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MESSAGGIO DI GIOVANNI PAOLO II
ALLA II SESSIONE SPECIALE DELLE NAZIONI UNITE
PER IL DISARMO

 

Signor Presidente,
Signore e Signori Rappresentanti degli Stati membri.

1. Nel giugno 1978, quando si riunì la prima Sessione straordinaria dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite sul disarmo, il mio predecessore Papa Paolo VI inviò un Messaggio personale, nel quale esprimeva le sue speranze per i risultati che l'umanità aveva il diritto di attendere da un tale sforzo di buona volontà e di saggezza politica da parte della comunità internazionale.

Quattro anni dopo, avete voluto riunirvi di nuovo per domandarvi se queste attese sono state - almeno parzialmente - realizzate.

La risposta a questa domanda sembra non essere troppo rassicurante né troppo incoraggiante. Un confronto della situazione di quattro anni fa con quella di oggi in materia di disarmo fa intravedere ben pochi miglioramenti. Alcuni pensano anche che si è avuto un deterioramento almeno nel senso che le speranze nutrite in quell'epoca potrebbero ora presentarsi come semplici illusioni. Questa constatazione potrebbe condurre facilmente allo scoraggiamento e spingere i responsabili del destino del mondo a ricercare altrove la soluzione dei problemi - particolari o generali - che continuano a sconvolgere la vita dei popoli.

Molti percepiscono così la realtà attuale. Le cifre provenienti da fonti diverse indicano un serio aumento delle spese militari, che si traduce in una aumentata produzione dei diversi tipi di armi, alla quale, secondo istituti specializzati, corrisponde un nuovo impulso nel commercio delle armi. I mezzi d'informazione hanno concentrato ultimamente gran parte della loro attenzione sulla ricerca e l'uso su vasta scala delle armi chimiche. D'altra parte, hanno visto la luce nuove armi nucleari.

Davanti ad un'Assemblea così competente come la vostra, non è necessario esporre le cifre che la vostra Organizzazione stessa ha pubblicato a questo proposito. Sia sufficiente, a titolo indicativo, citare lo studio secondo il quale il totale delle spese militari del pianeta corrisponde ad una media di centodieci dollari a persona l'anno, cioè ciò che per molti abitanti di questo stesso pianeta rappresenta il reddito di cui dispongono per vivere durante lo stesso periodo.

Di fronte a questo stato di cose, esprimo ben volentieri la mia soddisfazione perché le Nazioni Unite si sono nuovamente proposte di affrontare il problema del disarmo, e sono riconoscente della possibilità che mi è cortesemente offerta di rivolgervi la parola in quest'occasione.

Benché non sia membro della vostra Organizzazione, la Santa Sede ha presso di essa, da un certo tempo, una sua propria Missione permanente di osservazione che le permette di seguirne giorno dopo giorno le attività. Nessuno ignora come i miei predecessori apprezzassero i vostri lavori. Io stesso ho avuto l'opportunità, in particolare in occasione della mia visita alla sede dell'ONU, di far mie le parole di stima a proposito della vostra Organizzazione. Insieme a loro, ne comprendo le difficoltà e, esprimendo l'augurio che i suoi sforzi siano ricompensati da risultati più importanti e migliori, riconosco il suo ruolo prezioso e insostituibile per assicurare al mondo un avvenire più sereno e pacifico.

E' la voce di chi non ha interessi, né poteri politici ed ancor meno forza militare, quella che la vostra cortesia mi consenta di fare nuovamente risuonare in quest'aula. Qui, dove convergono praticamente quelle di tutte le nazioni, grandi e piccole, la mia parola porta in essa l'eco della coscienza morale dell'umanità allo stato puro, se mi passate l'espressione. Essa non è accompagnata da preoccupazioni o interessi di altra natura, che potrebbero velarne la testimonianza e renderla meno credibile.

Una coscienza illuminata e guidata dalla fede cristiana, senza dubbio, ma che non è per questo meno profondamente umana, al contrario. E' dunque una coscienza comune a tutti gli uomini di buona e sincera volontà.

La mia voce diviene l'eco delle angosce, delle aspirazioni, delle speranze e dei timori di miliardi di uomini e di donne che, da tutte le latitudini, guardano alla vostra Assemblea domandandosi se ne nascerà, come essi sperano, una luce rassicurante, oppure una nuova e preoccupante delusione. Senza aver ricevuto da tutti il mandato, credo di potermi fare interprete fedele presso di voi di questi sentimenti che sono i loro.

