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SAPIENTIAE CHRISTIANAE

LETTERA ENCICLICA
DI SUA SANTITÀ
LEONE PP. XIII

 

A tutti i Patriarchi, Primati, Arcivescovi, Vescovi e agli altri Ordinarii territoriali che sono in pace e comunione con la Sede Apostolica.

Il Papa Leone XIII. Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Richiamarsi ai precetti della sapienza cristiana e conformare profondamente ad essi la vita, i costumi e le istituzioni dei popoli è cosa che ogni giorno appare sempre più necessaria. Avendoli messi da parte, ne sono derivati mali così grandi che nessun uomo saggio può sopportare la presente situazione senza una grave preoccupazione, né guardare al futuro senza timore.

Si è realizzato un non comune progresso dei beni che riguardano il corpo e le cose materiali, ma tutta la natura sensibile, il possesso dell’energia e dell’agiatezza, se possono generare comodità e aumentare la dolcezza della vita, non possono soddisfare l’anima che è nata per destini più grandi e più alti. Contemplare Dio e tendere a Lui è la suprema legge della vita degli uomini, i quali, creati a immagine e somiglianza divina, sono fortemente invitati a possedere il loro Creatore.

Ma non si va a Dio con le tendenze e le esigenze del corpo, bensì con la conoscenza e l’affetto che sono atti dell’anima. È Dio, infatti, la prima e suprema verità, e la nostra mente non si pasce che di verità: alla santità perfetta e al sommo bene può aspirare e accedere soltanto la nostra volontà sotto la guida della virtù.

Quanto si dice dei singoli uomini, deve essere riferito anche alla società, sia domestica, sia civile. La natura infatti non ha creato la società perché l’uomo la seguisse come un fine, ma affinché in essa e per essa trovasse gli aiuti adatti alla propria perfezione. Se la società civile persegue unicamente le comodità esteriori e il culto della vita nel lusso e nell’abbondanza; se ignora Dio nella vita amministrativa e non si cura delle leggi morali, essa devìa terribilmente dal suo scopo e da quanto la natura prescrive, e non può essere considerata società e comunità di uomini ma una falsa imitazione e parodia di società.

Quei beni spirituali che – come abbiamo già detto – si ritrovano soprattutto nel culto della vera religione e nella costante osservanza dei precetti cristiani, li vediamo oscurarsi ogni giorno per dimenticanza o per fastidio degli uomini, cosicché quanto più grandi sono i progressi che riguardano la vita corporale, tanto maggiore è il tramonto dei valori che riguardano l’anima. Indizio significativo della diminuita e indebolita fede cristiana si trova nelle stesse ingiurie che vengono rivolte troppo spesso contro il nome cristiano, in piena luce e sotto gli occhi di tutti; in altri tempi, una società rispettosa della religione non l’avrebbe mai tollerato. Per queste cause è incredibile a dirsi quale grande numero di uomini si trovi in pericolo di perdere l’eterna salvezza. Ma le stesse città e gli Stati non possono restarne indenni a lungo, perché crollando gli ordinamenti e i costumi cristiani, inevitabilmente crollano anche le fondamenta della società umana.

Per difendere la pubblica tranquillità e l’ordine resta soltanto la forza: ma anche la forza pubblica diventa molto debole se scompare l’aiuto della religione: risulta più atta a creare schiavitù che obbedienza; raccoglie già in se stessa i semi di gravi disordini.

Il nostro secolo ha provato gravi, memorabili vicende, e non si sa se dobbiamo paventarne altre uguali. Pertanto il momento storico ci ammonisce da che parte bisogna cercare i rimedi, cioè ripristinare in tutte le componenti della vita sociale il modo cristiano di pensare e di agire della vita privata: questo è l’unico sicuro mezzo per eliminare i mali che ci affliggono e impedire i pericoli che ci sovrastano.

A questo, Venerabili Fratelli, è necessario che ci dedichiamo; a questo dobbiamo portare ogni nostro sforzo con il massimo impegno: per questa ragione, sebbene abbiamo già altrove trattato queste cose, quando Ci fu data la possibilità, Ci sembra tuttavia molto utile descrivere i doveri dei cattolici più chiaramente in questa Lettera: questi doveri, se osservati con ogni cura, saranno di grande utilità per la salvezza dei beni sociali.

Incorriamo quasi ogni giorno in grandi contrasti sui massimi problemi: ed è molto difficile non restare vittime di inganni, di errori e di vedere molti perdersi d’animo e soccombere. È nostro dovere, Venerabili Fratelli, ammonire, insegnare, esortare a suo tempo affinché nessuno abbandoni la via della verità.

Non si può dubitare che siano molti e maggiori i doveri dei cattolici che non di coloro che sono appena consapevoli della loro fede cattolica o ne sono completamente privi. Allorché Cristo, procurata la salvezza al genere umano, comandò agli Apostoli di predicare il Vangelo ad ogni creatura, impose pure questo dovere a tutti gli uomini: che imparassero e credessero alle cose che venivano loro insegnate; a questo dovere è congiunto il raggiungimento dell’eterna salvezza. “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo: chi non crederà sarà condannato” (Mc 16,16). Ma l’uomo quando ha abbracciato la fede cristiana – come è suo dovere – deve perciò stesso sottomettersi alla Chiesa come figlio suo, e diventa partecipe di questa grandissima e santissima società, sulla quale spetta esercitare il sommo potere al romano Pontefice, sottoposto al capo invisibile Gesù Cristo.

Ora, pertanto, se siamo obbligati per legge di natura ad amare e difendere particolarmente quella città nella quale siamo nati e cresciuti in questa luce, fino al punto che un buon cittadino non può dubitare di dover dare anche la vita per la patria, è molto più doveroso per i cristiani amare sempre la Chiesa. La Chiesa è infatti la città santa del Dio vivente, nata da Dio stesso e costituita dallo stesso Autore: è pellegrina qui sulla terra, ma sempre intenta a chiamare gli uomini per istruirli e condurli all’eterna felicità del cielo. Pertanto si deve amare la patria dalla quale abbiamo ricevuto il dono di una vita mortale: ma è necessario anteporle nell’amore la Chiesa, alla quale dobbiamo una vita che durerà in perpetuo: perché bisogna anteporre i beni dell’anima a quelli del corpo; i nostri doveri verso Dio sono molto più santi che non quelli verso gli uomini.

