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MESSAGGIO DI GIOVANNI PAOLO II
ALLA CONFERENZA EPISCOPALE POLACCA IN OCCASIONE
DEL 50° ANNIVERSARIO DELL’INIZIO DELLA II GUERRA MONDIALE

 

1. “. . . E allora il nostro messaggio raggiunge il suo vertice - disse il Papa Paolo VI, il 4 ottobre del 1965, all’assemblea dell’Organizzazione delle Nazioni Unite - . . .Voi attendete da noi questa parola che non può svestirsi di gravità e di solennità: non gli uni contro gli altri, non più, non mai . . . Non occorrono molte parole per proclamare questo sommo fine di questa istituzione. Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità” (Allocutio ad Nationum Unitarum Legatos, die 4 oct. 1965: AAS 57 [1965] 881).

2. Il 10 settembre 1989 ricorre il cinquantesimo anniversario dello scoppio della seconda guerra mondiale. Quando, nelle prime ore del mattino di quel giorno, la Polonia fu assalita dal confine occidentale, tutto il popolo fu pronto a rispondere a quell’invasione armata, affrontando la guerra in difesa della Patria mortalmente minacciata.

Erano passati allora poco più di venti anni dal momento in cui la Polonia aveva riacquistato l’indipendenza ed aveva potuto ricominciare una vita autonoma come Stato sovrano. Ed anche in tal periodo, relativamente breve, essa aveva incontrato molte difficoltà sia interne che esterne sulla via del suo sviluppo, tuttavia questo progrediva palesemente. Decisa fu perciò la volontà di difendere la Patria, anche se le forze erano disuguali. Degno di ammirazione e di eterno ricordo è stato questo slancio senza eguali di tutta la società, e particolarmente della generazione giovane dei Polacchi, in difesa della Patria e dei suoi valori essenziali.

Questa volontà di difendere l’indipendenza dello Stato accompagnò i figli e le figlie della nostra Nazione non solo nel Paese occupato, ma anche su tutti i fronti del mondo, dove i Polacchi si batterono per la libertà propria ed altrui. Infatti la guerra, iniziata il 1° settembre, si allargò ben presto ad altri paesi europei ed extraeuropei. Nuovi popoli furono vittime dell’invasione hitleriana, o si trovarono esposti ad una radicale minaccia. Nel corso di quella guerra, che apparve subito come una difesa irrinunciabile dell’Europa e della sua civiltà dinanzi alla prepotenza totalitaria, il popolo polacco adempì pienamente - si può dire, anzi, in modo sovrabbondante - i suoi impegni di alleato, pagando il più alto prezzo per la “libertà nostra e vostra”.

Ne rendono testimonianza anche le perdite subite. Esse sono state immense, forse molto più grandi delle perdite di qualsiasi altro paese alleato: soprattutto le perdite di uomini e, in pari tempo, l’enorme distruzione del Paese, tanto nella sua parte occidentale che in quella orientale. Infatti è noto che, il 17 settembre 1939, la Polonia fu invasa pure dal confine orientale. I trattati di non aggressione, precedentemente firmati, furono violati e cancellati dall’accordo del 23 agosto 1939 tra il Reich tedesco e l’Unione Sovietica. Quell’accordo, che viene definito come il “quarto smembramento della Polonia”, sentenziò in pari tempo la condanna a morte dei paesi baltici, confinanti a Nord con la Polonia.

La dimensione delle perdite subite ed ancor più la dimensione delle sofferenze inflitte alle persone, alle famiglie, alle comunità è veramente difficile da calcolare. Molti fatti sono noti, molti altri devono essere ancora messi in luce. La guerra si svolse non solo al fronte ma, in quanto guerra totale, colpì le intere società. Interi ambienti furono deportati. Migliaia di persone diventarono vittime delle prigioni, di torture e di esecuzioni capitali. Gli uomini morivano al di fuori delle operazioni belliche, come vittime dei bombardamenti e del terrore sistematico, il cui strumento organizzato furono i campi di concentramento, formalmente finalizzati al lavoro, ma trasformati in realtà in campi di morte. Un crimine particolare della seconda guerra mondiale rimane lo sterminio massiccio degli Ebrei, destinati alle camere a gas a motivo dell’odio razziale.

Quando tutto ciò ci si presenta davanti agli occhi, le parole di Paolo VI all’assemblea delle Nazioni Unite assumono il loro pieno significato. Anzi, la realtà storica della seconda guerra mondiale è più terribile di qualsiasi termine, con cui si possa definire.