Non voglio né posso addentrarmi negli aspetti politici e tecnici del problema del disarmo quale si presenta al giorno d'oggi, ma mi permetterei d'attirare la vostra attenzione su quei principi etici che sono alla base di tutta la discussione e di tutta la decisione auspicabile in quest'ambito.

2. Il mio punto di partenza si radica in una constatazione unanimemente ammessa non solamente dai vostri popoli, ma anche dai governi che voi presiedete o rappresentate: il mondo desidera la pace, il mondo ha bisogno della pace.

Ai nostri giorni, rifiutare la pace non significa solamente provocare le sofferenze e le perdite che comporta - oggi più che nel passato - una guerra, anche limitata, questa potrebbe ugualmente comportare la distruzione totale di intere regioni, con la minaccia possibile o probabile di catastrofi di proporzioni ancora più vaste, persino universali.

I responsabili della vita dei popoli sembrano impegnati soprattutto in una ricerca febbrile di vie politiche e di soluzioni tecniche che permettano di «contenere» gli effetti di eventuali conflitti. Pur riconoscendo i limiti dei loro sforzi in questo senso, essi persistono in queste vie, tanto è diffusa la convinzione che a lungo termine le guerre sono inevitabili, e anche tanto, e soprattutto, lo spettro di un possibile confronto militare tra i grandi campi che dividono il mondo d'oggi continua a ossessionare il destino dell'umanità.

Certamente, nessuna potenza, nessun uomo di Stato ammetterà mai di voler progettare una guerra o prenderne l'iniziativa. Tuttavia, una diffidenza reciproca fa credere o temere che gli altri nutrano progetti o una volontà di questo tipo, in modo che nessuno sembra non ravvisare altra soluzione possibile, se non necessaria, che quella di preparare una forza di difesa sufficiente per rispondere a un eventuale attacco.

3. Molti credono anche che una tale preparazione costituisca un cammino - volto a salvaguardare la pace, o almeno a impedire il più possibile, e nel modo più efficace, il verificarsi di conflitti, soprattutto di grandi conflitti che comporterebbero il supremo olocausto dell'umanità e la distruzione della civiltà che l'uomo ha laboriosamente conquistato nel corso dei secoli.

Questa è ancora, come si vede, la «filosofia della pace» enunciata nell'antico detto romano: «Si vis pacem, para bellum».

Tradotto in termini moderni, questa «filosofia» ha preso il nome di «dissuasione», e si è rivestita delle forme della ricerca di un «equilibrio di forze» che, talvolta, è stato chiamato, non senza ragione, «equilibrio del terrore».

Come ha rilevato il mio predecessore Paolo VI: «La logica immanente nella ricerca di equilibri di forze spinge ciascuno degli avversari a tentare di assicurarsi un certo margine di superiorità, per paura di trovarsi in una situazione di svantaggio» («Discorso all'Assemblea generale dell'ONU, 24 maggio 1978: «Insegnamenti», XVI, [1978], 452).

Così, praticamente, è facile la tentazione - e il pericolo sempre presente - di vedere che la ricerca di un equilibrio si trasformi in una ricerca di una superiorità tale da rilanciare in modo ancora più pericoloso la corsa agli armamenti.

Ecco, in realtà, la tendenza che sembra continuare a prevalere oggi, e può darsi anche in modo più accentuato di prima. E voi vi siete proposti, come fine specifico di questa Assemblea, di ricercare come sarebbe possibile invertire questa tendenza.

Questo fine può apparire ancora, per così dire, «minimalista», ma è di un'importanza fondamentale, perché solo una simile inversione può far sperare che l'umanità si impegni sulla via che porta al traguardo tanto desiderato da tutti, anche se tutti lo considerano sempre come una utopia: un disarmo totale, reciproco e completato da tali garanzie di un controllo effettivo che diano a tutti la fiducia e la sicurezza necessarie.

Così, questa Sessione straordinaria riflette ancora un'altra constatazione. Insieme alla pace, il mondo desidera il disarmo. Il mondo ha bisogno del disarmo.

Del resto, tutto il lavoro compiuto in seno al Comitato per il disarmo, in differenti commissioni o sotto-commissioni e in seno ai Governi, come l'attenzione prestata dall'opinione pubblica attesta l'importanza che si dà ai nostri giorni alla difficile questione del disarmo.