D’altra parte, se si vuole giudicare rettamente, l’amore soprannaturale per la Chiesa e l’amore naturale per la patria sono entrambi figli della stessa sempiterna fonte, poiché hanno come causa e autore Dio stesso, dal che consegue che un dovere non può essere in contraddizione con l’altro. Possiamo e dobbiamo dunque amare l’una e l’altra: amare noi stessi; essere benevoli con il prossimo; amare lo Stato e il potere che vi presiede, e nello stesso tempo venerare la Chiesa come nostra madre, e con il massimo amore possibile tendere a Dio. Tuttavia questo ordine di precetti talora viene pervertito, sia per la calamità dei tempi, sia per la cattiva volontà degli uomini. Accadono anche circostanze in cui sembra che lo Stato richieda dai cittadini cose del tutto contrarie a quelle richieste dalla religione ai cristiani, per il fatto che le autorità dello Stato non tengono in nessun conto il potere sacro della Chiesa, oppure la vogliono soggetta a sé. Da qui sorgono il contrasto e l’occasione per mettere alla prova la virtù. Incalzano due poteri, per cui non si può obbedire contemporaneamente a coloro che comandano cose contrarie: “Nessuno può servire a due padroni” (Mt 6,24), per cui se si segue uno, diventa inevitabile lasciare l’altro. Nessuno può dubitare quale dei due sia da anteporre.

È un atto di empietà abbandonare l’ossequio a Dio per soddisfare gli uomini: come pure trasgredire le leggi di Gesù Cristo per obbedire alle autorità dello Stato, o violare i diritti della Chiesa col pretesto di osservare il diritto civile. “È necessario obbedire più a Dio che agli uomini” (At 5,29). È ciò che Pietro e gli altri Apostoli risposero alle autorità che imponevano cose ingiuste; è ciò che si deve sempre ripetere senza esitazioni in casi simili. Nessun cittadino, sia in pace sia in guerra, è migliore di un vero cristiano, memore del proprio dovere; ma questi deve essere pronto a sopportare tutto, anche la morte piuttosto che abbandonare la causa di Dio e della Chiesa. Perciò non hanno considerato adeguatamente la forza e la natura delle leggi coloro che riprovano questa decisione nella scelta dei doveri, e affermano che questa è sedizione. Parliamo di cose note al popolo e da Noi altre volte spiegate. La legge non è che un comando della retta ragione, promulgata per il bene comune da colui che ha un legittimo potere.

Ma non c’è nessun vero e legittimo potere se non parte da Dio, sommo sovrano e padrone di tutte le cose, che solo può concedere ad un uomo il potere su altri uomini; e non deve essere ritenuta retta una ragione che dissenta dalla verità e dalla ragione divina: né vi è un vero bene se è contrario al sommo e immutabile bene o che allontani e svii dall’amore a Dio le volontà degli uomini. Sacro è per i cristiani il nome dell’autorità pubblica, nella quale essi riconoscono una certa immagine e un simbolo della maestà divina, persino quando è gestita da persone indegne. Alla legge è dovuto un giusto rispetto, non per la forza o le minacce, ma per la consapevolezza di un dovere: “Dio non ci ha dato uno spirito di timore” (2Tm 1,7). Però se le leggi dello Stato dovessero essere apertamente in contraddizione con il diritto divino; se dovessero essere ingiuriose verso la Chiesa, o contraddire i doveri della religione o violare l’autorità di Gesù Cristo nella persona del Papa, allora è doveroso resistere ed è colpa ubbidire; e questo si collega al disprezzo verso lo Stato, perché si pecca anche contro lo Stato quando si va contro la religione.

Nuovamente si chiarisce quanto sia ingiusta l’accusa di sedizione: infatti, non si ricusa la dovuta obbedienza al capo dello Stato e agli autori delle leggi, ma ci si oppone solamente alla loro volontà in quei precetti che essi non hanno alcun potere di imporre perché vengono emanati offendendo Dio, perciò mancano di giustizia e sono tutto fuorché leggi.

Voi sapete, Venerabili Fratelli, che questa è la stessa dottrina del beato Paolo Apostolo, che dopo aver scritto a Tito che si dovevano ammonire “i cristiani di stare soggetti ai principi e ai governanti e obbedire ai loro ordini”, aggiunse subito che “dovevano essere preparati per ogni opera buona” (Tt 3,1). Dal che appare chiaramente che se le leggi umane dovessero stabilire qualcosa di contrario all’eterna legge di Dio, sarebbe giusto non obbedire. Con simile argomentazione il Principe degli Apostoli rispondeva con forte ed eccelsa nobiltà d’animo a coloro che gli volevano togliere la libertà di predicare il Vangelo: “Se è giusto al cospetto di Dio ascoltare voi piuttosto che Dio, giudicatelo voi stessi: non possiamo infatti non parlare di quelle cose che abbiamo visto e udito” (At 4,19-20). È dunque grande dovere dei cristiani amare le due patrie, quella di natura e l’altra della città celeste, purché sia prevalente l’amore di quest’ultima sulla prima, e non si antepongano mai i diritti umani a quelli divini, e si consideri la città celeste come fonte dalla quale sgorgano tutti gli altri doveri. Il Salvatore del genere umano ha detto di se stesso “Io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza della verità” (Gv 18,37). Come pure “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e che cosa voglio se non che si accenda?” (Lc 12,49). Tutta la vita e la libertà del cristiano stanno nella conoscenza di questa verità, che è il massimo della perfezione della mente, e nell’amore a Dio che pure rende perfetta la volontà. E la Chiesa conserva e difende con continuo impegno e vigilanza questo nobilissimo patrimonio – cioè della verità e della carità – affidatole da Gesù Cristo.

