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[ IT  - LA ]

LEONE XIII

LETTERA APOSTOLICA

MATERNA ECCLESIAE CARITAS

Il Vescovo Leone,
servo dei servi di Dio.
A futura memoria.

 

La materna carità della Chiesa, benché sia diffusa egualmente su tutto il genere umano e sia mirabilmente piena di cure nei confronti di ogni nazione, tuttavia è solita guardare con un particolare sentimento di misericordia a quei popoli che o la violenza o l’errore strappò dalle braccia del Vangelo. Infatti non vi è nulla di così doloroso come vedere le rinascenti tenebre della superstizione accecare coloro su cui una volta, per eccelsa grazia e dono di Dio, era rifulso il lume della verità; nulla è così deplorevole come ricadere nella morte dopo essere stati una volta condotti alla salvezza. Per arcana volontà di Dio una calamità di tal natura ha colpito non poche altre regioni, e così pure l’Africa Romana, quando flutti di violentissime tempeste travolsero la sapienza cristiana, intimamente conosciuta e accolta dagli Africani. Luttuosa oltre ogni limite è la sorte di Cartagine: questa città, famosa per meriti cristiani non meno che per gloria militare e civile, fu distrutta totalmente da sciagurate vicende e sepolta sotto le sue stesse rovine. La riflessione su questi avvenimenti fa sì che Noi, memori del Nostro dovere Apostolico, oggi guardiamo, non senza paterna pietà, alle spiagge dell’Africa che sono quasi visibili all’orizzonte. E poiché vediamo che il nome cattolico ritorna in auge in quella regione, vogliamo che quella buona messe, da Noi coltivata e protetta e che promette ubertosi frutti, metta ogni giorno radici più profonde e cresca rigogliosa con l’aiuto di Dio. Quindi, poiché giova soprattutto alla stabilità e all’ordine della religione che alle singole comunità cristiane presiedano propri Vescovi, abbiamo deciso, considerando lo stato della Chiesa Africana, che sia necessario ricostituire la Sede Arcivescovile di Cartagine e sopprimere l’amministrazione Apostolica.

In proposito, conviene ritornare col pensiero all’antico splendore di quella Chiesa e dalla memoria del passato trarre un auspicio per il futuro. Senza dubbio risulta che la Chiesa Africana è figlia di quella Romana, poiché la più antica tradizione riferisce che, se non proprio San Pietro, certo gli immediati suoi successori annunciarono il Vangelo agli Africani. Tra questi il nome cristiano risulta diffuso rapidamente: non era ancora trascorso il secondo secolo, infatti, quando furono definiti i confini delle Diocesi, furono imposti i Vescovi secondo il rito e furono fondate numerose Chiese in Africa. Si può comprendere quanto esse si siano segnalate per la loro disciplina se si pensa che, prima della fine del secondo secolo, la Chiesa cattolica accolse dall’Africa un Pontefice, ossia San Vittore, il quale, dopo aver governato abilmente la comunità cristiana, dieci anni dopo subì il martirio. A breve intervallo si segnalò una non piccola schiera di uomini sapienti e magnanimi: Ci riferiamo a Cipriano, Tertulliano, Aurelio, Evodio, Possidio e a colui che da solo ha condotto al massimo splendore non solo la comunità Africana ma tutto l’universo cattolico: Agostino.

Nessuno dubita che Cartagine abbia primeggiato fin dai primordi della Chiesa Africana. A buon diritto, infatti, i Vescovi di quella città hanno ottenuto di precedere gli altri per autorità, e la stessa Chiesa di Cartagine, come si legge in Sant’Agostino [1], è definita la testa dell’Africa. In realtà, era tale l’autorità dei Pontefici Cartaginesi in Africa, che essi erano informati su tutte le questioni della Chiesa: sapevano quali risposte dare ai Vescovi, quali ambasciatori inviare al Principe, e se convocare i concili di tutte le province. Sull’argomento, la testimonianza del Nostro Predecessore San Leone IX è assai onorevole e grave: richiesto di un giudizio sul diritto dell’Arcivescovato di Cartagine, così rispose al Vescovo Tommaso: “Senza dubbio, dopo il Romano Pontefice, il primo Arcivescovo e il massimo Metropolitano di tutta l’Africa è il Vescovo di Cartagine; egli non può perdere, a vantaggio di un altro Vescovo, in tutta l’Africa, il privilegio una volta ottenuto dalla santa romana e apostolica Sede, ma lo conserverà fino alla fine dei secoli e finché ivi si invocherà il nome del Nostro Signore Gesù Cristo, sia che Cartagine giaccia abbandonata, sia che un giorno risorga in gloria. Ciò è chiaramente dimostrato dal concilio del Beato martire Cipriano; dai sinodi di Aurelio; da tutti i concili Africani e, ciò che più importa, dai decreti dei Nostri venerabili Predecessori Pontefici Romani”.