3. Ma occorre parlarne? Essendo passati cinquant’anni dallo scoppio di tale guerra, la generazione che l’ha sperimentata e sofferta vive ancora. Intanto, però, sono cresciute almeno due generazioni, per le quali essa è soltanto un capitolo di storia. Bisogna far sì che quel tragico evento non cessi di essere un avvertimento.

Le Nazioni Unite hanno mostrato di rendersene conto, pubblicando, subito dopo la conclusione della guerra, “La carta dei diritti dell’uomo”. L’eloquenza di quel documento è fondamentale. La seconda guerra mondiale ha reso tutti consapevoli della dimensione, fino allora sconosciuta, a cui può giungere il disprezzo dell’uomo e la violazione dei suoi diritti. Essa ha compiuto una mobilitazione inaudita dell’odio, che ha calpestato l’uomo e tutto ciò che è umano nel nome di un’ideologia imperialistica.

Molti si sono posti la domanda se, dopo quella terribile esperienza, fosse ancora possibile avere una certezza.

Infatti, le mostruosità di quella guerra si manifestarono in un continente, che si vantava di una particolare fioritura di cultura e di civiltà; nel continente che più a lungo è rimasto nel raggio del Vangelo e della Chiesa.

Veramente, è difficile continuare il cammino avendo dietro di noi questo terribile calvario degli uomini e delle nazioni. Rimane un solo punto di riferimento: la Croce di Cristo sul Golgota, di cui l’Apostolo delle genti dice: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5, 20).

Guidata da questa fede, la Chiesa, insieme con gli uomini del nostro secolo, con i popoli dell’Europa e del mondo, cerca di trovare la via verso il futuro.

4. La ricerca di questa via riguarda tutti gli abitanti del continente europeo. Riguarda in modo particolare la Polonia, che cinquant’anni fa, per prima, cercò di dire decisamente “no” alla prepotenza armata dello Stato hitleriano - e pagò per prima per questa sua determinazione. Su tutti i fronti, ed anche nella lotta partigiana condotta in Patria, nell’insurrezione di Varsavia, i figli e le figlie della nostra Nazione, hanno dato innumerevoli prove di quanto preziosa fosse per loro la causa dell’indipendenza della Patria. Dopo la conclusione di quella terribile lotta, essi furono costretti a porsi la domanda se le decisioni prese alla fine del conflitto rispettassero l’ingente contributo dei loro sforzi e dei sacrifici subiti; se, pur trovandosi dalla parte dei vincitori, non fossero stati trattati piuttosto come vinti? Tale domanda diventò sempre più insistente, spingendo con sempre maggiore forza ad intraprendere nuove lotte. Infatti non è vera sovranità quella di uno Stato nel quale la società non è sovrana: quando cioè questa non ha la possibilità di decidere del bene comune, quando le viene negato il diritto fondamentale della partecipazione al potere e alle responsabilità.

Pio XII, nel delineare i principi morali ai quali avrebbe dovuto ispirarsi il mondo dopo la conclusione della guerra, sottolineò con forza che “nel campo di un nuovo ordinamento fondato sui principi morali, non vi è posto per la lesione della libertà, dell’integrità e della sicurezza di altre Nazioni, qualunque sia la loro estensione territoriale o la loro capacità di difesa”.

Passando poi all’ambito economico tale Papa ricordò i diritti delle Nazioni “alla tutela del loro sviluppo economico giacché soltanto in tale guisa potranno conseguire adeguatamente il bene comune, il benessere materiale e spirituale del proprio popolo” (Nuntius radiophonicus, die 24 dec. 1941: AAS 34 [1942], 16-17).

È difficile resistere alla convinzione che i decenni del dopoguerra non abbiano portato con sé la crescita e il progresso tanto desiderati dalla nazione polacca, e tanto necessari alla Patria dopo le distruzioni della seconda guerra mondiale, ma piuttosto abbiano provocato una grande crisi socio-economica e nuove perdite - non più sui fronti della lotta armata - ma sul fronte pacifico della lotta per il futuro migliore della Patria, per il posto che le compete tra le nazioni e gli Stati dell’Europa e del mondo.

5. Mi permetto di ritornare ancora una volta alle parole di Paolo VI. Vi ho fatto riferimento già per due volte, durante le mie visite alla Polonia (2 giugno 1979 e 17 giugno 1983). Le ripeto ancora una volta nel contesto attuale. Quel Pontefice disse: “Una Polonia prospera e serena è . . . nell’interesse della tranquillità e della buona collaborazione fra i popoli d’Europa”.