Ma non vale la pena parlare qui della guerra accanita e multiforme scatenata contro la Chiesa. Tutto quello che capita alla ragione umana di scoprire con l’investigazione scientifica su realtà finora sconosciute e gelosamente nascoste dalla natura, e di convertire le scoperte in uso per la vita, dà agli uomini l’ardire di sentirsi dei e di poter allontanare dalla vita comune l’autorità di Dio. Ingannati da questo errore, trasferiscono alla natura umana il dominio strappato a Dio, e sostengono che si deve ricercare nella natura il principio e la norma di ogni verità: da essa emanano e ad essa dovrebbero essere ricondotti tutti i doveri religiosi. Pertanto, niente è stato rivelato da Dio: non si deve obbedire alla Chiesa e alla disciplina dei costumi cristiani; la Chiesa non ha nessun potere e nessun diritto di legiferare; anzi, è necessario non lasciare alla Chiesa spazio alcuno nelle istituzioni dello Stato. Esigono, e con ogni sforzo operano per giungere al potere e al governo negli Stati per potere più agevolmente indirizzare le leggi secondo queste dottrine, e creare nuovi costumi fra i popoli. E così si aggredisce ovunque la cattolicità, o apertamente o la si combatte occultamente: permettendo la libertà ad ogni perverso errore, viene spesso limitata e ristretta con molti vincoli la professione della verità cristiana. In questa triste condizione, ciascuno prima di tutto deve rientrare in se stesso per custodire e difendere la fede altamente radicata nell’animo, evitando i pericoli, sempre armato contro le varie insidie dei sofismi. A tutela di questa virtù è molto utile, e consentaneo ai nostri tempi, lo studio diligente, secondo le personali capacità, della dottrina cristiana e di quelle cose che riguardano la religione e che possono essere comprese col lume della ragione, e di esse arricchirsi la mente. E poiché non basta conservare incorrotta la fede nell’anima, ma è necessario aumentarla con assiduo studio, si deve ricorrere a Dio con la reiterata e umile preghiera degli Apostoli: “Aumenta i noi la fede!” (Lc 18,5). Per la verità in questa materia che riguarda la fede cristiana ci sono altri doveri che, se fu sempre importante osservare accuratamente e religiosamente per la salvezza, è più che mai necessario osservare ai nostri tempi.

In tanta pazza confusione di ideologie così vastamente diffuse, è certamente compito della Chiesa assumersi la difesa delle verità e sradicare dagli animi gli errori: questo in ogni tempo e religiosamente, poiché essa deve tutelare l’amore di Dio e la salvezza degli uomini. Ma quando lo richieda la necessità, non solo devono difendere la fede i prelati, ma “ciascun fedele deve propagare agli altri la propria fede, sia per l’istruzione degli altri fedeli, sia per confermarli, o per reprimere gli assalti degli infedeli”[1] . Cedere all’avversario o tacere, mentre dovunque si alza tanto clamore per opprimere la verità, è proprio dell’inetto oppure di chi dubita che sia vero quello che professa. L’uno e l’altro atteggiamento sono ignobili e ingiuriosi a Dio; l’una cosa e l’altra contrastanti con la salvezza individuale e collettiva: sono soltanto giovevoli ai nemici della fede, perché l’arrendevolezza dei buoni aumenta l’audacia dei malvagi. Per questo è ancor più da condannare l’inerzia dei cristiani perché il più delle volte si possono confutare gli errori e le malvagie affermazioni facendolo spesso con poco sforzo; ma farlo sempre occorre un impegno molto più grande. Per ultimo, nessuno è dispensato dall’usare quella forza che è propria dei cristiani, perché con essa si spezzano spesso le macchinazioni e i piani degli avversari. Ci sono poi dei cristiani nati per la disputa: quanto più grande è il loro coraggio, tanto più certa è la vittoria con l’aiuto di Dio. “Confidate: io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). E nessuno può opporre l’obiezione che il custode e il garante della Chiesa, Gesù Cristo, non ha bisogno certamente dell’opera degli uomini. Ma non è per mancanza di potenza, bensì per la grandezza della sua bontà che egli vuole che qualcosa si faccia pure da noi per l’opera della salvezza che egli ci ha procurato, e per ottenerne frutti sempre maggiori.

Gl’impegni più importanti di questo dovere sono di professare la dottrina cattolica a viso aperto e con costanza, e di propagarla come ciascuno può. Infatti, come è stato affermato tante volte e con verità, niente è così dannoso per la dottrina cristiana che il non essere conosciuta. Basta da sola a dissipare gli errori quando è appresa rettamente; se la mente con semplicità e non vincolata da falsi pregiudizi la comprende, la ragione dichiara di dovere assentire. Per vero, la virtù della fede è un grande dono della grazia e della bontà divina. Ma i mezzi con i quali si raggiunge la fede non sono generalmente altri che l’ascolto: “Come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?.. La fede dipende dunque dalla predicazione, e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” (Rm 9,14-17).

Poiché dunque la fede è necessaria per la salvezza, ne consegue che si deve assolutamente predicare la parola di Cristo. Certamente il ministero di predicare, cioè di insegnare, per diritto divino spetta a quei maestri che lo “Spirito Santo ha costituito Vescovi per reggere la Chiesa di Cristo” (At 20,28) e specialmente al Pontefice romano, Vicario di Gesù Cristo, messo a capo di tutta la Chiesa con il supremo potere, maestro di quanto si deve credere e praticare. Ma nessuno creda che sia proibito ai privati di dare la propria attività in questo compito, specialmente per coloro ai quali Dio ha dato profondità di ingegno, e il desiderio di rendersi meritevoli per il bene comune. Costoro, quando sia necessario, possono convenientemente assumersi non la parte del dottore della Chiesa, ma quella di trasmettere agli altri ciò che essi hanno appreso, facendo risuonare la voce dei maestri come fossero la loro immagine. L’opera dei privati è apparsa anzi così opportuna e utile ai Padri del Concilio Vaticano da richiederla espressamente. “Per le viscere di Gesù Cristo noi supplichiamo tutti i fedeli, specialmente coloro che sono costituiti in autorità o che hanno il compito d’insegnare, e ordiniamo loro in nome di Dio e del nostro Salvatore affinché impegnino la loro opera e le loro forze nel respingere ed eliminare dalla Santa Chiesa tutti questi errori e nel diffondere la luce della purissima fede”[2] .

Del resto ognuno ricordi che può e deve diffondere la fede cattolica con l’autorità dell’esempio, e predicarla con la costante professione. Fra i doveri che ci uniscono a Dio e alla Chiesa questo più di tutti bisogna ricordare, che cioè ciascuno, con tutte le capacità possibili, lavori per propagare la verità cristiana e per confutare gli errori.

