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SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI XXIII*

Basilica Vaticana
Domenica, 10 giugno 1962

 

Accipietis virtutem Spiritus Sancti in vos:
et eritis mihi testes in Ierusalem
et in omni Iudea et Samaria et usque ad ultimum terrae
[1].

Venerabili Fratelli e diletti figli.

L'ultimo incontro di Gesù Risorto coi suoi Apostoli e discepoli fu veramente un convito di grazie e di letizia. Le espressioni di San Luca: « convescens » « loquens de regno Dei », ne riassumono tutta la bellezza e l'incanto.

Ordine dato agli intimi suoi di non lasciare la città, ma di restare sul Sion, ad attendervi lo Spirito Santo che il Padre avrebbe inviato: quem mittet Pater in nomine meo [2]; assicurazione della testimonianza che essi avrebbero poi resa al Rabbi divino, vincitore della morte e dominatore dell'avvenire. Eritis mihi testes in Ierusalem, et in omni Iudea et Samaria et usque ad ultimum terrae [3].

Oh! che parole, che parole furono queste, dirette da Gesù ai primi confidenti dei suoi pensieri e del suo cuore. E che squarcio luminoso e pieno di colore su l'avvenire della sua Chiesa: eritis mihi testes: in tono di profezia, in tono di solennità, come di una investitura per la continuazione dell'apostolato affidato ai suoi, per l'avvento del suo regno di redenzione e di salute presso tutti i popoli, e nel corso di tutti i secoli!

Il Regno di Cristo e la storia della Chiesa

Di fatto il regno di Cristo Gesù, figlio di Dio, Verbo incarnato, signore dell'universo, è cominciato di là: di là la storia della Chiesa Cattolica ed Apostolica, una e santa, ha preso le sue mosse per quella testimonianza. Venti secoli sono trascorsi. Vicissitudini gravi e pericolose da parte della umana debolezza poterono sovente minacciare, qua e là, la consistenza di questa mirabile istituzione: difficoltà del suo incedere, prove ed incertezze per lo sbandamento di alcuni, sembrarono porre talora a grave rischio il suggello della sua unità. Ma la successione apostolica non fu spezzata mai : la tunica di Cristo rimane inconsutile, anche se non mancarono, in tempi difficili, ansietà di qualche lacerazione pericolosa.

Gli è che la parola di Gesù permane vivificatrice nella sua Chiesa. Il prodigio si rinnova in sempre benefica diffusione di grazia su ciascun fedele: talora in forma misteriosa e grandiosa sopra tutto il corpo sociale.

Diletti figliuoli, è ancora la parola assicurante di questo « eritis mihi testes » che congiunge con nota divina gli accordi con tutta la sostanza viva dei due Testamenti: la misteriosa successione del passato, del presente, dell'avvenire. Gesù, il Rabbi divino, sta nel mezzo e compone nella sua persona, nel suo insegnamento, nel suo sangue, la gloria della sua regalità.

Eritis mihi testes. Testimonianza duplice. Quella di Gesù in faccia ai suoi più intimi; sempre Dominus et Magister, nella evidenza del sublime insegnamento, nella successione dei miracoli compiuti, nel Sacrificio cruento, nella Risurrezione vittoriosa, nella profusione incessante di grazia e di amore, per l'uomo perdonato, per tutta la umanità redenta e risollevata all'altezza di una parentela divina: de Virgine natus: nobis id est mundo largitus suam Deitatem.

Duplice testimonianza di elevazione e salvezza

L'altra testimonianza è quella dei discepoli di Gesù e dei loro successori, resa allo stesso Divino Maestro lungo i secoli, alla continuazione della sua opera redentrice, da Gerusalemme sino ai confini più lontani del mondo.

Sì: eritis mihi testes, è sempre la parola, la nota sublime, che ricompone gli accordi dell'Antico con tutto il Nuovo Testamento. È ad essa che rispondono in eco, come da un poema divino ed umano, apostoli ed evangelisti, pontefici e martiri, padri e dottori della Chiesa, eroi e vergini sacre, giovinezze ed esperienze antiche e recenti, figli di ogni stirpe e di ogni colore, di ogni provenienza etnica e sociale, tutti osannanti al Cristo che aveva annunziato per os suum promissionem Patris, fecondatrice per lo Spirito Santo di ogni grazia di apostolato alla sua Chiesa usque ad consummationem saeculi.