Queste parole sono indirizzate ai Polacchi. Dipende sicuramente e in misura determinante dai Polacchi, se la Polonia sarà “prospera e serena”; se sarà il Paese di un multiforme progresso; se ricupererà il ritardo, non soltanto economico, che è frutto amaro del sistema che ha esercitato il potere; se sarà capace di ricostruire nei milioni dei suoi cittadini, particolarmente dei giovani, la fiducia nel proprio futuro. Tutto questo dipende dai Polacchi.

Ma le parole di Paolo VI sono indirizzate anche a tutta l’Europa: Oriente ed Occidente.

Nessuno può cancellare le tracce della responsabilità, che in modo così terribile hanno pesato sulla storia della nostra Nazione e delle altre nazioni d’Europa.

La comune decisione dell’agosto 1939, l’accordo firmato dal Reich tedesco e dall’Unione Sovietica, che condannava a morte la Polonia ed altri paesi, non fu un avvenimento senza precedenti. Si ripetè allora ciò che già una volta era stato decretato, alla fine del secolo XVIII, in Occidente, dai nostri vicini, e che fu programmaticamente mantenuto fino agli inizi di questo secolo. Intorno alla metà del nostro secolo si è ripetuta la stessa decisione di distruzione e di sterminio.

Le nazioni europee non se ne possono dimenticare. Particolarmente in questo continente, del quale è stato detto che è l’“Europa delle patrie”, non si possono dimenticare i fondamentali diritti sia dell’uomo che della nazione!

E occorre costruire un sistema di forze tale che nessuna supremazia economica o militare possa distruggere un altro paese, e conculcarne i diritti.

6. “Arriverà mai il mondo a cambiare la mentalità particolaristica e bellicosa, che finora ha tessuto tanta parte della sua storia?” - si chiedeva Paolo VI nel suo discorso all’Organizzazione delle Nazioni Unite. E rispondeva: “È difficile prevedere; ma è facile affermare che alla nuova storia, quella pacifica, quella veramente e pienamente umana, quella che Dio ha promesso agli uomini di buona volontà, bisogna risolutamente incamminarsi” (Allocutio ad Nationum Unitarum Legatos, die 4 oct. 1965: AAS 57 [1965] 882).

Si può dire che l’Europa - nonostante le apparenze - non è ancora guarita dalle ferite riportate nel corso della seconda guerra mondiale. Perché questo avvenga sono necessari un enorme sforzo e una forte volontà in Oriente e in Occidente; è necessaria una vera solidarietà.

Nelle mani della Conferenza Episcopale Polacca pongo, per il giorno 1° settembre 1989, questi auguri per la nostra Patria.

7. In questo giorno le comunità credenti, in Europa e nel mondo, si riuniranno in preghiera. Quanti uomini dovranno essere abbracciati da questa preghiera, riportando alla memoria le loro sofferenze e le loro offerte, i loro sacrifici e soprattutto la loro morte!

E non ci sono solo quelli che hanno subito sofferenze e morte; ci sono anche coloro che le hanno inflitte, coloro che hanno una enorme responsabilità per gli orrori di questa guerra. Una responsabilità con cui vanno tutti dinanzi al giudizio di Dio.

Quanti uomini, quanti milioni di esseri umani deve realmente abbracciare la nostra preghiera in questo giorno?! Li possiamo paragonare a quella “moltitudine immensa” (cf. Ap 7, 9) vista da san Giovanni nell’Apocalisse?

Questa “visione” dell’Apocalisse non è unicamente soggetta alla legge della distruzione e della morte. Poiché in essa è presente “il Sangue dell’Agnello” (cf. Ap 7, 14). Il sangue che opera con la potenza della Redenzione, più grande di qualsiasi potenza della distruzione e del male nella storia dell’uomo sulla terra.

Riuniti in preghiera nel giorno che ci ricorda il cinquantesimo anniversario delle grandi distruzioni della seconda guerra mondiale, non cessiamo quindi di ripensare alle parole ispirate da Dio: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21, 5).

Con queste parole Cristo ricorda alle generazioni sempre nuove la verità della sua Pasqua salvifica.

Questi pensieri, questa preghiera, e una viva speranza depongo nelle mani materne della Regina della Polonia di Jasna Gora, nella quale Dio ci ha dato un “meraviglioso aiuto e difesa”.

Dal Vaticano, il 26 agosto 1989, solennità della beata Vergine Maria di Czestochowa.

 

IOANNES PAULUS PP. II



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