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  750° ANNIVERSARIO DELL'APPROVAZIONE DELLA REGOLA FRANCESCANA

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI XXIII*

Arcibasilica Lateranense
Giovedì, 16 aprile 1959

 

Questi primi mesi d'inizio del Nostro servizio apostolico di successore di S. Pietro nell'episcopato romano sono segnati dal rincorrersi di alcune date storiche e religiose, che si volgono ad auspicio felice. L'odierno ritrovo di cristiana fraternità di sacerdoti e laici, di varie lingue, in diversa configurazione di abito esteriore, ma con eguale semplicità e vivezza di ricordi e di cuori, è uno dei più caratteristici e più lieti.

Qui al Laterano, nella Basilica « Urbis et Orbis mater et caput », non sono gli Apostoli che stasera ci adunano: ma S. Francesco d'Assisi, l'« homo catholicus et totus apostolicus », che raccoglie i suoi figli da oltre sette secoli intorno a sé.

Dalla grande statua di bronzo della piazza immensa, egli invita a contemplare la magnifica e misteriosa « sedes papalis atque patriarchalis ».

Eccolo nel mosaico centrale fulgente in posto d'onore, lui fra la Madonna e S. Pietro, e il suo grande figlio S. Antonio di Padova, fra S. Giovanni Battista e l'Evangelista. Qua e là sulle vecchie lapidi ricompare il suo nome benedetto, e il ricordo degli avvenimenti preclari della sua visita a questo colle santificato e veneratissimo nei secoli, come nella iscrizione di Papa Nicolao, Francisci proles primus de sorte Minoruìn: il primo dei cinque Papi francescani.

Stasera è il ricordo della sua Regola, che ci attrasse quassù. Si direbbe che la figura di Papa Innocenzo III di incomparabile memoria, qui riposante nel suo nobile e magnifico mausoleo, si sia come svegliata dal suo riposo per riconfermarci la realtà del suo sogno, il prodigio della Provvidenza celeste: per cui quella Regola, approvata non senza esitazione in un primo tempo, e poi per divina ispirazione riconosciuta come richiamo di Gesù al suo insegnamento più alto, venne ornata la prima volta da apostolico sigillo.

Può destare qualche ammirazione il fatto della moltiplicazione delle famiglie religiose, che sotto lo stesso nome del Poverello di Assisi presentano variazioni così numerose, e talora impressionanti, di abito, di vita monastica, di forme di apostolato. Ma per chi sa scrutare le intimità del sentimento, del cuore, del pensiero umano; per chi, avendo veduto molta parte dell'Orbe, si rende conto di antiche e di recenti esperienze, e sa precisare e distinguere fra ciò che è principio sacro e Vangelo eterno, e ciò che è mutevolezza di climi, di temperamenti, di contingenze locali: cresce piuttosto lo stupore per questa fedeltà ai punti fondamentali della Regola Francescana antica, questo fervore di ritorno alla sua purezza primitiva. La legge della natura che colorisce le aurore, fa divampare il meriggio, rende più mite e soave il vespero, solo teme il sopravvenire della notte; questa legge si applica tutta intera all'ordine dello spirito umano, individuale e collettivo, e prepara giornate novelle. Dunque è solo da temersi la notte quando prolunga le sue ombre, e diventa impervia ad ogni nuovo chiarore.

La grande, immensa, variopinta Famiglia Francescana è come una nave meravigliosa che solca l'Oceano. Essa dispone di tre àncore potentissime alla difesa del suo naviglio. Queste valgono ad assicurarle conquiste vaste e sicure, al di là di ogni tempesta, al di sopra di ogni avversità di cielo, di terra e di mare.

La sostanza del Francescanesimo è in queste virtù di difesa e di conquista.

Tre parole dicono tutto e riassumono la grande Regola, che Papa Innocenzo approvò: « Paupertas; oboedientia; caritas ».

I due illustratori più attendibili e più devoti, Tommaso da Celano e Santo Bonaventura, per quel che ci hanno riferito di S. Francesco e degli inizi dell'opera sua, hanno offerto al mondo il manuale più perfetto di vita religiosa, eletta e santa, e la forma veramente magistrale per ottenere dallo sforzo collettivo di tutti i figli di S. Francesco successi consolantissimi di rinnovamento religioso e sociale.

Oh ! la santa povertà ! Quale ricchezza, come consiglio, come voto ! Ciò va detto della povertà effettiva. Ciò va ripetuto per la povertà di spirito.

