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INSIGNES DEO

EPISTOLA ENCICLICA
DI SUA SANTITÀ
LEONE PP. XIII

 

Roma, 1 maggio 1896 (01/05/1896). Epistola

 

Alla vigilia del millenario della nascita della nazione ungherese, il Pontefice si associa con gioia alle celebrazioni organizzate da quel fedele popolo cattolico, che lungo i secoli ha custodito e servito con impegno gl’ideali cristiani ed ha sempre testimoniato la propria riconoscenza per l’aiuto ricevuto ripetutamente dalla Santa Sede.

 

 

Ai Nostri diletti Figli Cardinali presbiteri di Santa Romana Chiesa Claudio Vaszary, Arcivescovo di Esztergom, e Lorenzo Schlauch, Vescovo di rito latino di Nagy Varad, e agli altri Venerabili Fratelli Vescovi d’Ungheria.

Il Papa Leone XIII. Diletti Figli Nostri e Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

 

Molto opportunamente voi avete decretato che in tutta l’Ungheria siano rese straordinarie onoranze all’eterno Iddio con speciali manifestazioni di letizia. Infatti, se mai una nazione deve ringraziare Dio, Colui che stabilisce e conserva i regni, per la grande ricchezza di vantaggi ricevuti durante un non breve corso di secoli e attraverso difficili frangenti, questa è proprio la vostra: e per rievocare e celebrare tali benefìci nessuna occasione è migliore del felicissimo anniversario della nascita della vostra patria. Siete infatti sul punto di toccare il millesimo anno da che i vostri avi decisero di porre la propria sede in codeste regioni e diedero inizio alla nazione ungherese.

Non dubitiamo affatto che le solenni celebrazioni programmate avranno un degno risultato e produranno utilissimi frutti. Infatti nessun cittadino di cuore sincero può restare indifferente ai fasti della patria comune e alla pubblica rievocazione delle gloriose gesta degli avi, tanto da non essere mosso dall’acuto desiderio di imitarle.

A tutto ciò aggiungerà rilevante valore l’unanime consenso di tutte le nazioni civili che, unendosi amichevolmente alla vostra gioia, si feliciteranno di certo per aver voi fondato il vostro regno su leggi e istituzioni adeguate, per averlo conservato con prudenza civile e valore guerriero, per averlo condotto attraverso molte memorabili vicende a tanta durata e a tanta ampiezza.

Noi stessi Ci associamo con la più grande gioia alla vostra felice ricorrenza, e niente desideriamo più vivamente, Venerabili Fratelli, che di essere con la mente e col cuore accanto al vostro popolo. Questo sia per il Nostro particolare affetto e trasporto verso l’Ungheria cattolica, sia anche per l’innegabile devozione che essa ha manifestato con frequenti dimostrazioni a questa Sede Apostolica e a Noi stessi.

Fra i tanti altri esempi che si potrebbero citare, negli ultimi anni Roma ha visto frequentemente gruppi di Ungheresi, sotto la vostra pia guida, venerare i sepolcri dei Prìncipi degli Apostoli; Noi abbiamo veduto personalmente quali commoventi testimonianze di fede, di ossequio e di amore essi offrivano a nome dei loro connazionali. Rivolgemmo loro la Nostra benevolenza ed un’esortazione che giudicammo idonea a raffozarli nella loro santa professione di fede, e l’abbiamo poi fatto espressamente e più diffusamente, rivolgendoCi all’intera nazione, con lettere più volte indirizzate a voi. E ancora, mentre Ci piace ricordare con quale rispetto e gratitudine il clero e tutti i buoni cristiani abbiano accolto tali attestazioni del Nostro sentimento paterno, di nuovo vi giunga questa lettera, messaggera del nostro affetto, perché, col favore divino, accresca la gioia della vostra celebrazione millenaria e ne moltiplichi i frutti.

In tutta la successione degli eventi, dei quali ci si appresta a celebrare il ricordo presso di voi con magnifica solennità, traluce e risplende pienamente il valore della religione cattolica, che è la migliore custode dell’integrità dei popoli ed è fonte e promotrice tra loro di ogni genere di beni. Senza dubbio, come affermano i più avveduti tra i vostri storici, la nazione ungherese dopo l’occupazione di codeste terre non le avrebbe conservate così a lungo e con tanto successo, se la dottrina e la grazia envangelica, dopo averla liberata dal giogo della superstizione educandone e miticandone i costumi, non l’avesse indotta a rispettare il diritto delle genti, a non arrecar danno al prossimo, a mostrarsi clemente, a perseguire la pace, ad obbedire ai Prìncipi come a Dio, ad agire con spirito fraterno in privato e in pubblico.