Certamente non potranno compiere utilmente e sufficientemente questi compiti se scenderanno in campo divisi gli uni dagli altri. Gesù Cristo predisse che come egli stesso per primo dovette sostenere l’offesa e l’avversione degli uomini, certamente anche l’opera da lui istituita avrebbe incontrato eguale trattamento; in modo che a molti sarebbe stato vietato di giungere alla salvezza da lui recata con il suo sacrificio. Per questo non volle soltanto avere seguaci della sua dottrina, ma unirli strettamente in una comunità e in un solo corpo, “che è la Chiesa” (Col 1,24), di cui egli fosse il capo. La vita di Gesù Cristo permea e si diffonde in tutto il corpo nella sua compagine; alimenta e sostiene le singole membra, e così unite e composte le dirige allo stesso fine, anche se l’azione di ciascun membro non è la stessa [3]. Per questa ragione la Chiesa non solo è una società perfetta e molto superiore ad ogni altra società, ma è stato ordinato dal suo Autore che essa debba combattere per la salvezza del genere umano “come esercito schierato sul campo” (Ct 6,9).

Codesto ordinamento e codesta conformazione della società cristiana non possono essere cambiati in nessun modo: a nessuno è lecito vivere secondo il proprio arbitrio, né seguire nella lotta la tattica che gli pare, perché non raccoglie ma disperde chi non raccoglie con Cristo e con la Chiesa, e certamente combattono contro Dio coloro che non combattono con Lui e con la Chiesa [4].

Prima di tutto, dunque, sono necessarie una piena concordia e uniformità di sentimenti per unire tutti gli animi nell’azione motivata contro i nemici del nome cattolico. A questa stessa unione Paolo Apostolo esortava con grande ardore e con gravi parole i Corinzi: “Pertanto vi scongiuro, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a dire tutti la stessa cosa, e che non esistano divisioni fra voi: siate uniti nello stesso spirito e nello stesso sentimento” (1Cor 1,10). Facilmente si percepisce la sapienza di questo precetto. Infatti, principio dell’azione è la mente; pertanto non possono essere concordi le volontà né simili le azioni se le menti hanno pensieri diversi. Coloro che seguono soltanto la ragione poco facilmente possono avere, anzi neppur possono avere, una sola dottrina; l’arte di conoscere bene le cose è molto difficile: la nostra mente è inferma per natura e deviata dalla varietà delle opinioni: spesso erra per l’impulso offertole esternamente dalle cose: si aggiungono poi le passioni, che spesso tolgono la facoltà di scorgere il vero o la diminuiscono certamente molto. Per questa ragione nel governo degli Stati si opera spesso per tenere unite con la forza persone che fra loro sono discordi. Ben diversamente avviene fra i cristiani che ricevono dalla Chiesa ciò che bisogna credere: dalla sua autorità e dalla sua guida sanno per certo di attingere alla verità. Poiché dunque una è la Chiesa, uno Gesù Cristo, una deve essere la dottrina di tutti i cristiani in tutto il mondo. “Un solo Signore, una sola fede” (Ef 4,5). “Avendo tutti lo stesso spirito di fede” (2Cor 4,13), ottengono effetti salutari, dai quali derivano spontaneamente in tutti la stessa volontà e lo stesso modo di agire.

Ma, come comanda l’Apostolo Paolo, bisogna che l’unanimità sia perfetta. Poiché la fede cristiana non si basa sulla ragione umana ma sull’autorità della mente divina, noi crediamo che le cose che abbiamo ricevuto da Dio siano “vere non per l’intrinseca verità delle cose viste con il naturale lume della ragione, ma per l’autorità dello stesso Dio rivelante che non può ingannarsi né può ingannare”[5]. Ne consegue che qualunque cosa certamente rivelata da Dio deve essere accettata con pieno ed uguale assenso: negare fede ad una sola di queste, significa rifiutarle tutte. Sovvertono il fondamento stesso della fede coloro che negano che Dio abbia parlato agli uomini, o che dubitano della sua infinita verità e sapienza. Spetta alla Chiesa docente stabilire quali sono le verità divinamente affidate alla Chiesa stessa, alla quale Dio demandò anche la custodia e l’interpretazione della propria parola. Il sommo maestro nella Chiesa è il Pontefice romano. E come la concordia degli animi richiede un perfetto consenso in una stessa fede, così richiede che le volontà siano perfettamente soggette e obbedienti alla Chiesa e al romano Pontefice, come a Dio. L’obbedienza deve essere perfetta perché è richiesta dalla fede stessa, ed ha in comune con la fede che non può essere separata da essa; anzi, se non è assoluta pur avendone tutti gli aspetti le resta soltanto un’apparenza di obbedienza, ma di fatto scompare. La tradizione cristiana attribuisce a tale perfezione tanto valore, che essa è sempre stata ed è ritenuta la nota caratteristica per riconoscere i cattolici. Questa asserzione è mirabilmente spiegata da Tommaso d’Aquino: “L’oggetto formale della fede è la prima verità, come ci viene rivelato nella Sacra Scrittura e nella dottrina della Chiesa, che procede dalla prima verità. Perciò chiunque non aderisce alla dottrina della Chiesa come a regola infallibile e divina che promana dalla verità prima manifestata nelle Sacre Scritture, non ha la proprietà della fede, ma considera le verità della fede in modo diverso dalla fede. È pertanto manifesto che chi aderisce alla dottrina della Chiesa come a regola infallibile, accetta tutto ciò che la Chiesa insegna; invece, se dei suoi insegnamenti egli ritiene quello che vuole e rigetta quello che non vuole, egli non aderisce come norma infallibile alla dottrina della Chiesa, ma unicamente alla propria volontà [6]. Una sola deve essere la fede di tutta la Chiesa secondo le parole dell’Apostolo Paolo (cf. 1Cor 1). Siate unanimi nel parlare, e non vi siano divisioni fra voi: e quest’unanimità non si potrebbe conservare se, sorta una questione intorno alla fede, non venisse decisa da colui che presiede a tutta la Chiesa, in modo che la sua dichiarazione sia accolta fermamente da tutta la Chiesa. Quindi alla sola autorità del Sommo Pontefice spetta approvare una nuova edizione del Simbolo, come pure tutte le altre cose che riguardano la Chiesa” [7].

