli, con il desiderio e la ricerca sincera per garantire che la giustizia, e specialmente la giustizia sociale, possa giungere a tutti. La vostra missione, nobile e gravosa, esige di consacrarsi al servizio della giustizia e del bene comune, con la chiamata costante a far sì che i diritti delle persone, e specialmente dei più vulnerabili, siano rispettati e garantiti. In questa maniera contribuite a fare in modo che gli Stati non rinuncino alla loro più eccelsa e primaria funzione: farsi carico del bene comune del loro popolo. «L’esperienza attesta — osservava Giovanni XXIII — che qualora manchi una appropriata azione dei poteri pubblici, gli squilibri economici, sociali e culturali tra gli esseri umani tendono, soprattutto nell’epoca nostra, ad accentuarsi; di conseguenza i fondamentali diritti della persona rischiano di rimanere privi di contenuto» (Lettera Enciclica, Pacem in terris, n. 63).

Elogio questa iniziativa di riunirsi, come pure quella realizzata lo scorso anno nella città di Buenos Aires, nella quale più di 300 magistrati e ufficiali giudiziari hanno deliberato sui Diritti sociali alla luce della Evangelii gaudium, della Laudato si’ e del Discorso ai Movimenti Popolari a Santa Cruz de la Sierra. Da lì è uscito un insieme interessante di vettori per lo sviluppo della missione che è nelle vostre mani. Questo ci ricorda l’importanza e, perché no, la necessità, di affrontare i problemi di fondo che le vostre società stanno attraversando e che, come sappiamo, non possono essere risolti semplicemente con azioni isolate o atti volontari di una persona o di un paese, ma che esigono la creazione di un nuovo clima; ossia di una cultura segnata da leadership condivise e coraggiose che sappiano coinvolgere altre persone e altri gruppi, finché fruttifichino in importanti eventi storici (cfr. Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, n. 223), capaci di aprire cammini alle generazioni attuali, e anche a quelle future, seminando condizioni per superare le dinamiche di esclusione e di segregazione, di modo che l’iniquità non abbia l’ultima parola (cfr. Lettera Enciclica Laudato si’, nn. 53 e 164). I nostri popoli reclamano questo tipo di iniziative che aiutino ad abbandonare ogni atteggiamento passivo o da spettatore, come se la storia presente e futura dovesse essere determinata e raccontata da altri.

Stiamo vivendo una fase storica di cambiamenti in cui si sta mettendo in gioco l’anima dei nostri popoli. Un tempo di crisi — crisi: pazienza cinese, rischi, pericoli e opportunità; è ambivalente, molto saggio questo — tempo di crisi in cui si verifica un paradosso: da un lato un fenomenale sviluppo normativo, dall’altro un deterioramento nel godimento effettivo dei diritti consacrati a livello globale. È come l’inizio dei nominalismi, sempre cominciano così. Inoltre, ogni volta, e con maggiore frequenza, le società adottano forme anomiche di fatto, soprattutto rispetto alle leggi che regolano i Diritti sociali, e lo fanno con diversi argomenti. Questa anomia si fonda, per esempio, su carenze di bilancio, sull’impossibilità di generalizzare benefici o sul carattere programmatico più che operativo degli stessi. Mi preoccupa constatare che si stanno levando voci, specialmente di alcuni “dottrinari”, che cercano di “spiegare” che i diritti sociali sono ormai “vecchi”, sono passati di moda e non hanno nulla da apportare alle nostre società. In tal modo confermano politiche economiche e sociali che portano i nostri popoli all’accettazione e alla giustificazione della disuguaglianza e dell’indegnità. L’ingiustizia e la mancanza di opportunità tangibili e concrete dietro a tanta analisi incapace di mettersi nei piedi dell’altro — e dico piedi, non scarpe, perché in molti casi queste persone non le hanno — è anche un modo di generare violenza: silenziosa, ma comunque violenza. L’eccessiva normatività nominalista, indipendentista, sfocia sempre nella violenza.

«Oggi viviamo in immense città che si mostrano moderne, orgogliose e addirittura vanitose. Città» — orgogliose della loro rivoluzione tecnologica e digitale — «che offrono innumerevoli piaceri e benessere per una minoranza felice ma si nega una casa a migliaia di nostri vicini e fratelli, persino bambini, e li si chiama, elegantemente, “persone senza fissa dimora”. È curioso come nel mondo delle ingiustizie abbondino gli eufemismi» (Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, 28 ottobre 2014). Sembrerebbe che le Garanzie Costituzionali e i Trattati internazionali ratificati nella pratica non abbiano valore universale.