Questa prima Pentecoste, di cui celebriamo oggi il ricordo, eccola diffondere ancora dopo venti secoli la sua luce sopra le nostre teste: accendere nei nostri cuori la stessa fiamma di cui esultarono i primi discepoli del Signore al solo annunzio dello Spirito Santo, che il Padre avrebbe mandato, rispondendo alle invocazioni salienti dal Cenacolo, unitamente a quelle di Maria, la madre di Gesù.

Sì, venerabili Fratelli e diletti figli. L'eritis mihi testes sta per trovare una novella e più solenne applicazione della promessa di Gesù ai discepoli suoi; dopo duemila anni ancora vivi, più numerosi che mai, ancora palpitanti di tenerezza e di entusiasmo apostolico intorno a Lui.

L'odierna liturgica adunanza — guardandola l'occhio si ricrea, e il cuore esulta — nella sua composizione di seniori venerabili e di giovani, avviati all'esercizio e ai compiti del ministero sacerdotale, è rappresentativa di tutto il mondo. Essa è appena immagine, il primo tocco, dello spettacolo che la grazia del Signore vuol adunare su questo colle Vaticano per 1'11 ottobre, a suscitare di qua nuovo slancio per la santificazione della Gerarchia, del clero e del popolo, per la illuminazione delle genti, a soffio vivificatore di tutte le attività umane.

Il Redentore luce di tutte le genti

Il mondo potrà dunque vedere presto coi suoi occhi cos'è il Concilio; quali meraviglie sa offrire la Santa Chiesa cattolica nella luce del suo Divino Fondatore Gesù, come Egli la volle, come la fece, e lungo i secoli continua a vivificarla, intesa alla salute di tutte le anime e di tutte le genti; irradiante splendore di celeste dottrina e tesori di grazia; e, attraverso il sacrificio, avviamento di pace quaggiù e di gloria imperitura per i secoli eterni.

Lasciate, diletti figli, che su questi rapporti della Santa Chiesa col Cristo che la sorregge, così come l'ha fondata, la Nostra parola prosegua verso qualche accenno che riesca di comune edificazione, e insieme di preparazione individuale e collettiva al grande avvenimento, la cui aspettazione è così lieta e così ansiosa.

Il Concilio Vaticano Secondo vuol riuscire, in forma spontanea e di amplissima applicazione, ad esprimere ciò che il Cristo rappresenta ancora, ed oggi rappresenta più che mai, a luce ed a saggezza; a direzione ed a incitamento; a conforto ed a merito di umana sofferenza, nella vita presente, e ad assicurazione della futura.

La testimonianza della Chiesa universale ama volgersi a Gesù, come al Dominus et Magister di tutti e di ciascuno: al Pastor bonus sempre in atto di apprestare al suo gregge nutrimento di grazia, pane spirituale, e preservazione dai pericoli: ed in fine al Sacerdos et Hostia, a richiamo ed a continuazione del suo sacrificio, per l'umanità, e per le sofferenze della vita, gravi in ogni tempo, più gravi se si debbono riconoscere causa o conseguenza di oppressione della persona umana e delle sue fondamentali e inalienabili libertà.

É in questa luce di dottrina, di sicurezza e di merito che la perfetta fedeltà del cristiano viene incoraggiata alla professione di fede sincera e di coerenza assoluta tra pensiero e azione; e viene toccato il cuore di chi anela a dignitosa condotta di vita, a difesa di comune ideali, a raggiungimento di legittime aspirazioni.

Questo triplice raggio di celeste luce, che Gesù Cristo — maestro, pastore, sacerdote — riverbera sul volto della sua Chiesa, ha una significazione che non sfugge ad alcuno; e può anzi invitare tutti a collocarsi nella giusta prospettiva per comprendere, secondo la più accreditata gerarchia dei valori, ciò che vale la vita per l'uomo, anche semplicemente uomo; ciò che vale, più che per l'uomo, per il cristiano perfetto.