Gli inizi della fede cattolica furono mirabilmente illustrati presso di voi dal principe Géza e dai suoi maggiorenti; e soprattutto dall’azione del santo vescovo Adalberto, assai famoso per il suo strenuo apostolato e infine per la palma del martirio.

Tali inizi furono tanto più degni di nota se si considerano i tempi e i luoghi pericolosamente esposti al funesto scisma che irrompeva da Oriente contro la Chiesa romana. Stefano, grandissimo esempio di principe cristiano, proseguì e perfezionò l’opera iniziata dal padre, e realizzò fra di voi, con grande coraggio ed energia, i disegni della provvidenza divina. A buon diritto egli è salutato come fondamento e luce del vostro popolo, poiché non solo col beneficio della vera religione gli aperse la via al conseguimento del bene sommo, cioè la salvezza eterna, ma lo accrebbe e lo nobilitò col provvederlo di tutti gli altri beni materiali cui è lecito aspirare. Da questo stesso principe, esempio di tale eccelsa devozione che volle offrire a dedicare il proprio scettro all’augusta Madre di Dio e al beatissimo Pietro, ebbe inizio quello scambievole rapporto di simpatia e di consenso tra i Pontefici romani e i Re e il popolo d’Ungheria, che già altre volte abbiamo lodato. Quasi sacro pegno di questa alleanza fu la corona regale, adorna delle immagini di Cristo Salvatore e degli Apostoli, che il Nostro Predecessore Silvestro II inviò in dono a Stefano, quando lo insignì del titolo di re perché presso di voi “aveva propagato per ogni dove la fede cristiana[1]. Ed è degno di nota il fatto — prova anche della tenace fedeltà degli Ungheresi al culto di Pietro — che quella corona abbia superato indenne molti gravi frangenti, sempre rifulgendo dell’antico prestigio, sempre considerata e religiosamente custodita come il massimo ornamento e presidio del regno.

Sotto tali auspici l’Ungheria ha potuto con forza crescente inoltrarsi nel cammino che percorrevano i popoli della giovane Europa cristiana e, dispiegando il genio particolare della propria stirpe, coraggiosa e fiera, guadagnarsi più rapidamente ogni lode per il suo valore e la sua civiltà. Oltre a tutte le altre regioni di merito e distinzione, essa ha quella di vantare un numero cospicuo di uomini che hanno straordinariamente illustrato se stessi e la patria per santità di vita, per dottrina, per l’eccellenza nelle lettere e nelle arti, per l’adempimento dei propri doveri.

Ed è certamente ottimo il progetto di coloro che, come Ci è stato riferito, intendono trarre dall’oblio e dal silenzio una scelta serie di testimonianze delle passate benemerenze della religione ed esporle durante le prossime solenni celebrazioni. D’altra parte i documenti letterari di cui abbondano sia i vostri che i Nostri apostolici archivi testimoniano con assoluta unanimità ciò che particolarmente in questi tempi è assai importante riconsiderare. E cioè quale sia stato nella vostra storia il ruolo della Chiesa, sia nell’elaborazione che nell’amministrazione del diritto pubblico: la sua sapienza, il suo insegnamento, la sua equità hanno influito in ogni ordine della società e sono stati accolti ovunque favorevolmente. Si aggiunga che i Pontefici romani si sono eretti a difesa e garanzia della libertà civile, in nome della quale il vostro popolo non ha mai cessato di combattere; essi sono intervenuti, spontaneamente o rispondendo al vostro appello, ogni volta che la libertà ha corso pericolo. Ciò è accaduto spesso in passato, e soprattutto quando si trattò di respingere gli attacchi dei più fieri nemici della santa fede. Da questo punto di vista non v’è chi non abbia riconosciuto che l’irriducibile tenacia degli Ungheresi ha saputo respingere quelle terribili sventure che minacciavano gran parte dei popoli dell’occidente; e nessuno ignora altresì come a questo felice esito abbiano assai contribuito i Nostri predecessori col sostegno finanziario, con l’invio di truppe, col favorire alleanze, con l’invocare l’aiuto divino. Innocenzo XI particolarmente si impegnò in questa lotta, e il suo nome acquista perenne fama per due eventi memorabili: la liberazione di Vienna assediata dai nemici, e il magnifico riscatto della vostra capitale, Buda, dopo una lunga oppressione.