L’“ingiustizia sociale naturalizzata” — ossia come qualcosa di naturale — e quindi resa invisibile — che ricordiamo e riconosciamo solo quando “alcuni fanno rumore in strada” e vengono rapidamente catalogati come pericolosi e molesti —, finisce col far passare sotto silenzio una storia di differimenti e dimenticanze. Permettetemi di dirlo, questo è uno dei grandi ostacoli che incontra il patto sociale e che debilita il sistema democratico. Un sistema politico-economico, per il suo sano sviluppo, ha bisogno di garantire che la democrazia non sia solo nominale, ma che possa vedersi plasmata in azioni concrete che veglino sulla dignità di tutti gli abitanti, secondo la logica del bene comune, in un appello alla solidarietà e un’opzione preferenziale per i poveri (cfr. Lettera Enciclica Laudato si’, n. 158). Ciò esige gli sforzi delle massime autorità, e naturalmente del potere giudiziario, per ridurre la distanza tra il riconoscimento giuridico e la pratica dello stesso. Non c’è democrazia con la fame, né sviluppo con la povertà, né giustizia nell’iniquità.

Quante volte l’uguaglianza nominale di molte delle nostre dichiarazioni e azioni non fa altro che nascondere e riprodurre una disuguaglianza reale e sottostante e rivela che si è di fronte a un possibile ordine fittizio. L’economia delle carte, la democrazia “a parole”, e quella multimediale concentrata, generano una bolla che condiziona tutti gli sguardi e le opzioni dall’alba al tramonto (cfr. Roberto Andrés Gallardo, Derechos sociales y doctrina franciscana, 14). Ordine fittizio che rende uguali nella sua virtualità ma che, in concreto, amplia e aumenta la logica e le strutture dell’esclusione-espulsione, perché impedisce un contatto e un impegno reale con l’altro. Impedisce il concreto, o il farsi carico del concreto.

Non tutti partono dallo stesso punto al momento di pensare l’ordine sociale. Questo c’interroga e c’impone di pensare nuovi cammini affinché l’uguaglianza dinanzi alla legge non degeneri nella propensione dell’ingiustizia. In un mondo di virtualità, cambiamenti e frammentazione — siamo nell’epoca del virtuale —, i Diritti sociali non possono essere solamente esortativi o appellativi nominali, ma devono essere faro e bussola per il cammino perché «lo stato di salute delle istituzioni di una società comporta conseguenze per l’ambiente e per la qualità della vita umana» (Lettera Enciclica Laudato si’, n. 142). Ci vengono chieste lucidità di diagnosi e capacità di decisione dinanzi al conflitto, ci viene chiesto di non lasciarci dominare dall’inerzia o da un atteggiamento sterile come quanti lo guardano, lo negano o lo annullano e vanno avanti come se nulla fosse successo, se ne lavano le mani per poter proseguire la loro solita vita. Altri entrano così tanto nel conflitto da rimanerne prigionieri, perdere orizzonti e proiettare sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni. L’invito è a guardare in faccia il conflitto, subirlo e risolverlo, trasformandolo nell’anello di un nuovo processo (cfr. Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, n. 227).

Affrontando il conflitto, appare chiaro che abbiamo un impegno con i nostri fratelli per dare operatività ai Diritti sociali, impegnandoci a cercare di smontare tutti gli argomenti che attentano contro la loro attuazione, e questo per mezzo dell’applicazione o della creazione di una legislazione capace di elevare le persone attraverso il riconoscimento della loro dignità. I vuoti legislativi, tanto di una legislazione adeguata quanto dell’accessibilità e dell’attuazione della stessa, mettono in moto circoli viziosi che privano le persone e le famiglie delle necessarie garanzie per il loro sviluppo e il loro benessere.

Questi vuoti sono generatori di corruzione e trovano nel povero e nell’ambiente le prime e principali vittime.

Sappiamo che il diritto non è soltanto la legge o le norme, ma anche una prassi che configura i vincoli, che li trasforma, in un certo modo, in “artefici” del diritto ogni volta che si confrontano con le persone e la realtà. E questo invita a mobilitare tutta l’immaginazione giuridica al fine di ripensare le istituzioni e far fronte alle nuove realtà sociali che si stanno vivendo (cfr. Horacio Corti, Derechos sociales y doctrina franciscana, 106). In tal senso, è molto importante che le persone che si presentano nel vostro ufficio e al vostro tavolo di lavoro sentano che siete arrivati prima di loro, che siete arrivati per primi, che li conoscete e li capite nella loro situazione particolare, ma soprattutto che li riconoscete nella loro piena cittadinanza e nel loro potenziale essere agenti di cambiamento e di trasformazione. Non perdiamo mai di vista che i settori popolari non sono in primo luogo un problema, ma una parte attiva del volto delle nostre comunità e nazioni, essi hanno ogni diritto a partecipare alla ricerca e alla costruzione di soluzioni inclusive. «La struttura politica e istituzionale non esiste solo per evitare le cattive pratiche, bensì per incoraggiare le buone pratiche, per stimolare la creatività che cerca nuove strade, per facilitare iniziative personali e collettive» (Lettera Enciclica Laudato si’, n. 177).