Nel determinare i limiti dell’obbedienza nessuno creda di dover obbedire all’autorità dei sacri Pastori, e specialmente del romano Pontefice, solamente in ciò che riguarda il dogma, il cui ostinato ripudio non può essere disgiunto dal peccato di eresia. Anzi, non basta neppure accettare con sincera e ferma approvazione quelle dottrine che, quantunque non definite da un solenne giudizio, vengono tuttavia proposte dalla Chiesa alla credenza dei fedeli come divinamente rivelate al magistero ordinario ed universale, e si devono credere come “di fede cattolica e divina” secondo il decreto del Concilio Vaticano. Ma resta ancora l’obbligo dei cristiani, che devono lasciarsi guidare e governare dal potere e dal consiglio dei Vescovi, e in primo luogo dalla Sede Apostolica. Quanto ciò sia ragionevole è evidente. Infatti, delle verità contenute nella Rivelazione, alcune riguardano Dio, altre l’uomo stesso e le cose necessarie alla salvezza eterna dell’uomo. Ora, questo doppio ordine di verità, cioè quello che si deve credere e quello che si deve operare, appartiene per diritto divino, come abbiamo detto, alla Chiesa e al Sommo Pontefice. Per tali motivi il Pontefice deve poter giudicare con la sua autorità quali siano le cose contenute nella parola di Dio, quali dottrine sono ad esse conformi, e quali no. Allo stesso modo deve indicare ciò che è onesto o turpe; ciò che si deve fare e cosa fuggire per raggiungere la salvezza; altrimenti non sarebbe più il sicuro interprete della parola di Dio, né guida sicura all’uomo nell’agire.

Addentrandoci ancor più profondamente nella natura della Chiesa, vediamo che essa non è una fortuita comunità di cristiani, ma una società costituita con eccellente ordinamento di Dio stesso, con il fine diretto e naturale di portare la pace e la santità nelle anime; e poiché essa sola ha da Dio i mezzi a ciò necessari, ha le sue leggi ben determinate, determinati doveri, e segue nel governo dei popoli cristiani metodi e vie conformi alla sua natura. Ma l’esercizio di questo governo è difficile e con frequenti contrasti. La Chiesa guida popoli sparsi su tutta la terra, differenti per razze e costumi, i quali, vivendo nei singoli Stati secondo le proprie leggi, devono obbedire contemporaneamente al potere civile e a quello ecclesiastico. Questi due doveri sono congiunti nella stessa persona, ma non contrastanti fra loro – come abbiamo detto – e neppure confusi, perché l’uno riguarda la potestà dello Stato, l’altro il bene proprio della Chiesa: ambedue istituiti per il perfezionamento dell’uomo.

Posta questa delimitazione di diritti e di doveri, è evidente che i governanti sono liberi nell’amministrazione dei loro Stati, e questo non certamente con l’ostilità della Chiesa, ma anzi con il suo pieno aiuto, poiché inculcando l’osservanza della pietà religiosa, che è un atto di giustizia verso Dio, essa promuove con ciò stesso l’ossequio verso il principe. Ma con intendimento molto più nobile il potere della Chiesa tende a governare gli uomini tutelando “il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 6,33), dedicandosi totalmente a realizzarlo. Nessuno può dubitare, salva la fede, che alla sola Chiesa sia stato assegnato questo particolare governo delle anime in modo che non è rimasto spazio alcuno alla potestà civile; infatti Gesù Cristo ha affidato le chiavi del regno dei cieli non a Cesare ma a Pietro. Con questa dottrina politico-religiosa sono connesse alcune altre questioni di non lieve importanza, delle quali in questo documento non vogliamo tacere.

La società cristiana dista moltissimo da ogni tipo di governo politico. Anche se ha somiglianza e forma di regno, senza dubbio ha un’origine, una ragion d’essere e una natura molto diversa dai regni terreni. Pertanto è diritto della Chiesa vivere e conservarsi con leggi e istituzioni conformi alla sua natura. Essa, essendo non soltanto una società perfetta, ma superiore a qualunque altra società umana, si rifiuta di seguire, per suo diritto e per il suo fine, le vicende dei partiti e di adeguarsi alle esigenze mutabili della vita civile. Per la stessa ragione, custode del proprio diritto, rispettosissima dell’altrui, afferma che non appartiene alla Chiesa esprimere preferenze sulla forma di governo e con quali istituzioni la società civile dei popoli cristiani debba reggersi: fra le varie forme di governo non ne condanna nessuna, purché siano rispettate la religione e la morale dei costumi. A questo contegno devono essere indirizzati i pensieri e le azioni dei singoli cristiani. Non v’ha dubbio che sia lecita in politica una giusta lotta, naturalmente quando si combatte secondo verità e giustizia, affinché prevalgano quelle opinioni che appaiono più conformi delle altre al bene comune. Ma trascinare la Chiesa a partecipare all’attività di qualche partito, oppure pretendere di averla come aiuto per superare gli avversari è di coloro che vogliono abusare smoderatamente della religione. Al contrario la religione deve essere santa e inviolata per tutti. Nella politica stessa, che non può prescindere dalle leggi morali e dai doveri della religione, si deve precipuamente e sempre cercare ciò che è più conforme al nome cristiano. Se talora appare che questo è in pericolo ad opera degli avversari, allora deve cessare ogni divergenza, e con intendimento concorde degli animi si deve prendere la difesa della religione, che è il massimo bene comune a cui devono rapportarsi tutti gli altri. Il che conviene che sia da Noi esposto più diffusamente.

Certamente sia la Chiesa, sia lo Stato, hanno una loro sovranità: pertanto nessuno dei due, nella propria sfera e nei propri limiti costituiti dai singoli fini, ubbidisce all’altro. Ma da questo non si deve tuttavia concludere che i due poteri siano fra loro separati e tanto meno in lotta l’uno contro l’altro. La natura non ci ha dato soltanto un’esistenza fisica, ma anche una morale. Per questo l’uomo chiede alla tranquillità dell’ordine pubblico, che la società civile si propone come fine prossimo, di poter vivere bene, ma soprattutto chiede sempre maggior aiuto per perfezionare i costumi; e questa perfezione non consiste altro che nel conoscere e praticare la virtù. Contemporaneamente l’uomo vuole doverosamente trovare nella Chiesa gli aiuti dei quali possa fruire per la sua perfezione religiosa, la quale si trova nella conoscenza e nella pratica della vera religione che è la regina delle virtù, appunto perché, ordinandole a Dio, le compie e le perfeziona tutte.