Anche Gregorio XIII è degno di perenne riconoscenza tra la vostra gente. In un momento in cui la religione correva anche presso di voi un grave pericolo a causa delle inquietudini innovative che serpeggiavano tra i popoli finitimi, egli adottò a favore dell’Ungheria quell’utilissimo provvedimento che già aveva attuato con sapienza e generosità a favore di altre nazioni riconoscendola quale “membro insigne e grande del mondo cristiano. Egli fondò a Roma per voi un Collegio, che poi volle fosse associato a quello Germanico, nel quale alunni selezionati potessero conseguire un alto perfezionamento nelle discipline e nelle virtù proprie del sacerdozio e potessero in seguito operare con maggior frutto nelle vostre chiese. E ciò continua tuttora con non minore utilità, dato che ne sono usciti molti allievi che hanno raggiunto la dignità episcopale con grande lode, onorando del pari la Chiesa e la patria.

Volentieri abbiamo riconosciuto come la memoria di questi e di altri analoghi benefìci che la costante sollecitudine della Chiesa ha arrecato alla vostra nazione si conservi non tanto nel calendario degli avvenimenti patrii, quanto scolpita profondamente nell’animo dei cittadini. Testimonianza autorevole, tra le tante, fornisce nel quindicesimo secolo quel famoso Giovanni Hunyadi, del cui valore e saggezza non verrà mai meno il ricordo in Ungheria: egli espresse eloquentemente la propria riconoscenza con queste parole: “Sono convinto che questa nostra patria, con le sue sole forze, senza il sostegno della fede, non si sarebbe salvata. E durante il regno dello stesso principe, tutte le classi sociali inviarono unitamente una lettera a Nicolò V, proclamando: “Quale che sia la nostra condizione, dobbiamo soprattutto alla protezione Apostolica la nostra esistenza. Le età seguenti, lungi dal diminuire l’autorità di simili testimonianze, sembrano anzi aver accresciuto il loro peso, in proporzione al moltiplicarsi dei benefìci.

Emerge con chiarezza come gli Ungheresi abbiano sempre cercato con grande impegno, e considerato motivo di particolare gloria, mantenere un legame il più possibile stretto fra la Sede Apostolica e il proprio regno: “possesso peculiare e totalmente devoto” ad essa. Di ciò si hanno moltissime prove negli atti pubblici: lettere colme di devozione scritte ai Pontefici romani da re e prìncipi; esempi di grande e indomito valore, ancora prima della lotta contro i Maomettani invasori, quando essi vennero in soccorso alla Chiesa per tutelarne i diritti o vendicare le offese dei suoi nemici.

Ma, per non dilungarCi oltre, parlano sufficientemente gl’intensi rapporti di fiducia e rispetto, di benevolenza e di lode intercorsi tra il re Ludovico il Grande e i pontefici Innocenzo VI e Urbano V. E sono memorabili le espressioni che il re Mattia rivolse a Paolo II, che lo esortava a fornire un valido sostegno alla fede cattolica insidiata dagli Hussiti in Boemia: “Io mi sono dedicato interamente, insieme al mio regno, alla causa della santa romana Chiesa e della vostra Beatitudine. Nulla di tanto arduo, di così pericoloso può ordinarmi il Vicario di Dio in terra, cioé Dio stesso, che io non consideri compito pio e salutare, che io non lo intraprenda impavido, specialmente quando si tratta di consolidare la fede cattolica e di respingere la perfidia degli infedeli … Qualunque nemico della religione occorra contrastare, ecco Mattia e con lui l’Ungheria... Essi rimangono e in eterno rimarranno devoti alla Sede Apostolica e alla vostra Beatitudine. La realtà non fu inferiore né alle parole del re né alle aspettative del Pontefice; e rimane come importantissima testimonianza di fronte alla posterità.

A ciò corrispondono quelle manifestazioni di stima, né poche né di scarso rilievo, con le quali questa Sede Apostolica ha inteso onorare il vostro popolo, in riconoscimento della sua grande fedeltà, e così pure gli onori singolari e i privilegi concessi ai vostri regnanti. Ci è gradito, ed è assai appropriato nella presente solenne circostanza, citare una famosa pagina del lungo diploma col quale Clemente XIII attribuiva formalmente a Maria Teresa, regina d’Ungheria, e ai suoi successori il titolo di Re Apostolico, titolo già introdotto per consuetudine e per privilegio. Si allietino dunque i nipoti, come già i loro padri e i loro avi, di questo elogio del Pontefice: “Il fiorentissimo regno d’Ungheria è stato sempre ed è tuttora considerato il più valente di tutti nella missione di ampliare i confini della giurisdizione e della gloria cristiana, sia per il coraggio del suo pugnacissimo popolo, sia per la favorevole configurazione dei luoghi”.