È importante far sì che, fin dall’inizio della formazione professionale, gli operatori legali possano farlo in contatto concreto con le realtà che un giorno serviranno, conoscendole in prima persona e comprendendo le ingiustizie contro le quali dovranno un giorno agire. È anche necessario individuare tutti i mezzi e meccanismi affinché i giovani provenienti da situazioni di esclusione o emarginazione possano essi stessi riuscire a formarsi, in modo da poter assumere il protagonismo necessario. Si è parlato molto per loro, ora dobbiamo anche ascoltarli e dare loro voce in questi incontri. Mi viene in mente il leitmotiv implicito di ogni paternalismo giuridico-sociale: tutto per il popolo ma nulla con il popolo. Tali misure ci permetteranno d’instaurare una cultura dell’incontro “perché non si amano né i concetti né le idee [...]. Il darsi, l’autentico darsi viene dall’amare uomini e donne, bambini e anziani e le comunità: volti, volti e nomi che riempiono il cuore” (II Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, Santa Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015).

Approfitto di questa opportunità di riunirmi con voi per manifestarvi la mia preoccupazione per una nuova forma di intervento esogeno negli scenari politici dei paesi attraverso l’uso indebito di procedimenti legali e tipizzazioni giudiziarie. Il lawfare, oltre a mettere in grave pericolo la democrazia dei paesi, generalmente viene utilizzato per minare i processi politici emergenti e propendere alla violazione sistematica dei Diritti sociali. Per garantire la qualità istituzionale degli Stati è fondamentale rilevare e neutralizzare questo tipo di pratiche che derivano dall’impropria attività giudiziaria in combinazione con operazioni multimediatiche parallele. Su questo punto non mi soffermo ma il giudizio mediatico previo lo conosciamo tutti.

Questo ci ricorda che, in non pochi casi, la difesa o la priorizzazione dei Diritti sociali su altri tipi di interessi, vi porterà a scontrarvi non solo con un sistema ingiusto, ma anche con un potente sistema comunicazionale del potere, che distorcerà spesso la portata delle vostre decisioni, metterà in dubbio la vostra onestà e anche la vostra probità, possono addirittura farvi un processo. È una battaglia asimmetrica ed erosiva nella quale per vincere occorre mantenere non solo la forza, ma anche la creatività e un’adeguata elasticità. Quante volte i giudici, uomini e donne, devono affrontare in solitudine i muri della diffamazione e del disonore, quando non della calunnia!

Certamente occorre grande integrità per poterli superare. «Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5, 10), diceva Gesù. In tal senso, mi rallegro che uno degli obiettivi di questo incontro sia la creazione di un Comitato Permanente Panamericano di Giudici per i Diritti sociali, che abbia tra i suoi obiettivi quello di superare la solitudine nella magistratura, offrendo appoggio e assistenza reciproca, per rivitalizzare l’esercizio della vostra missione. La vera sapienza non si ottiene con una mera accumulazione di dati — questo è enciclopedismo — un’accumulazione che finisce col saturare e confondere, in una specie di contaminazione ambientale, bensì con la riflessione, il dialogo, e l’incontro generoso tra le persone, quel confronto adulto, sano che ci fa crescere tutti (cfr. Lettera Enciclica Laudato si’, n. 47).

Nel 2015 ho detto ai membri dei Movimenti Popolari: avete “un ruolo essenziale, non solo nell’esigere o nel reclamare, ma fondamentalmente nel creare. Voi siete poeti sociali: creatori di lavoro, costruttori di case, produttori di generi alimentari, soprattutto per quanti sono scartati dal mercato mondiale” (II Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, Santa Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015). Stimati magistrati, avete un ruolo essenziale; permettetemi di dirvi che siete anche poeti, siete poeti sociali quando non avete paura di «essere protagonisti nella trasformazione del sistema giudiziario basato sul valore, sulla giustizia e sul primato della dignità della persona umana» (Nicolás Vargas, Derechos humanos y doctrina franciscana, 230), su qualsiasi altro tipo d’interesse e di giustificazione.

Vorrei terminare dicendovi: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia; beati gli operatori di pace» (Mt 5, 6 e 9). Grazie.



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