Nel sancire le leggi e le istituzioni si deve aver riguardo alla natura morale e religiosa dell’uomo, e si deve curare la sua perfezione, ma rettamente e con ordine: non si deve comandare o vietare alcunché, senza tener conto di quello che spetta alla società civile e di quello che spetta alla società religiosa. Per questa ragione la Chiesa non può disinteressarsi delle leggi che hanno valore nello Stato, non in quanto tali, ma perché, uscendo dai limiti del proprio ambito, talvolta invadono il diritto della Chiesa. Anzi, per essa è un dovere impostole da Dio di resistere ogni volta in cui la legislazione dello Stato danneggi la religione, e di impegnarsi attivamente affinché lo spirito del Vangelo arrivi a permeare le leggi e le istituzioni dei popoli.

Poiché le sorti degli Stati per lo più dipendono dall’indole dei governanti, la Chiesa non può favorire e appoggiare coloro dai quali si sente contestata: cioè coloro che apertamente ricusano di rispettare i suoi diritti e che vogliono separare due cose connesse per la loro natura, la religione e la vita civile. Al contrario essa favorisce, come è suo dovere, coloro che avendo un giusto concetto dello Stato e della società cristiana, vogliono operare concordi per il bene comune. In questi precetti è contenuta la norma che ogni cattolico deve seguire nell’esercizio della vita pubblica. Pertanto, è permesso ovunque militare per la Chiesa nella politica, favorendo uomini di specchiata probità morale che diano buona speranza di onorare il nome cristiano, e non c’è nessuna ragione per cui si debba dare la preferenza a uomini ostili alla religione.

Da questo appare chiaramente quanto sia importante il dovere di conservare l’unità degli animi specialmente in questi tempi, in cui con tanta astuzia viene impugnato il cristianesimo. Tutti coloro che vogliono restare fedeli alla Chiesa che è “colonna e fondamento della verità” (1Tm 3,15) eviteranno facilmente i maestri menzogneri “che promettono agli altri la libertà, mentre essi stessi sono schiavi della corruzione” (2Pt 1,19). Anzi, resi forti della potenza spirituale della Chiesa, sapranno vincere con la saggezza le insidie, e con il coraggio la violenza.

Non è questo i luogo per indagare se e quanto abbiano contribuito a creare questo nuovo stato di cose l’opera troppo debole e l’interna discordia dei cattolici: ma certamente gli uomini malvagi sarebbero stati meno audaci e non avrebbero provocato tante rovine se ci fosse stata negli animi di molti una fede più vigorosa: quella fede che “opera per mezzo della carità” (Gal 5,6), e non sarebbe tanto scaduta nel costume quella morale cristiana che ci è stata divinamente affidata. Voglia Dio che il passato, attraverso il ricordo, procuri maggiore saggezza nell’avvenire.

Quanto poi a coloro che parteciperanno alla politica dovranno evitare due difetti, dei quali uno usurpa il falso nome di prudenza, l’altro è la temerarietà. Alcuni affermano che non conviene opporsi apertamente alla potente e imperante iniquità, perché la lotta non esasperi l’animo degli avversari. Non si sa se costoro stiano pro o contro la Chiesa, in quanto affermano di professare la dottrina cattolica ma poi vorrebbero che la Chiesa permettesse di propagare impunemente le teorie che le sono contrarie. Si lamentano dello scadimento della fede e anche della corruzione dei costumi, ma non fanno nulla per rimediarvi, anzi talvolta con l’eccessiva indulgenza o con una dannosa simulazione aggravano il male. Costoro vogliono che nessuno abbia dubbi sulla loro devozione alla Sede Apostolica, ma hanno sempre qualcosa da rimproverare al Papa. La prudenza di queste persone è di quel genere che l’Apostolo Paolo chiama “sapienza della carne e morte dell’anima”, dato che non è né può essere subordinata alla legge divina [8]. Nulla è meno utile per chi voglia diminuire questi mali. I nemici lo dichiarano apertamente, e se ne gloriano: hanno il fermo proposito di abbattere fin dalle fondamenta, se fosse possibile, l’unica vera religione, quella cattolica. Con tale obiettivo tutto osano: comprendono infatti che quanto più si indebolirà il coraggio degli altri, tanto maggiore libertà avranno per compiere le loro malefatte. Pertanto coloro che seguono la “prudenza della carne” e fingono di ignorare che ognuno deve essere un buon soldato di Cristo, coloro che vogliono conseguire il premio dovuto ai vincitori attraverso una via addolcita e senza combattere, invece di troncare la via dei malvagi arrivano a favorirla.

Alcuni, mossi da intenti fallaci o, quel che è peggio, un po’ agendo e un po’ dissimulando, non si assumono le loro responsabilità. Vorrebbero che la Chiesa si reggesse secondo il loro giudizio e parere, fino ad accettare di malavoglia o con ripugnanza ciò che si fa altrimenti. Costoro contestano con vane parole e sono da rimproverare non meno degli altri. Questo significa non voler seguire la legittima potestà, ma prevenirla; è un voler trasferire ai privati l’ufficio dei magistrati, con grande sconvolgimento di quell’ordine che Dio ha stabilito nella sua Chiesa, da osservarsi in perpetuo, e che non permette sia violato impunemente da chicchessia.

Agiscono veramente bene coloro che non rifiutano di scendere in campo ogni volta che è necessario, nella ferma persuasione che un’ingiusta persecuzione contro la santità del diritto e della religione avrà certamente fine. Questi si presentano come coloro che riprendono ancora l’antico valore, quando si sforzano di difendere la religione, specialmente contro quella setta audacissima, nata per far guerra al cristianesimo, che non cessa di perseguitare il Sommo Pontefice nei suoi poteri, pur conservando diligentemente la tattica dell’obbedienza e di non intraprendere nulla senza permesso.