Le quattro grandi Famiglie Francescane dei Frati Minori, simpliciter detti, dei Frati Conventuali, dei Frati Cappuccini, del Terzo Ordine Regolare, dispongono di una grande letteratura, antica e modernissima, circa il concetto, le forme e l'esercizio della povertà. Più interessante però delle disquisizioni dottrinali è la illustrazione dei vantaggi e delle gioie serene della povertà. Essa realizza alla perfezione ciò che dice così bene l'autore della Imitazione di Cristo: « Dimitte omnia, et invenies omnia » [1]. Lascia tutto e troverai tutto. Non diversamente cantava il buon Jacopone da Todi nelle sue rime:

« Dolce amor di povertade
Quanto ti degiamo amare:
Povertade poverella,
Umiltade è tua sorella ».

Con quel che segue, in deliziosa espressione di concetti e di frasi.

Può accadere, è vero, che nell'esercizio di questa virtù fondamentale del Francescanesimo, per il fatto della stessa povertà sovrabbondino le ricchezze, anche le ricchezze materiali: e penetri nello spirito, in virtù del « paupertas in divitiis abundavit », un sentimento di dominazione universale, anche nel mondo fisico, che per la indiscrezione può divenire pericoloso, sino a ingenerare confusione nell'ordine delle idee e della pratica quotidiana.

Occorre dunque senso di discrezione e di misura. Non dimentichiamo la pagina dei « Fioretti », dove Frate Angelo, trovandosi con Santo Francesco nel suo ritorno dall'Oriente in un'isoletta deserta e deliziosa della laguna Veneta, invitò gli uccelli, sopravvenuti a festeggiarlo, ad unire il loro canto alla recita del breviario. Risposero gli uccelli col loro cinguettio: ma così gioioso e clamoroso, che Frate Francesco, dapprima così lieto della loro festosa compagnia, dovette pregarli di arrestare quel canto, che troppo disturbava la sua orazione.

Di grande significazione della santa Regola, approvata da Papa Innocenzo, oltre la povertà è l'obbedienza: al Vescovo: e particolarmente al Vescovo di Roma. « Subditi et subiecti pedibus Sanctae Romanae Ec¬clesiae », secondo l'espressione di S. Francesco. La storia della Chiesa, studiata senza animosità, dà la documentazione più esauriente di quanto, nella obbedienza pura e semplice alla Santa Chiesa, c'è di successo nella vita degli Ordini religiosi, e quanto di svantaggio e di desolazione accada loro di lamentare e di piangere, seguendo, soli o collettivamente, le vie della insubordinazione e della indisciplina.

Osservammo nella Nostra età giovanile un'antica pittura, distesa su tutta una parete di una splendida chiesa del secolo XIV. Il dipinto si chiama albero di S. Bonaventura: con frati che salgono con semplicità sui rami robusti : altri ardimentosi e impetuosi, che precipitano miseramente. Spesso l'inganno succede alla ambizione segreta e alla spavalderia. L'autore della « Imitazione di Cristo » procede imperterrito: « Sovente si domanda che cosa un uomo ha compiuto: ma non si ha cura di cercare con quale spirito di obbedienza abbia proceduto nel suo sforzo. Si preferisce cercare se sia potente, ricco, bello, abile, scrittore sapiente, cantore piacevole, oratore vivace, lavoratore instancabile, ma non si chiede se abbia spirito di obbedienza, di povertà; se sia dolce, pio, interiore. La natura inganna sovente: lo spirito obbediente canta sempre vittoria » [2].

Che dire del terzo attributo caratteristico e fondamentale di ogni buon fratello in S. Francesco? Lo spirito di cattolicità e di apostolato, quale S. Francesco lo presentò ai suoi contemporanei, lo lasciò in eredità preziosissima ai suoi frati, dopo di averlo sancito come un precetto nella Santa Regola, che « dominus Innocentius Papa, vir gloriosus, doctrina quoque fluentissimus, sermone clarissimus, zelo iustitiae fervens », dopo matura riflessione approvò e benedisse?

S. Bonaventura nella sua « Legenda maior et Legenda minor », consacra pagine commoventi alla preparazione di questa regola di apostolato missionario su vasta scala, che doveva segnare la trama del lavoro conquistatore di anime innumeri, quale si sarebbe svolto nel corso di oltre sette secoli, per la diffusa conoscenza, per il trionfo del nome, dell'amore, del regno tutto spirituale di Gesù Crocifisso, Salvatore del mondo.

Le doviziose biblioteche, dove in ricchi volumi, antichi e nuovi, sono raccolte le gesta spesso tinte di sangue dei Missionari Francescani, non vogliono essere onorate come allori, su cui gli eredi di tanta gloria si riposano; ma come incoraggiamenti, fatti più vivi in questa ricorrenza di celebrazioni centenarie, ad « aemulari charismata meliora ».

É una gloria questa delle Famiglie Francescane, che va condotta, come lodevolmente accade di constatare, in nobile e santa gara, con tutte le altre forze spirituali di apostolato missionario, che proseguono in distinti drappelli oggi più vivaci che mai, verso i compiti divenuti in parecchie parti del mondo oltremodo aspri e contrastati.