Fiduciosa attesa della umanità

Con senso di fiduciosa attesa noi assistiamo oggi a nuovi fenomeni. Gli è certo che, pressoché annullate le distanze; aperte le vie alla conquista degli spazi; approfondita la ricerca scientifica ed esaltata la produzione tecnica, noi cogliamo ora nell'uomo uno stato d'animo inatteso, davvero sorprendente.

Ci pare di poter dire che l'uomo di studio e di azione di questo secolo tormentato — tormentato da due guerre mondiali e da innumerevoli altri conflitti di varia natura — non è più così baldanzoso di sé e delle sue conquiste; non si tiene così sicuro, come nei secoli diciottesimo e diciannovesimo, di poter raggiungere la felicità sulla terra, e tanto meno di riuscire da solo, con il suo genio e con le sue energie, a placare le ansietà, a fugare le paure, a vincere le debolezze, che sempre minacciano di sopraffarlo.

Diciamo più compiutamente. Pressoché da tutte le manifestazioni della letteratura contemporanea, si leva come un gemito, e i potenti della terra riconoscono di non saper sollevare l'uomo; di non poterlo trasferire in quel regno di beatitudine e di prosperità, che resta sempre la sua affannosa ricerca.

La Chiesa Cattolica non ha mai detto all'umanità di volerla sottrarre alla dura legge del dolore e della morte. E non ha tentato di ingannarla, né ha prestato ad essa il pietoso farmaco dell'illusione. Ha invece continuato a dire che la vita è pellegrinaggio, ed ha insegnato ai suoi figli ad unirsi al canto di speranza, che pur echeggia nel mondo.

Ora che l'uomo, quasi sbigottito per i progressi scientifici raggiunti, finalmente consapevole che nessuna conquista gli potrà dare la felicità ; ora che si susseguono, alternandosi ed eliminandosi, quanti invano promettevano eterna giovinezza e facile prosperità, è provvidenziale e ben naturale che la Chiesa levi la sua voce solenne e suadente, ed offra a tutti gli uomini il conforto della dottrina e di quella cristiana convivenza che prepara gli splendori dell'eterna esultanza, per cui l'uomo è fatto.

Per nulla intimorita dalle difficoltà che incontrano i suoi figli e che si frappongono al servizio che essa vuol rendere alla verità, alla giustizia all'amore: sempre fedele alle consegne del suo Divin Fondatore, di Lui, dunque, ancora la Chiesa Santa vuol parlare alla umanità: di Cristo Gesù Maestro, di Lui Pastore, di Lui Vittima e sacrificio di espiazione e di redenzione.

« Dominus et magister »

Non tutti numericamente i punti del dottrinale cattolico verranno nuovamente illustrati nel prossimo Concilio: ma con particolare attenzione quelli che si riferiscono alle verità fondamentali, poste in discussione o in contrasto colle contraddizioni del pensiero moderno in derivazione degli errori di sempre, ma variamente fatti penetrare. L'uomo che scruta i penetrali della scienza e cerca il punto di contatto tra cielo e terra, sa che nessun quesito rimane insoluto dalla apostolica dottrina: che nessuna soluzione viene offerta con intendimento polemico o con presuntuosa facilità. Dall'alto la verità splende: ma attingere alla sua vetta, non importa gran fatica per alcuno, quando sia animato da volontà decisa e libero da opprimenti legami.

La Chiesa, continuando a rendere testimonianza a Gesù Cristo, non vuol togliere nulla all'uomo; non gli nega il possesso delle sue conquiste e il merito degli sforzi compiuti. Ma vuol aiutarlo a ritrovarsi, a riconoscersi; a raggiungere quella pienezza di conoscenze e di convinzioni, che è stata in ogni tempo anelito degli uomini saggi, anche al di fuori della divina rivelazione.

In questo immenso spazio di attività che le si apre dinanzi, la Chiesa abbraccia con materna sollecitudine ogni uomo, e lo vuol persuadere ad accogliere il divino messaggio cristiano, che dà sicuro orientamento alla vita individuale e sociale.

Venti Concili Ecumenici, innumerevoli concili nazionali e provinciali, e sinodi diocesani hanno recato prezioso contributo alla conoscenza di una o più verità di natura teologica o morale.