“Nessuno ignora infatti quali e quante gloriose imprese la nobilissima gente Ungherese abbia compiuto in difesa e per la propagazione della religione di Gesù Cristo; quante volte abbia affrontato nemici terribili e come — quando minacciavano di dilagare, portando rovina nella intera comunità cristiana — abbia sbarrato loro il cammino si può dire col proprio corpo, e quali grandi vittorie ne abbia riportato. Queste celebri imprese sono state immortalate da grandi opere letterarie. Ma non possiamo in alcun modo passare sotto silenzio Stefano, quel santissimo e valorosissimo principe d’Ungheria, la cui memoria veneriamo devotamente con onori celesti, annoverato fra i Santi. Le impronte della sua virtù, della sua santità, del suo valore rimangono vive in codeste regioni, a eterna gloria del nome Ungherese. Anche tutti coloro che si sono succeduti sul trono dopo di lui ne hanno in ogni tempo imitato gli staordinari esempi di virtù. Per questa ragione nessuno può stupirsi se i Pontefici romani hanno sempre onorato con singolari riconoscimenti e privilegi, per i loro immensi e inestimabili meriti verso la cattolicità e la Sede romana, la nazione Ungherese e i suoi re e prìncipi. Tra i privilegi, uno dei più grandi è certamente quello per cui i re, quando partecipano a pubbliche cerimonie, sono preceduti dalla Croce, quale splendido emblema di Apostolato, perché sia manifesto come la nazione Ungherese e i suoi re traggano la propria gloria unicamente dalla Croce di Nostro Signore Gesù Cristo; e come sotto quella insegna siano adusi da sempre a combattere e a vincere in difesa della fede cattolica”[2].

Ordunque, per quanto sia cosa magnifica affidare ad importanti celebrazioni il ricordo di uomini e di avvenimenti, e corredarlo di grandiose manifestazioni di letizia, tuttavia la circostanza comporta che ci si proponga qualcos’altro di più rilevante, che non sia effimero e che rappresenti un concreto contributo al bene della vostra comunità. È fondamentale che l’Ungheria rifletta su se stessa e, stimolata dalla consapevolezza della nobilità dei propri religiosissimi padri e dalla realtà dei tempi, si proponga obiettivi adeguati. A voi certamente, quale che sia la vostra condizione, è rivolta l’esortazione dell’Apostolo: “State saldi nella fede; comportatevi da uomini; siate forti” (1Cor 16,13); occorre che a ciò tutti rispondano con una sola mente e una sola voce: Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza (Eb 10,23); Non macchiamo di colpa la nostra gloria” (1Mac 9,10).

Se ci volgiamo a considerare il carattere del secolo nel suo complesso, abbiamo certamente motivo di dolerCi, Venerabili Fratelli, vedendo ovunque uomini che, pur nutriti nel seno della Chiesa, non mostrano per la religione cattolica, né nei pensieri né nelle opere, il dovuto rispetto, e la collocano pressoché sullo stesso piano di qualsiasi altra religione, o addirittura la considerano con diffidenza e ostilità. A stento ci si può trattenere dal qualificare tale comportamento che, degenerando, ripudia questa eccelsa eredità dei padri e con animo ingrato e sconsiderato si rifiuta di riconoscere i benefìci ricevuti per tanto tempo e trascura quelli che potrebbe ricevere in futuro. Infatti nella dottrina e nelle istituzioni del cattolicesimo sono insite, come già ricordavamo all’inizio, una forza e un’efficacia davvero mirabili, atte a giovare in molti modi alla società umana; esse non s’affievoliscono cogli anni ma, sempre ugualmente vive, sono destinate a rinnovare col mutare dei tempi i loro benèfici effetti, solo che sia loro concesso di operare.