La convocazione stessa di questa riunione porta in sé un giudizio: le nazioni del mondo sono già altamente armate e fin troppo impegnate in politiche che rafforzano questa tendenza. Implicitamente un tale giudizio include la convinzione che questa tendenza è sbagliata e che le nazioni del mondo impegnate in questo cammino hanno bisogno di ripensare alla loro posizione.

Ma la situazione è complessa e numerosi valori - di cui certi di livello più alto - entrano in gioco. Si possono esprimere punti di vista divergenti. Bisogna dunque affrontare i problemi con realismo e onestà.

E' per questo innanzitutto che io prego il Signore affinché vi accordi la forza di spirito e la buona volontà necessarie per adempiere al vostro compito e far avanzare quanto si può la causa della pace, fine ultimo di tutti i vostri sforzi durante questa Sessione straordinaria. Così dunque la mia parola è una parola di incoraggiamento e di speranza. Incoraggiamento a non lasciare che le vostre energie si indeboliscano a causa della complessità dei problemi o a causa degli insuccessi del passato o del presente. Parole di speranza perché noi sappiamo che solo gli uomini di speranza sono in grado di avanzare pazientemente e tenacemente verso le mete degne degli sforzi migliori e verso il bene comune.

4. Può essere che ai nostri giorni, nessuna questione tocchi tanti aspetti della condizione umana come quella degli armamenti e del disarmo. Esso comporta aspetti scientifici e tecnici, aspetti sociali ed economici. Esso include anche gravi problemi di natura politica che toccano le relazioni tra gli Stati e i popoli. I nostri sistemi mondiali d'armamenti influenzano inoltre in larga misura lo sviluppo culturale. A coronare il tutto, intervengono le questioni spirituali che riguardano l'identità stessa dell'uomo e le sue scelte per il futuro e per le generazioni a venire.

Offrendovi le mie riflessioni, ho presente allo spirito tutte queste dimensioni: tecniche, scientifiche, sociali, economiche, politiche e soprattutto etiche, culturali e spirituali.

5. Dopo la fine della seconda guerra mondiale e l'inizio dell'era atomica, la Santa Sede e la Chiesa cattolica hanno avuto un atteggiamento molto chiaro. La Chiesa ha continuamente cercato di contribuire alla pace e alla costruzione di un mondo che non debba più ricorrere alla guerra per regolare le controversie. Essa ha incoraggiato a mantenere un clima internazionale di reciproca fiducia e di cooperazione. Ha appoggiato le strutture capaci di assicurare la pace. Ha ricordato gli effetti disastrosi della guerra. Nella misura in cui aumentavano i mezzi di distruzione omicida, ha rilevato i pericoli in cui si incorreva e, al di là dei pericoli immediati, ha indicato i valori da coltivare per sviluppare la cooperazione, la fiducia reciproca, la fraternità e la pace.

Già nel 1946, il mio predecessore Papa Pio XII si riferiva alla «potenza dei nuovi strumenti di distruzione che riconducono il problema del disarmo al centro delle discussioni internazionali con aspetti completamente nuovi» («Discorso al Sacro Collegio dei Cardinali, 24 dicembre 1946: AAS 39 [1947] 13ss)).

I Papi successivi e il Concilio Vaticano II hanno proseguito la riflessione adattandola al contesto dei nuovi armamenti e al controllo degli armamenti. Se gli uomini rivolgessero la loro attenzione su questo compito con buona volontà e avessero nel loro cuore e nei loro piani la pace come obiettivo, potrebbero essere trovate strutture adeguate elaborate per assicurare la legittima sicurezza di ciascun popolo nel reciproco rispetto e nella pace, e allora gli arsenali della paura e della minaccia di morte diventerebbero superflui. L'insegnamento della Chiesa cattolica è dunque chiaro e coerente. Deplora la corsa agli armamenti, domanda almeno una progressiva riduzione reciproca e verificabile così come le più grandi precauzioni contro i possibili errori nell'uso degli armamenti nucleari. Nel medesimo tempo, la Chiesa rivendica per ogni nazione il rispetto dell'indipendenza, della libertà e della legittima sicurezza.