Il Concilio Vaticano Secondo si presenta alla cattolicità, all'umanità, nella fermezza del Credo apostolico conclamato da immensa assemblea, e con l'esperienza di una illustrazione dottrinale pressoché universale, in una visione d'assieme che meglio risponde all'anima del tempo moderno. E sarà una felice testimonianza questa all'insegnamento di Cristo richiamato dalla Chiesa alla singolare tradizione particolarmente del Vaticano Primo, del Tridentino, del Lateranense Quarto, gloria preclara di Papa Innocenzo III (1215): alla tradizione di tutti i Concili, che segnarono trionfo di verità penetrata e fatta penetrare con ardore nel corpo sociale.

« Christus Pastor »

Vi possiamo assicurare, diletti figli, che questo Nostro Concilio Vaticano Secondo intende e vuol essere soprattutto grande testimonianza e ricerca dei tratti caratteristici del Buon Pastore.

All'immenso gregge cristiano e cattolico mai è mancato il sostentamento che già il Divin Redentore apprestava alle folle: preghiera e liturgia, dottrina evangelica, Sacramenti e manifestazioni molteplici di pastorale attività.

La chiamata alla vita cristiana, e per essa alla vita divina, che è penetrazione di grazia, è rivolta a tutti.

Il Cristo, per il servizio dell'Apostolo Pietro e dei suoi successori e collaboratori, Vescovi e clero, è sempre in atto di sollevare gli uomini alla dignità di figli adottivi di Dio. Le sorgenti da lui aperte sono inesauribili; i modi di comunicazione con le singole anime talvolta inscrutabili.

Chi vuol orientare le brame del suo intelletto, sa di potersi riposare nella contemplazione delle verità eterne : chi ha bisogno di esprimere i sentimenti dell'animo, si effonde nella preghiera e nel canto ; chi ha veramente fame e sete di giustizia, si volge con serena fiducia ai Sacramenti, che sono segni sensibili, produttivi della grazia. Per essi tutto viene santificato: l'uomo dall'inizio al termine del terreno pellegrinaggio, ed in tutte le sue manifestazioni individuali e collettive.

La Chiesa segue i passi del Buon Pastore nel suo mistico pellegrinare di villaggio in villaggio, di casa in casa.

Essa esce dal recinto chiuso dei suoi cenacoli e, ad imitazione e testimonianza del suo divin Fondatore, percorre tutte le strade del mondo : né sa contenere il fervore della continuata Pentecoste, che la pervade e la porta a trarre il gregge ai pascoli ubertosi di vita eterna.

Questo è il compito della Chiesa, cattolica ed apostolica: radunare gli uomini che gli egoismi e la stanchezza potrebbero tenere dispersi: insegnare loro a pregare; portarli alla contrizione dei peccati e al perdono; nutrirli col Pane Eucaristico; rafforzare la unione reciproca col vincolo della carità.

La Chiesa non pretende di assistere ogni giorno alla miracolosa trasformazione operata negli apostoli e discepoli della prima Pentecoste. Ma lavora per questo e chiede incessantemente a Dio la rinnovazione del prodigio.

Essa non si meraviglia che gli uomini non comprendano subito il suo linguaggio; che siano tentati di ridurre nel piccolo schema della loro vita e dei loro interessi personali il codice perfetto della individuale salvezza e del sociale progresso; e che talora rallentino il passo. Continua ad esortare, a supplicare, a incoraggiare.

La Chiesa insegna che non vi può essere discontinuità, né frattura, tra la pratica religiosa individuale e le manifestazioni del vivere sociale.

Depositaria come è della verità, tutto vuol penetrare; e ottenere la grazia di tutto santificare nell'ambito domestico, civico, internazionale.

Uno dei motivi di grande consolazione dell'umile successore di San Pietro in questi mesi di preparazione al Concilio è la constatazione del festosissimo accoglimento che dappertutto nel mondo continua a rendere omaggio alla Enciclica « Mater et Magistra ».