Invero, non solo per la dignità, ma anche per gli esempi di virtù cristiane e in particolare per il coraggio, Cartagine parve eccellere. Infatti, se si esclude Roma, a fatica si potrà trovare un’altra città che abbia espresso tanti martiri, così gloriosi per la Chiesa e per il cielo. Per fama e devozione presso la tarda posterità eccellono sulle altre Perpetua e Felìcita, nobilissima coppia di donne la cui vittoria è tanto più ammirevole quanto più a lungo la debolezza del loro sesso resistette a raffinatissime torture. Né meno gloriosa è la palma di Cipriano. Infatti, dopo avere per molti anni nobilitato con la santità e con le opere Cartagine, e con la penna e con gli scritti il nome cristiano, alla fine profuse per Cristo la vita col sangue nel mezzo della sua Chiesa, sotto gli sguardi di coloro ch’egli aveva educato al martirio, con una luminosissima testimonianza.

Inoltre, ciò che non poco raccomanda la memoria della Chiesa di Cartagine è il fatto che i Vescovi Africani, su invito di quell’Arcivescovo, erano soliti riunirsi colà per deliberare insieme su comuni questioni religiose. Ivi, in diversi tempi, essi promulgarono numerosi, sapienti decreti, dei quali non pochi sopravvivono, e con la loro autorità furono assai efficaci nel reprimere le eresie come nel preservare religiosamente la disciplina morale nel Clero e nel popolo. La memore fama celebra anzitutto il terzo Concilio di Cartagine (convocato dal Vescovo Aurelio, uomo di grande forza d’animo), al quale Agostino recò la luce della sua santità e del suo ingegno. Così rilevanti frutti salutari, raccolti a prezzo di tanti sforzi e sacrifici dai Vescovi di Cartagine, devono essere considerati il prodotto dell’intima unione con questa Sede Apostolica. I Vescovi comprendevano infatti che per diritto divino la Chiesa Romana era stata fondata come signora e maestra di tutte le Chiese, e che da essa deriva verso ogni singola Chiesa qualsiasi principio di vita e di vigore, come dalla radice ai rami, e quindi nulla ebbero di più caro che il rimanere uniti ai successori di San Pietro con un intimo e perpetuo vincolo. Infatti, vari monumenti letterari, gli atti dei Concili, le legazioni inviate spesso al Pontefice Romano per trattare le questioni più gravi, e particolarmente le lettere di Optato e di Cipriano costituiscono una testimonianza di gran peso e autorità. Ed è degno di menzione il fatto che tale ossequio per la Sede Apostolica non si è attenuato né per il trascorrere del tempo né per i paurosi rivolgimenti. L’Africa ne trasse un duplice beneficio: nelle sue grandi sventure, trovò sempre un rifugio e una consolazione nella Sede Apostolica; inoltre, forte dell’insegnamento e della protezione dei Romani Pontefici, essa in parte respinse e in parte spense le più perniciose eresie.

Ma dopo aver gloriosamente percorso un periodo di tempo non molto lungo, la Chiesa d’Africa cominciò ad invecchiare e a volgere verso il tramonto; tuttavia avrebbe potuto vivere molto più a lungo se la violenza non l’avesse annientata. Non è scomparsa perché consunta dalla vecchiaia, ma è stata travolta dalle armi dei barbari. È assai noto quante sciagure recarono i Vandali agli Africani; i loro sfrenati eserciti, ovunque mettessero il piede, aggiungevano al saccheggio delle città e alla strage di cittadini, i veleni della peste Ariana: e tanto era dovunque il terrore, che i cattolici “non potevano più respirare, e lamentavano di non avere più un posto ove pregare o sacrificare” [2]. Nel settimo secolo, poi, i Saraceni, nemici del nome cristiano, dopo aver inondato quelle province come un uragano, e aver imposto ai nativi il giogo di una crudele schiavitù, misero a ferro e fuoco la stessa Cartagine, già provata da tante sciagure, e vi portarono la distruzione e la rovina della Chiesa. In quei tempi, mentre ovunque imperversava il furore dei nemici contro la fede cattolica, di nuovo apparvero una messe di martiri, un gran numero di Confessori ed egregie schiere di Vescovi e di sacerdoti: e la Chiesa africana, come era gloriosamente vissuta, così scomparve con dignità. Nelle profonde tenebre che seguirono, due Vescovi di Cartagine, conosciuti soltanto per nome, si posero in luce: Tommaso, di cui sopra è stata fatta menzione, e Ciriaco. Infatti, quasi tutti i presuli che si incontrano nel XV secolo e oltre ebbero soltanto un titolo onorifico.