La voce di S. Francesco, sempre soave e potente, in accordo armonioso con gli altri insigni padri dell'apostolato, che in cielo sono speciali protettori di Congregazioni missionarie da essi fondate, sia invito affascinante per tutti ad una concentrazione di invincibili energie, dai vari punti della terra, dove si lavora, si soffre, e spiritualmente si combatte contro lo spirito delle tenebre ; affinché la grande tribolazione che percuote in questi anni la Santa Chiesa si calmi, e torni in benedizione per gli stessi oppressori della libertà e della verità.

Ed ora sciogliamo, diletti figli e figlie delle Famiglie Francescane, e quanti altri appartengono alle innumerevoli associazioni di carità e di apostolato che si ispirano a questo ideale, sciogliamo in santa fraternità l'inno del ringraziamento per i 750 anni di operosa vitalità della « Regola Sancti Francisci »; ed aggiungiamo la fervida preghiera: « ad multos annos, ad pacem et salutem animarum nostrarum, ad gloriam et: benedictionem totius Ecclesiae Sanctae Dei ».

Diletti figli! LasciateCi aggiungere una speciale parola del cuore a quanti qui presenti appartengono all'esercito pacifico dei Terziari Lai cali di San Francesco. Ego sum Ioseph, frater vester. Con tenerezza amiamo dirvelo. Lo siamo da quando giovanetto quattordicenne appena, il 1 marzo 1896, vi fummo ascritti regolarmente, per il ministero del Canonico Luigi Isacchi, Nostro Padre Spirituale, quale Direttore che egli era nel Seminario di Bergamo: ed amiamo benedire il Signore per questa grazia che Ci accordò con felice sincronia coll'atto di iniziarCi, giusto in quell'anno, e in quei mesi, alla vita ecclesiastica con la Sacra Tonsura.

Oh ? la gioia serena ed innocente di quella coincidenza: Terziario Francescano e chierico avviato al sacerdozio; preso dunque per gli stessi funicoli della semplicità, ancora inconscia e felice, che Ci doveva accompagnare sino all'altare benedetto: che Ci doveva poi dare tutto nella vita.

Gli occhi Nostri per altro, sino dall'infanzia, furono familiari alla visione più semplice del conventino regolare dei Frati Minori di Baccanello, che nella distesa campagna Lombarda, dove eravamo nati e cresciuti, era la prima costruzione tutta religiosa che incontravamo: chiesa, modesto romitorio, campanile, e, intorno intorno, umili fratelli che si spandevano fra i campi e i modesti casolari per la cerca, diffondendo quell'aria di semplicità tutta ingenua, che rendeva così simpatico San Francesco e i figli suoi.

Ci sia concesso di dire che dopo un lungo curriculum per le vie del mondo, e avendo accostato tante nobilissime produzioni di quello spirito presso uomini dotti, illustri e santi, che onorarono gli Ordini Francescani e la Chiesa di Cristo nel nome del Padre Serafico di Assisi, niente fu mai così dolce e delizioso alla Nostra anima, come il tornare a Baccanello, a quella innocenza, a quella mitezza, a quella santa poesia della vita cristiana, maturata nel sacerdozio, e nel servizio della Santa Chiesa e delle anime.

É fra quei ricordi che l'umile Terziario Francescano, divenuto Papa nella successione di Innocenzo III, di Nicolò IV, e giù sino a Papa Leone XIII, e senza nulla perdere della primitiva semplicità, anzi gustandone più che mai la dolcezza, è fra quei ricordi — diciamo — che la scorsa domenica in San Pietro gustava una ebbrezza spirituale ineffabile nell'esaltare il nuovo Santo della Chiesa del Signore: San Carlo da Sezze, modestissimo fratello laico dei Frati Minori, a cui la grazia, la purezza, la semplicità, la ispirazione maturarono una corona così fulgida di doni celesti quaggiù e di gloria sovrumana ad incanto nostro, a nostro esempio, a nostra protezione. t al conventino ancora agreste, ma tanto caro di Baccanello, ad evocazione di rimembranze dolcissime di tutta la Nostra vita, che vogliamo inviare quale dono Papale il reliquiario prezioso, che l'Ordine Serafico si è compiaciuto di offrirCi a ricordo perenne del glorioso avvenimento.

Come il grande Patriarca Francesco, così il suo ultimo frate minore glorificato, San Carlo da Sezze, pauper et humilis, coelum dives ingreditur, nymnis coelestibus honoratur, alleluia, alleluia.

Diletti fratelli in San Francesco, a Noi, a voi e a tutti ripetiamo il grande ammonimento che di là ci viene: questa è la grande Regula che celebriamo : questa è la via che conduce alla vita, alla benedizione, alla gloria. Alleluia, alleluia.


* AAS vol. LI, 1959, pp. 307-313.

[1] III, 32.

[2] III, 31. 

 



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