Essa può ben essere considerata come un saggio ricco e prezioso di dottrina morale-pastorale: ed una eccellente introduzione a quegli ordinamenti, che sono diretti alle coscienze cristiane in materia dì economia informata ai principii di giustizia e di carità, umana ed evangelica.

La Santa Chiesa giustamente chiede ai suoi figli di non sottrarsi al grave impegno di cooperare alla instaurazione di tale convivenza di fraternità, di cui il Salvatore Divino, il Bonus Pastor animarum ha fornito insegnamenti ed esempi di incomparabile significazione.

« Christus Sacerdos et Hostia »

Diletti figli, la nostra religiosa conversazione ci ha permesso di guardare innanzi, dai fulgori di Pentecoste, verso le soglie del Convegno Conciliare del prossimo ottobre.

Lo spirito allietato dal sentirci uniti al Cristo in richiami di buono e fecondo apostolato, a cui risponde, come al passaggio di Gesù per le vie di Gerusalemme, la folla plaudente per i suoi insegnamenti e per i suoi miracoli, purtroppo deve volgersi ad impressioni di mestizia per altri spettacoli, da cui l'occhio non riesce a distogliere lo sguardo e il cuore si intenerisce.

Pensiamo ai nomi topografici delle parole di Gesù, in riferimento alle condizioni attuali: Gerusalemme, Giudea, Samaria, ed usque ad ultimum terrae.

La Palestina, ove risuonò la sua voce, conserva appena le tracce del suo terreno passaggio. Il suo insegnamento di là s'è sollevato; e tuttora il Libro dei due Testamenti fa risonare nel mondo il nome di paesi che a Cristo non appartennero mai o non appartengono più. Gerusalemme, la città santa delle divine promesse, e le regioni che la circondano e i territori che le sono confinanti, restano in gran parte come estranei ad un compito sacro, che ad essi era stato primieramente annunciato.

Il grande mistero, che ci strugge l'anima, è racchiuso dunque nella storia dei popoli, che accolsero e poi ripudiarono il Cristo; e di altri che gli si negarono ostinatamente; e di alcuni nei quali per legge dello Stato, mai abrogata nemmeno ora che nei consessi internazionali si proclama il rispetto di tutte le libertà, si rifiuta a Cristo ed alla sua dottrina il diritto di cittadinanza.

E che dire di quelle nazioni, ove l'apostolato s'è ridotto o si sta riducendo a lamentevole ricordo, e gli spiriti abbattuti non osano prevedere, a breve scadenza, la riuscita di un rinnovato movimento di azione pastorale, a luce delle singole anime e a direzione delle famiglie e dei popoli?

Ciò mette in chiaro il significato di un'altra verità che i discepoli di Cristo non vogliono dimenticare: che per il cristiano la vera gioia, anche quando è accompagnata da saggi propositi, trova facilmente il suo riscontro in tristezze e contraddizioni.

Sta scritto nel Libro Sacro che Gesù, al contemplare Gerusalemme dall'alto, sentì sciogliersi il cuore e gli occhi in pianto.

Quante città e nazioni, a riguardarle nelle pagine della loro storia e alla luce delle meraviglie del loro passato, meraviglie di santità ed eroismo, di pietà religiosa e di trionfo di carità, che le resero celebrate, richiamano in eco di mestizia: il Tenebrae factae sunt ... Velum templi scissum est! [4] della morte di Cristo.

Voi comprendete, venerabili Fratelli e diletti figli, la significazione di dolorosa attualità che queste gravi parole conservano. E su tutto ciò, a testimonianza perfetta degli esempi di Cristo, la Chiesa cattolica estende la legge del perdono, applicata in espressione di espiazione, di misericordia, e di speranza.

La visione del Cenacolo con Maria e gli Apostoli

Si rinnova oggi la visione del Cenacolo, dove Maria pregava e attendeva lo Spirito Santo insieme con gli Apostoli e i Discepoli. È questo toccante richiamo del Libro Santo che ci porta a ricercare in tutto il mondo, e particolarmente nell'Oriente cristiano, i templi innalzati al nome ed all'onore della Madre di Dio. Siano essi aperti o chiusi al culto, quei templi racchiudono nelle pietre la supplicazione dei secoli, l'accorata preghiera dei giorni nostri, per ottenere da Dio che gli uomini continuino o riprendano a levare gli occhi al cielo; e ad attendere di là la benedizione e la consacrazione per il lavoro ed il progresso di quaggiù, nel solco, che resta aperto nei cuori, della grande tradizione antica.