Ma siccome questa volontà di obbedienza congiunta a forza e carattere e a costanza è necessaria a tutti i cristiani, affinché in qualsiasi circostanza “non siano carenti in nessuna cosa” (Gc 1,4), Noi vorremmo che nell’animo di tutti fosse radicata quella che Paolo chiama “la prudenza dello spirito” (Rm 8,6). Questa, nel moderare le azioni umane, segue l’aurea regola del giusto mezzo, facendo sì che l’uomo non si disperi per paura, o troppo presuma per temerarietà. C’è anche differenza tra la prudenza politica, che riguarda il bene comune, e quella che riguarda il bene personale di ciascuno. Quest’ultima è propria di ogni privato, che nel governo di se stesso segue i dettami della retta ragione. L’altra è quella dei governanti, soprattutto dei sovrani, il cui compito è di governare validamente; così come la politica dei privati è tutta impostata sulla prudenza, quella del potere legittimo è di eseguire fedelmente i decreti[9] . Questa disposizione e quest’ordine tanto più devono valere nella società cristiana, in quanto la prudenza politica del Pontefice abbraccia tanti settori. Infatti egli non solo deve reggere la Chiesa, ma dirigere dovunque le azioni dei cittadini cristiani, affinché si conformino alla speranza di ottenere la vita eterna. Da questo risulta chiaramente che oltre una somma concordia di pensieri e di opere, essi devono conformarsi nell’agire alla sapiente politica del potere ecclesiastico. Il governo della società cristiana, dopo il romano Pontefice e secondo le sue direttive, spetta ai Vescovi, i quali anche se non hanno la pienezza del potere pontificio, tuttavia nella gerarchia ecclesiastica sono autentici principi e nell’amministrazione della propria Chiesa sono “per così dire i principali costruttori... dell’edificio spirituale”[10], ed hanno come coadiutori nel loro ufficio ed esecutori dei loro ordini i sacerdoti. A questa struttura della Chiesa che nessun mortale può cambiare, bisogna adattare l’azione della vita. E come è necessaria per i Vescovi l’unione con la Sede Apostolica, così i chierici e i laici devono vivere e operare in perfetta unione con i Vescovi. Può accadere di trovare qualcosa di poco lodevole in qualche Vescovo, sia nei costumi, sia nelle opinioni: ma nessun privato deve arrogarsi la funzione di giudice, perché questo potere Cristo Signore lo diede soltanto a colui cui affidò gli agnelli e le pecore. Tenga ben presente ciascuno le sapientissime parole di Gregorio Magno: “I sudditi devono essere ammoniti a non giudicare temerariamente la vita dei loro superiori, anche se forse vedono in loro qualcosa di riprovevole, affinché mentre giustamente riprovano il male, essi per orgoglio non cadano più in basso di loro. Devono essere ammoniti che, considerando le colpe dei loro superiori, non diventino arroganti contro di essi, ma se le loro colpe sono molto grandi, le giudichino entro se stessi, in modo che per l’impulso del timore di Dio non ricusino il dovere della obbedienza... Le azioni dei superiori non devono essere ferite con la spada della lingua, anche quando sono giustamente da condannare” [11].

Ma tutti questi sforzi giovano poco se non viene intrapresa una condotta di vita conforme alla morale cristiana. È della Sacra Scrittura quella sentenza sul popolo ebreo: “Finché non peccarono al cospetto del loro Dio avevano molti beni, perché Dio odia la loro iniquità. Quando abbandonarono la strada che Dio aveva loro insegnato perché in essa camminassero, furono sterminati in battaglia da molti popoli” (Gdt 5,21-22). La nazione Giudaica portava in sé la figura del popolo cristiano: nelle sue antiche vicende c’era il preannuncio di realtà future; sennonché avendoci la bontà divina arricchiti e ornati di molti e maggiori benefici, la colpa dell’ingratitudine rende ancor più gravi le colpe dei cristiani.

La Chiesa in nessun tempo e in nessun modo viene abbandonata da Dio: per questo non ha nulla da temere dalla malvagità degli uomini; ma le nazioni, degenerando dalla virtù cristiana, non possono avere la stessa sicurezza. “Infatti il peccato rende miseri i popoli” (Pr 14,34). E se ogni età anteriore ha sperimentato la forza e la verità di questa sentenza, per quale motivo non dovrebbe sperimentarla la nostra? Anzi, molti già affermano che il castigo è imminente e la condizione stessa degli Stati moderni lo conferma: infatti ne vediamo parecchi per nulla sicuri e tranquilli a causa delle discordie intestine. E se le fazioni dei malvagi continueranno spavaldamente per questa strada: se accadrà che coloro che già procedono sulla via del malaffare e dei peggiori proponimenti aumentino di potere e di mezzi, c’è da temere che demoliscano tutto l’edificio sociale fin dalle fondamenta poste dalla natura. E non è possibile che tanti pericoli possano essere allontanati con la sola opera degli uomini, soprattutto perché molta gente, abbandonata la fede cristiana, giustamente paga il fio della propria superbia; accecata dalle passioni, inutilmente cerca la verità; abbraccia come vero ciò che è falso, e crede di essere saggia “quando chiama bene il male e male il bene” e chiama “luce le tenebre e tenebre la luce” (Is 5,20). È necessario che Dio intervenga e, memore della sua benignità, rivolga uno sguardo pietoso sulla società civile. Per questo, come abbiamo altre volte esortato, è necessario adoperarsi con particolare zelo e costanza affinché la divina clemenza venga implorata con umile preghiera e siano richiamate quelle virtù che costituiscono l’essenza della vita cristiana.

Prima di tutto bisogna far risorgere e poi difendere la carità, che è il fondamento della vita cristiana, senza la quale le altre virtù sono vane e senza alcun frutto. San Paolo, esortando i Colossesi a fuggire qualsiasi vizio ed a conseguire la lode per le altre virtù, aggiunge “soprattutto conservate la carità, che è il vincolo della perfezione” (Col 3,14). La carità è certamente il vincolo della perfezione, perché congiunge intimamente con Dio coloro che la praticano, per cui ottengono da Dio la vita dell’anima, agiscono in unione con Dio e tutto riferiscono a Dio. L’amore per Dio deve però essere unito all’amore per il prossimo, perché gli uomini partecipano della infinita bontà di Dio e portano espressa in se stessi la sua immagine e somiglianza. “Noi abbiamo da Dio questo comandamento: chi ama Dio deve amare il fratello” (1Gv 4,21). “Se qualcuno dirà che ama Dio e odia il fratello, è bugiardo” (1Gv 4,20). Il divino legislatore di questo comandamento della carità lo chiamò “nuovo” non perché qualche altra legge o la stessa natura non avessero già comandato di amare il prossimo, ma perché questo modo cristiano di amare era affatto nuovo, e a memoria d’uomo inaudito. Infatti Gesù Cristo domandò ai suoi discepoli e seguaci quell’amore con il quale Egli è amato dal Padre ed Egli stesso ama gli uomini, affinché essi potessero essere in Lui un cuore solo e un’anima sola, come Egli e il Padre sono per natura una cosa sola. Nessuno ignora come la potenza di questo precetto sia profondamente penetrata fin dall’inizio nel cuore dei cristiani, e quali frutti di concordia, di benevolenza reciproca, di pietà e di pazienza abbia procurato. Perché non ci si adopera ad imitare gli esempi dei primi cristiani? I nostri tempi ci stimolano vivamente alla carità. Mentre gli empi rinfocolano il loro odio contro Gesù Cristo, i cristiani devono rinvigorire la loro pietà e rinnovare quella carità che è fonte di grandi imprese. Cessino dunque gli eventuali dissensi; tacciano quelle contese che diminuiscono le forze dei combattenti e in nessun modo giovano alla religione: con l’unione delle menti nella stessa fede, con la carità sollecitatrice delle volontà, vivano tutti, come è giusto, nell’amore di Dio e dell’umanità.