Desidero assicurarvi della costante preoccupazione della Chiesa cattolica e degli sforzi di cui essa non cesserà di dare prova finché gli armamenti non saranno interamente controllati, la sicurezza di tutti i popoli garantita e finché i cuori di tutti gli uomini non saranno guadagnati a scelte etiche che garantiranno una pace durevole.

6. Vengo ora al dibattito che vi occupa, a proposito del quale bisogna in primo luogo riconoscere che nessun componente degli affari internazionali può essere considerato isolatamente e separatamente dai numerosi interessi delle nazioni. Ciononostante, un conto è riconoscere l'interdipendenza delle questioni, un altro è sfruttarle per trarne vantaggio su di un altro piano. Gli armamenti, le armi nucleari e il disarmo sono troppo importanti e in se stessi e per il mondo perché essi divengano semplicemente parte di una strategia che ne sfrutti l'importanza intrinseca in favore di una politica o di altri interessi.

7. E' dunque importante constatare debitamente, con la prudenza e l'obiettività che esse meritano, ciascuna delle proposte serie volte a contribuire al disarmo reale ed a creare un clima migliore. Anche i piccoli passi hanno un valore che va al di là del loro aspetto materiale e tecnico. Quale che sia l'ambito considerato, noi abbiamo bisogno oggi di prospettive nuove e di disponibilità all'ascolto rispettoso e d'accoglienza attenta ai suggerimenti onesti di tutti coloro che si occupano con responsabilità di questioni così controverse.

A questo proposito, emerge quello che chiamerei il fenomeno della retorica. Un ambito così teso e carico di inevitabili pericoli non può lasciare posto a specie di discorsi forzati o di posizioni provocatorie. Il compiacersi della retorica, del vocabolario infiammato e appassionato, delle minacce velate e delle controminacce e delle manovre sleali non può che esacerbare l'acutezza di un problema che richiede un esame sobrio e attento. D'altra parte, i Governi e i loro responsabili non possono condurre gli affari degli Stati indipendentemente dai desideri dei loro popoli. La storia delle civiltà ci offre esempi spaventosi di ciò che accade quando si tenta questa esperienza. E le paure e le preoccupazioni di numerosi gruppi nelle differenti parti del mondo rivelano che la gente è sempre più spaventata al pensiero di ciò che accadrebbe se degli irresponsabili provocassero una guerra nucleare.

Così, un po' dovunque, si sono sviluppati movimenti per la pace. In numerosi paesi, questi movimenti, divenuti estremamente popolari, sono sostenuti da una parte crescente di cittadini di differenti strati sociali, di tutte le età e di diversa formazione, specialmente di giovani. I fondamenti ideologici di questi movimenti sono molteplici. I loro progetti, le loro proposte, le loro politiche variano grandemente e possono molte volte prestare il fianco a strumentalizzazioni di parte. Ma al di là di queste divergenze di forme, vi è un desiderio di pace profondo e sincero.

Così non posso che associarmi al vostro progetto di appellarsi all'opinione pubblica perché nasca una vera coscienza universale dei terribili rischi della guerra, coscienza che produrrà a sua volta uno spirito di pace generalizzato.

8. Nelle attuali condizioni, una dissuasione basata sull'equilibrio, non certamente come un fine in sé ma come una tappa sulla via di un disarmo progressivo, può ancora essere giudicata come moralmente accettabile.

Tuttavia, per assicurare la pace, è indispensabile non accontentarsi di un minimo sempre minacciato da un reale pericolo di esplosione.

Che fare allora? In assenza di una autorità sovranazionale quale è stata già auspicata da Papa Giovanni XXIII nella sua enciclica «Pacem in Terris» e che si era sperato di trovare nell'Organizzazione delle Nazioni Unite, l'unica soluzione realistica davanti alla minaccia di una guerra rimane ancora il negoziato. A questo proposito, amo ricordarvi una frase di sant'Agostino che già ho citato una volta: «Uccidi la guerra con le parole delle trattative, ma non uccidere gli uomini con la spada». Ancor oggi riaffermo davanti a voi la mia fiducia nella forza dei negoziati leali per pervenire a soluzioni giuste ed eque. Questi negoziati esigono pazienza e costanza e debbono in particolare mirare ad una riduzione degli armamenti che sia equilibrata, simultanea e internazionalmente controllata.