Pensate, diletti figli. Il Cristo, Verbo di Dio fatto uomo, parole di verità e di amore ha annunciato al mondo. E questo Cristo benedetto, che ha effuso la sua carità e dispensato i doni della grazia celeste, questo Cristo vien ridotto al silenzio dal rifiuto e dai peccati degli uomini e delle nazioni.

Questo silenzio che richiama il momento più alto del rito liturgico Eucaristico, talvolta è preghiera straziante, tal'altra è disciplina di prudenza.

La terza testimonianza del Cristo, da recare usque ad ultimum terrae, si accompagna a questo dolore che un intrecciarsi di cause molteplici, spesso estranee e avverse tra loro, rende acuto ed ineffabile.

Non occorre altra spiegazione. Siamo dunque chiamati a rendere testimonianza a Cristo, che nel sacrificio Eucaristico rinnova l'immolazione del Calvario.

Dalla celebrazione e dal successo del Concilio vuol affermarsi la devozione anche verso la Croce, verso il sacrificio cruento e mistico. Così si colloca al suo posto giusto la nostra testimonianza al Divino Maestro.

Arrivati a questo punto non Ci resta, venerabili Fratelli, che cogliere con voi la santa poesia di Pentecoste, le vibrazioni dei cuori per il prossimo Concilio e la evocazione della triplice testimonianza da rendere a Gesù Cristo.

Questi stessi sentimenti Ci piace comunicare particolarmente a voi, giovani candidati al sacerdozio e neo-ordinati, il cui cuore rispose esultante alla voce di Lui, che vi chiamava alla partecipazione del suo apostolato e del suo sacrificio.

Rappresentanti quali siete di tutte le genti, oh ! che splendore la vostra bella giovinezza offerta in olocausto a Lui, Verbo di Dio, re glorioso ed immortale dei secoli e dei popoli. Anche a voi dunque, anche a voi è rivolta la parola del Signore: eritis mihi testes.

Siate benedetti, siate ben accolti dai vostri fratelli e possiate mostrare al mondo, con la vostra stola immacolata, il titolo più alto ed espressivo della vostra consacrazione in vita ed oltre, a salvezza di tutti.

La nostra preghiera allo Spirito Santo vuol unirsi ora alla preghiera della nostra celeste Madre Maria, che ha assistito alle gioie della infanzia di Gesù e ai dolori del suo sacrificio. Di qua la supplicazione acquista valore e prende tono di entusiasmo.

Preghiera

O Santo Spirito Paraclito, perfeziona in noi l'opera iniziata da Gesù: rendi forte e continua la preghiera che facciamo in nome del mondo intero: accelera per ciascuno di noi i tempi di una profonda vita interiore: dà slancio al nostro apostolato, che vuol raggiungere tutti gli uomini e tutti i popoli, tutti redenti dal Sangue di Cristo e tutti sua eredità. Mortifica in noi la naturale presunzione, e sollevaci nelle regioni della santa umiltà, del vero timor di Dio, del generoso coraggio. Che nessun legame terreno ci impedisca di far onore alla nostra vocazione: nessun interesse, per ignavia nostra, mortifichi le esigenze della giustizia: nessun calcolo riduca gli spazi immensi della carità dentro le angustie dei piccoli egoismi. Tutto sia grande in noi: la ricerca e il culto della verità, la prontezza al sacrificio sino alla croce e alla morte; e tutto, infine, corrisponda alla estrema preghiera del Figlio al Padre celeste; e a quella effusione che di Te, o Santo Spirito di amore, il Padre e il Figlio vollero sulla Chiesa e sulle sue istituzioni, sulle singole anime e sui popoli.

Amen, amen: alleluia, alleluia.

 

*A.A.S., vol. LIV (1962), n. 8, pp. 437-447.

[1] Act. 1, 8.

[2] Io. 14, 26.

[3] Act. 1, 8.

[4] Luc. 23, 44, 45.

 



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