Dopo cinque secoli di dominazione Saracena, quando in Africa restavano poche e quasi evanescenti tracce della Chiesa sorella, apparve in Italia colui che con grande generosità si dedicò alla salvezza delle genti Africane e perciò si propose di ristabilire tra loro la religione cattolica. Nessuno ignora che quel tale fu Francesco d’Assisi. Egli inviò a Tunisi, la città più importante dell’Africa Proconsolare, vicina a Cartagine, i suoi due seguaci Egidio ed Eletto, e impose loro di operare, per quanto possibile, tra queste genti per richiamarle alle istituzioni cattoliche. Impresa rischiosa ed aspra quant’altra mai, in cui entrambi profusero grande amore e forza d’animo; uno di loro poi congiunse alla santissima intrapresa la gloria di un nobile martirio. In seguito il Nostro Predecessore Gregorio IX incaricò altri uomini di quello stesso Ordine, di dedicarsi colà alla cura delle anime. Sennonché la loro missione fu interrotta dalla persecuzione dei barbari, e fu quindi inevitabile che la terra d’Africa restasse priva di uomini apostolici fino al XVII secolo. Allora finalmente dall’autorità della Sacra Congregazione di Propaganda del nome cristiano fu istituita una Prefettura apostolica che comprendeva le province d’Algeria, Tripolitania e Tunisia; furono incaricati di reggerla i seguaci di San Francesco detti Cappuccini.

Poscia fu nominato un Prefetto Apostolico al cui potere era soggetto tutto il territorio tunisino: per quel compito furono scelti gli stessi religiosi. Essi affrontarono con coraggio il difficile incarico, lo eseguirono sempre con grandezza d’animo, e quindi offrirono ovunque le più nobili testimonianze di ciò che può la carità. Infatti la selvaggia ferocia dei Saraceni inflisse loro incredibili sofferenze: si contano in gran numero coloro che, consunti dall’inclemenza del clima, sottoposti alla spada dei barbari, affranti dalle veglie e da incessanti fatiche, ottennero gli onori del martirio. Ma la loro costanza giovò mirabilmente alla crescita del sentimento religioso: né sono da ritenere di poco conto i vantaggi che in epoca più recente essi procurarono agli Africani, proprio con l’istituzione di numerose parrocchie, con l’apertura di scuole per l’istruzione dei fanciulli, e con altri pii istituti dediti al soccorso degli infelici.

All’inizio di questo secolo, quando le truppe francesi fecero rotta verso l’Africa e si stabilirono vittoriose sulle coste, ivi fu costituita una provincia il cui governo appartenne inizialmente a loro. Non molto più tardi, assegnato un Vescovo agli Algerini, quelle immense regioni, sottomesse per lungo tempo alla dominazione Saracena, parvero riacquistare parte dell’antica dignità. Poscia, create le Diocesi di Orano e di Costantina, i santissimi riti cattolici furono ripristinati, dopo un lungo intervallo, in parecchi luoghi ove un tempo era stata fondata una Chiesa felice e prospera. La stessa regione Tunisina, essendo cresciuto il numero dei cristiani, ottenne dalla Santa Sede un Vescovo dopo che la Prefettura era stata mutata in Vicariato Apostolico. Da quel tempo, sono stati adottati molti provvedimenti salutari per la cristiana disciplina dei costumi: furono ingrandite le parrocchie, aumentate le scuole, fuse insieme numerose pie congregazioni.

Questi inizi favorevoli infusero in molti la speranza che, ripopolato il luogo ove sorgeva Cartagine, la principale città dell’Africa potesse essere risollevata dalla distruzione e ricevere dal Romano Pontefice, secondo le antiche istituzioni, un nuovo Vescovo. Noi Ci rallegriamo che l’esito abbia in parte esaudito quella speranza: non disperiamo che, con l’aiuto di Dio, essa sia del tutto esaudita in futuro. Infatti il Cardinale di S.R.C. Arcivescovo di Algeri Carlo Marziale Lavigerie, uomo sapiente e attivo, ottenuta l’amministrazione del Vicariato Tunisino, si dedicò alla propagazione della fede e alla stabile costituzione dell’ordine religioso. In poco tempo egli condusse a termine molte utili opere ed altre intraprese, atte a risollevare Cartagine dalle sue ceneri. E appunto nella regione chiamata Megara, vicino al luogo che Cipriano consacrò con il suo sangue e non lontano dalla sua tomba, fra le stesse rovine di Cartagine, egli fece costruire la sede episcopale con una cappella, ed ivi i vicini abitanti, soprattutto i poveri e gli sventurati, trovano ogni giorno sollievo alle loro miserie. Nella sua residenza vescovile egli ospita i preti che svolgono i loro compiti sacerdotali sia a Tunisi, sia nei luoghi più popolosi del Vicariato: e sono ancora i Francescani Cappuccini che continuano a prestare tenacemente la loro opera in questa missione. Nella regione chiamata Byrsa egli ha fondato il Seminario Cartaginese, dove gli alunni che alimentano la speranza della nuova Diocesi sono educati alla teologia, alla filosofia e alla letteratura grazie all’impegno e al magistero di capaci maestri. Egli aggiunse non poche parrocchie alle antiche; di esse, una fu collocata nel sacello che prende nome da San Lodovico, nello stesso luogo da dove il devoto re fu sottratto a questa breve vita e innalzato in cielo a sempiterna letizia. Inoltre egli aprì un ospedale per coloro che soffrivano congiuntamente di vecchiaia e di povertà; una infermeria per la cura degli ammalati bisognosi; degli edifici per l’educazione degli adolescenti di entrambi i sessi. Attratti da simili previdenze e benefici, molti cominciarono ad abitare in quei luoghi nella speranza e con l’augurio che la città potesse risorgere. Infine provvide che i mezzi necessari fossero disponibili in perpetuo per la sicurezza dell’Arcivescovo e per il compimento delle opere intraprese.