Più precisamente ancora, l'evoluzione in corso sembra portare ad una crescente interdipendenza dei tipi d'armamenti. In queste condizioni come considerare una riduzione equilibrata, se i negoziati non coprono l'insieme delle armi? A questo proposito, il proseguimento dello studio del «programma globale di disarmo», che la vostra Organizzazione ha già intrapreso, potrà facilitare il necessario coordinamento dei diversi convegni e portare a risultati più veri, più equi ed efficaci.

9. Infatti, le armi nucleari non sono i soli mezzi di guerra e di distruzione. La produzione e la vendita di armi convenzionali nel mondo sono un fenomeno realmente allarmante e, sembra, in piena espansione. I negoziati sul disarmo non potranno essere completi se essi ignoreranno il fatto che l'80 per cento delle spese per gli armamenti è riferito alle armi convenzionali. D'altra parte il loro traffico sembra svilupparsi ad un ritmo crescente e si orienta di preferenza verso i paesi in via di sviluppo. Ogni passo compiuto ed ogni cammino intrapreso per limitare questa produzione e questo traffico e sottometterlo ad un controllo sempre più efficace è un contributo significativo alla causa della pace.

I recenti avvenimenti hanno confermato la potenza distruttiva delle armi convenzionali e le spiacevoli condizioni alle quali si condannano gli Stati tentati di ricorrervi per regolare le loro controversie.

10. Ma la considerazione degli aspetti quantitativi degli armamenti tanto nucleari che convenzionali non è sufficiente. Un'attenzione del tutto particolare deve essere rivolta al loro perfezionamento perseguito grazie a nuove tecnologie tra le più avanzate, perché proprio qui si trova una delle dimensioni essenziali della corsa agli armamenti. L'ignorarlo condurrebbe a illudersi e a non offrire agli uomini desiderosi di pace che una falsa apparenza.

La ricerca e la tecnologia devono sempre essere messe al servizio dell'uomo. Ai nostri giorni, troppo frequentemente se ne fa un uso ed un abuso per altri scopi. Rivolgendomi il 2 giugno 1980 agli uomini di scienza e di cultura dell'Assemblea dell'UNESCO, avevo ampiamente sviluppato questo tema. Ancora oggi mi sia permesso suggerire che almeno una percentuale non indifferente di fondi destinati alla tecnologia e alla scienza degli armamenti siano riservati allo sviluppo di meccanismi e di dispositivi che garantiscano la vita e il benessere dell'uomo.

11. Nel suo discorso all'Organizzazione delle Nazioni Unite, il 4 ottobre 1965, Papa Paolo VI ha enunciato una profonda verità, quando dichiarò: «La pace non si costruisce solamente mediante la politica e l'equilibrio delle forze e degli interessi. Essa si costruisce con lo Spirito, le idee, le opere di pace». Le opere dello Spirito, le idee, i prodotti della cultura e le forze creative dei popoli sono destinate ad essere condivise. Le strategie di pace che rimangono a livello tecnico e scientifico, che determinano gli equilibri e verificano controlli non assicureranno una vera pace se non quando non si saranno creati e rafforzati dei legami tra i popoli. Stabilite dei legami che uniscano i popoli tra loro. Siate voi a fornire i mezzi che conducano i popoli a condividere le loro culture e i loro valori. Abbandonate tutti gli interessi meschini che abbandonano una nazione alla mercé di un'altra sul piano economico, sociale o politico.

In questo medesimo spirito, i lavori di esperti qualificati che rilevano il rapporto tra disarmo e sviluppo meritano di essere studiati e seguiti dall'azione. Non è cosa nuova quella di considerare il trasferimento delle risorse finanziarie destinate allo sviluppo degli armamenti, verso lo sviluppo dei popoli, ma l'idea non perde per questo la sua attualità e la Santa Sede l'ha fatta sua da lungo tempo. Ogni risoluzione dell'Assemblea Generale in questo senso riceverà ovunque l'approvazione e l'appoggio degli uomini e delle donne di buona volontà.

L'istituzione di legami tra i popoli significa la riscoperta e la riaffermazione di tutti i valori che rafforzano la pace e che uniscono i popoli nell'armonia, significa inoltre il rinnovamento di quanto c'è di meglio nel cuore dell'uomo, che è alla ricerca del bene degli altri nella fraternità e nell'amore.