L’occasione Ci porta ad ammonire specialmente i padri di famiglia affinché sappiano governare la loro casa con questi precetti ed educare bene i figli. La famiglia è il germe della società civile, e le sorti della società si formano in gran parte fra le pareti domestiche. Pertanto, coloro che vogliono strappare la società dal cristianesimo, partono dalle radici e si affrettano a corrompere la famiglia. Da questa decisione e da questo crimine non li trattiene il pensiero di non poterlo fare senza recare una gravissima ingiuria ai genitori: infatti i genitori hanno dalla natura il diritto di educare coloro che hanno procreato, con il conseguente dovere che la loro educazione corrisponda alla grazia di avere avuto dei figli in dono da Dio. È dunque necessario che i genitori, reagendo, si sforzino di respingere in questo campo ogni intromissione ingiuriosa e rivendichino il diritto di educare come conviene i figli nel costume cristiano, specialmente tenendoli lontani da quelle scuole nelle quali corrono il pericolo di assorbire il veleno dell’empietà. Quando si tratta di formare rettamente la gioventù, nessun’opera e fatica sono tanto rilevanti che non se ne possano compiere delle maggiori. In questo sono veramente degni di ogni ammirazione quei cattolici di varie nazioni, che per l’educazione dei loro figli hanno organizzato scuole con grandi spese e maggiore costanza. Bisogna che questi salutari esempi siano imitati dovunque i tempi lo esigono: ma si convinca ognuno che prima di tutto nell’anima dei fanciulli molto può l’educazione domestica. Se l’adolescenza avrà trovato in casa una retta regola di vita, come una palestra di cristiane virtù, la salvezza della società sarà in gran parte assicurata.

Ci sembra avere trattato delle cose principali che i cattolici oggi devono seguire oppure evitare. Il resto, Venerabili Fratelli, tocca a voi: che la Nostra voce si diffonda in ogni parte e che tutti comprendano quanto è importante mettere in pratica le cose delle quali abbiamo trattato in questa lettera. L’osservanza di questi doveri non può essere né molesta né grave, perché il giogo di Gesù Cristo è lieve e il suo carico leggero. Se qualche cosa sembrerà difficile da eseguire, con la vostra autorità e con il vostro esempio farete sì che ognuno, con la maggior forza d’animo, vi si applichi e dimostri coraggio contro ogni difficoltà. Spiegate a tutti che sono in pericolo, come spesso abbiamo ammonito, i beni più grandi e più desiderabili, per la difesa dei quali ogni fatica deve essere considerata sopportabile; a tale sforzo è unita una grandissima ricompensa, quanta ne produce una vita cristianamente vissuta. Altrimenti, rifiutarsi di combattere per Cristo significa combattere contro di Lui. Egli stesso proclama (Lc 9,26) che rinnegherà davanti al Padre suo che è nei cieli chiunque avrà ricusato di confessarlo davanti agli uomini sulla terra.

Per quanto riguarda Noi e tutti voi, certamente, finché siamo in vita faremo sì che non vengano mai meno in questo combattimento la Nostra autorità, il Nostro consiglio e la Nostra opera. E non c’è dubbio che sia al gregge, sia ai pastori, non mancherà il particolare aiuto di Dio, finché il nemico non sarà vinto.

Sostenuti da tale fiducia, auspice dei celesti favori, con tutto il cuore impartiamo nel Signore a voi, Venerabili Fratelli, al Clero e a tutto il popolo al quale singolarmente presiedete, come pegno della Nostra benevolenza l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 10 gennaio 1890, anno dodicesimo del Nostro Pontificato.

 

LEONE PP. XIII

 

[1] S. Thom., Summa theologiae, II-II, quaest. 3, art. 2, ad 2.

[2] Const. Dei Filius, sub. fin.

[3] «Sicut enim in uno corpore multa membra habemus, omnia autem membra non eumdem actum habent: ita multi unum corpus sumus in Christo, singuli autem alter alterius membra», Rm 12,4-5.

[4] «Qui non est mecum, contra me est: et qui non colligit mecum, dispergit», Lc 11,23.

[5] Conc. Vat., Const. Dei Filius, cap. 3.

[6] Summa theologiae, II-II, quaest. 5, art. 3.

[7] Summa theologiae, II-II, quaest. 1, art. 1.

[8] «Sapientia carnis inimica est Deo: legi enim Dei non est subiecta: nec enim potest», Rm 8,6-7.

[9] «Prudentia in ratione est; regere autem et gubernare proprie rationis est; et ideo unusquisque inquantum participat de regimine et gubernatione, intantum convenit sibi habere rationem et prudentiam. Manifestum est autem quod subditi, inquantum est subditus, et servi, inquantum est servus, non est regere et gubernare, sed magis regi et gubernari. Et ideo prudentia non est virtus servi, inquantum est servus, nec subditi, inquantum est subditus. Sed quia quilibet homo inquantum est rationalis, participat aliquid de regimine secundum arbitrium rationis, intantum convenit ei prudentiam habere. Unde manifestum est quod prudentia quidem in principe est ad modum artis architectonicae, ut dicitur in VI Ethicorum; in subditis autem ad modum artis manu operantis», S. Thom., Summa theologiae, II-II, quaest. 47, art. 12.

[10] S. Thom., Quodlib., I, art. 14.

[11] Reg. Pastor., p. III, cap. IV.



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