Dunque, dopo aver considerato attentamente le questioni che abbiamo ricordato e dopo aver valutato singolarmente la loro importanza; richiesto anche il parere della Sacra Congregazione per la propaganda del nome cristiano, con l’autorità di questa Lettera abbiamo ripristinato la Sede Arcivescovile di Cartagine nell’auspicio che questo atto torni a vantaggio di tutta la comunità cristiana e soprattutto giovi alla salute e alla dignità degli Africani. Perciò Noi disponiamo che i confini del territorio Tunisino, entro i quali una volta era Cartagine e che oggi comprendono cinque villaggi, ossia La Marsa, Sidi-Bou-Saïd, Douar-es-Chott, La Malga, Sidi-Daoun, con i loro templi, oratorii, pii istituti e con tutti i loro abitanti cattolici d’ambo i sessi, escano dalla giurisdizione del Vicario Apostolico di Tunisi e d’ora innanzi obbediscano all’Arcivescovo di Cartagine.

Tra le Chiese che sono entro i confini della città, sarà Metropolitana, ma senza cambiamento di nome, quella che sarà prescelta da colui che deve applicare le Nostre presenti decisioni.

L’Arcivescovo di Cartagine chiami a sé, in caso di necessità, uno o più Vicari generali; inoltre scelga tra il Clero consiglieri e assistenti per sbrigare gli affari dell’Archidiocesi. Egli stesso approfondisca e risolva le controversie sui matrimoni e le altre vertenze che l’Arcivescovo ha il diritto di conoscere. Liberamente gestisca tutti gli altri affari che riguardano il magistero pastorale. Si preoccupi di convocare, nei tempi stabiliti per legge, i Sinodi Diocesani. Istituisca non appena possibile il Collegio dei Canonici Metropolitani, secondo le prescrizioni delle leggi ecclesiastiche. Uno dei canonici sia il primo nel Collegio e sia insignito della dignità di Arcidiacono; siano scelti altri due secondo i canoni, di cui l’uno ricopra l’incarico di Teologo, l’altro di Penitenziere. Il Seminario di Cartagine sia per sempre destinato alla educazione degli allievi del santuario. Nell’interregno, l’amministrazione dell’Archidiocesi sia gestita secondo le prescrizioni delle Lettere Apostoliche di Benedetto XIV Ex sublimi e Quam ex sublimi.

Quanto alle Chiese Suffraganee, ai confini da stabilire e ad altre questioni che riguardano la perfetta costituzione dell’Archidiocesi, Noi vogliamo riservare interamente a Noi ogni opportuna decisione su quanto potrà essere utile. Infine, Noi incarichiamo il Nostro Venerabile Fratello Carlo Marziale Lavigerie Cardinale di S.R.C., Arcivescovo di Algeri, Amministratore di Tunisi, di eseguire tutte le disposizioni contenute nella Nostra presente Lettera, e ciò sia compiuto direttamente da lui o da una terza persona insignita di dignità ecclesiastica.

Vogliamo inoltre che tutti e i singoli provvedimenti contenuti in questa Lettera restino in ogni tempo così come sono, fermi, stabili, confermati; che ad essi nessuno possa in alcun modo opporsi, nemmeno le regole Nostre e della Nostra Cancelleria, da tutte le quali Noi deroghiamo in favore di questi decreti. A nessuno dunque sia consentito di violare questa Nostra Lettera, o di contestarla con temerario ardire. Se alcuno poi oserà compiere un tale gesto, sappia che incorrerà nell’ira di Dio onnipotente e dei Suoi beati Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 10 novembre dell’anno 1884 dall’Incarnazione del Signore, settimo del Nostro Pontificato.

 

LEONE PP. XIII

 

[1] Epist. XXXXIII, n. 17.

[2] Victor Vitensis, Pers. Vand., lib. I, c. 7.

 


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