Per quanto riguarda più propriamente il vostro popolo, Noi riteniamo di aver già ribadito a sufficienza, con le precedenti lettere e con altri analoghi interventi, i Nostri consigli in materia di religione, sia denunciando i pericoli ai quali la si deve sottrarre, sia proponendo gli strumenti più idonei a salvaguardarne la libertà e la dignità. E poiché gli affari civili non possono essere disgiunti dalla questione religiosa, Ci siamo intensamente adoperati per assicurarvi anche in quelli un contributo e un sostegno, secondo ciò che pienamente compete all’ufficio Apostolico. Infatti, come voi certamente ricordate, dei consigli e delle prescrizioni che, secondo le circostanze, Ci è parso opportuno indirizzarvi, una parte non esigua riguardava anche la salute e la prosperità pubblica. Ora, se pure in questo campo gli sforzi congiunti dei buoni otterranno un’adesione sempre più pronta ai Nostri suggerimenti e ammonimenti, perché non dovremmo coltivare la speranza che fiorisce tanto lieta da questa celebrazione secolare, e che fa presagire un felice compimento dei comuni desideri? Nessun buon cittadino mancherà certamente di augurarsi che, venuta meno ogni causa di dissidio, alla Chiesa non sia più negato quell’onore che le è dovuto, e che anche allo Stato, stretto in alleanza con la religione avita, derivi parimenti maggior splendore. Ne conseguirebbe il rafforzamento dei poteri, un armonioso rapporto fra le classi sociali, l’educazione della gioventù e altri valori si rafforzerebbero nella verità, nella giustizia, nella carità: è su questi fondamenti e presìdi che gli Stati poggiano e acquistano valore.

Perché voi possiate guadagnarvi questo complesso di beni, così come li possedettero i vostri padri di gloriosa memoria, vi sarà certamente di giovamento se il vostro devoto affetto verso la Chiesa romana trarrà stimoli dal loro esempio con rinnovati auspici. Abbiamo inoltre appreso come sia stato opportunatamente stabilito che durante le pubbliche celebrazioni, in un determinato giorno, la veneratissima corona di Stefano sia trasportata attraverso la capitale, con eccezionale solennità, per essere collocata nella sede del Parlamento, e in effetti nulla è tanto legato alla gloria della vostra nazione e dei vostri re, nulla rappresenta con tanta evidenza il giusto governo dello Stato quanto quel sacro emblema del potere regio.

Ordunque Ci piace sperare che da questa cerimonia scaturisca agevolmente un duplice vantaggio: l’uno, di rafforzare fra le classi e nel popolo il vincolo di ossequio e di fiducia verso l’augusta Casa degli Asburgo, che quella stessa corona, ricevuta dai vostri antenati, ha sempre retto per la felicità del regno; l’altro, che lo stretto ricordo del forte vincolo dei vostri padri con la Cattedra di Pietro — vincolo che quella corona, donata da un Papa, ha consacrato e santificato — renda più stabile e forte tale legame.

Pertanto, l’illustre nazione Ungherese sappia che può e deve confidare completamente nell’autorità e nella benevolenza della Sede Apostolica, la quale mai dimenticherà le memorabili gesta da essa compiute in difesa della fede cattolica, e mantiene e sempre manterrà nei suoi confronti lo stesso sentimento di sollecitudine e materna comprensione. Per quanto sta in Noi, se abbiamo fin qui pensato e predisposto qualcosa a vostro vantaggio, che Dio conceda benignamente di attuarlo con successo, e Ci guidi col suo consiglio e col suo aiuto affinché possiamo ancor di più giovare alla vostra causa. Soprattutto in occasione di questa grande ricorrenza, Egli assista con la sua divina ispirazione il vostro Re Apostolico, le classi sociali, il clero, il popolo tutto; vi ricolmi largamente di quei beni che ha promesso alle nazioni e ai regni votati alla giustizia e alla pace. Ugualmente vi protegga tutti Maria, vostra grande Regina, insieme a Stefano e ad Adalberto, apostoli e celesti patroni del vostro regno; dal loro salutare patrocinio, tante volte sperimentato dai vostri padri, possiate trarre frutti sempre più copiosi.

Con tanto affetto aggiungiamo una speciale preghiera: che tutti i cittadini, uniti nell’amore per la stessa patria e affratellati in occasione di questo momento di gioia collettiva, possano veramente essere uniti un giorno in una sola fede, nel felice abbraccio della madre Chiesa.

Voi intanto, Venerabili Fratelli, continuate con vigile zelo ad esercitare, come fate, la vostra opera meritoria a favore del vostro popolo e dello Stato; quale auspicio dei favori celesti e quale testimonianza della Nostra particolare benevolenza, abbiatevi la Benedizione Apostolica, che con grande affetto impartiamo a ciascuno di voi e a tutta l’Ungheria in festa.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 1 maggio 1896, diciannovesimo anno del Nostro Pontificato.

 

LEONE PP. XIII

 

[1]Clemens XIII P.M. in alloc. Si qui militari, die 1 oct. an. MDCCLVIII.

[2]Epis. Quum multa alia die XIX aug. An. MDCCLVIII

 

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