12. Vorrei aggiungere un'ultima considerazione: la produzione ed il possesso degli armamenti sono la conseguenza di una crisi etica che corrode la società in tutte le sue dimensioni: politica, sociale, ed economica. La pace, l'ho ripetuto più volte, è il risultato del rispetto dei principi etici. Il vero disarmo, quello che garantirà la pace tra i popoli, non avverrà se non con la risoluzione di questa crisi etica. Se gli sforzi per la riduzione degli armamenti, in vista del disarmo totale, non sono accompagnati parallelamente da una rinascita etica, sono votati in anticipo all'insuccesso.

Il cercare di rimettere il nostro mondo nella prospettiva di eliminare la confusione degli spiriti generata dalla pura ricerca degli interessi e dei privilegi o dalla difesa di pretese ideologiche è il compito assolutamente prioritario se si vuole giungere ad un progresso nella lotta per il disarmo. Altrimenti si rimarrà nell'ambito di false apparenze.

Poiché la vera causa della nostra insicurezza si trova in una crisi profonda dell'umanità, vale la pena grazie ad una sensibilizzazione delle coscienze nei riguardi dell'assurdità della guerra, creare condizioni materiali e spirituali che diminuiscano le disuguaglianze stridenti e che ridonino a tutti un minimo di spazio per la libertà di spirito.

La convivenza di ricchi e di poveri non può più essere tollerata in un mondo in cui la comunicazione è tanto rapida quanto generalizzata, senza che nasca un risentimento che si tramuta in violenza. D'altra parte, lo spirito ha anche i suoi diritti primordiali e inalienabili, ed è perciò a giusto titolo che reclama, nei paesi in cui gli manca, lo spazio per vivere secondo le proprie convinzioni. Invito tutti coloro che combattono per la pace ad impegnarsi in questa lotta per l'eliminazione delle vere cause dell'insicurezza dell'uomo, di cui la terribile corsa agli armamenti è uno degli effetti.

13. Invertire la tendenza attuale della corsa agli armamenti comprende dunque una lotta parallela su due fronti: da una parte, una lotta immediata ed urgente dei governi per ridurre progressivamente ed equamente gli armamenti, e d'altra parte, una lotta più paziente ma non meno necessaria a livello della coscienza dei popoli che si riferisca alla causa etica dell'insicurezza generatrice di violenza, alla conoscenza delle disuguaglianze materiali e spirituali del nostro mondo.

Senza pregiudizi di alcun tipo, uniamo tutte le nostre forze razionali e spirituali degli uomini di Stato e dei cittadini, dei responsabili religiosi per uccidere la violenza e l'odio e ricercare cammini di pace.

La pace è il fine supremo dell'attività delle Nazioni Unite. Essa deve esserlo anche per tutti gli uomini di buona volontà. Purtroppo, ancora ai nostri giorni, tristi realtà oscurano l'orizzonte della vita internazionale e causano tante sofferenze, distruzioni e preoccupazioni che potrebbero far perdere all'umanità ogni speranza d'essere in grado di dominare il proprio avvenire nella concordia e nella collaborazione dei popoli. Malgrado il dolore che pervade la mia anima, mi sento autorizzato, e persino obbligato, a riaffermare solennemente davanti a voi come davanti al mondo, ciò che i miei predecessori ed io stesso abbiamo ripetuto più volte in nome della coscienza, in nome della morale, in nome dell'umanità e in nome di Dio:

la pace non è un'utopia né un ideale inaccessibile, né un sogno irrealizzabile.

La guerra non è una calamità inevitabile.

La pace è possibile.

E proprio perché è possibile, la pace è un dovere. Un dovere molto grave. Una responsabilità suprema.

La pace è difficile, certamente, ed esige molta buona volontà, saggezza, tenacia. Ma l'uomo può e deve far prevalere la forza della ragione sulle ragioni della forza.

La mia ultima parola è dunque ancora una parola di incoraggiamento e di esortazione. E come la pace, affidata alla responsabilità dell'uomo, resta quanto meno un dono di Dio, essa si traduce anche in preghiera a colui che ha nelle sue mani i destini dei popoli.

Vi ringrazio per l'attività che svolgete per far progredire la causa del disarmo: disarmo degli ordigni di morte e disarmo degli spiriti.

Che Dio benedica i vostri sforzi.

E che questa Assemblea possa rimanere nella storia come un segno di conforto e di speranza.

Dal Vaticano, 7 giugno 1982.

IOANNES PAULUS PP. II

 



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