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GRANDE MUNUS

LETTERA ENCICLICA
DI SUA SANTITÀ
LEONE PP. XIII

 

A tutti i Venerabili Fratelli Patriarchi, Primati,
Arcivescovie Vescovi del mondo cattolico
che hanno grazia e comunione con la SedeApostolica.

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Il grande compito di diffondere il nome cristiano, affidato inmodo particolare al Beato Pietro, Principe degli Apostoli, ed ai suoisuccessori, spinse i Pontefici Romani a mandare annunziatori del Santo Vangeloin tempi diversi ai vari popoli della terra, come era richiesto dallecircostanze e dalla volontà del misericordioso Iddio. Pertanto, comedestinarono Agostino curatore di anime presso gli Inglesi, Patrizio presso gliIrlandesi, Bonifacio presso i Germani, Villebrordo presso i Frisii, i Batavi e iBelgi, ed altri sovente presso altri popoli, così concessero a Cirillo e aMetodio, uomini santissimi, di esercitare l’apostolico ministero presso ipopoli Slavi, i quali, grazie alla loro premura e al loro impegno, conobbero laluce del Vangelo, e da una vita selvatica furono condotti ad una società umanae civile.

Se gli Slavi, memori dei benefici, non cessarono mai dicelebrare Cirillo e Metodio, Apostoli nobilissimi, con non minore studio laChiesa Romana li ebbe sempre in grande culto, rendendo onore all’uno e all’altroin molte occasioni mentre vissero, e custodendo le ceneri di uno di essi quandomorì.

Fin dall’anno 1863 agli Slavi della Boemia, Moravia e Croazia,i quali solevano festeggiare ogni anno Cirillo e Metodio il 9 marzo, fu concessodalla benignità di Pio IX, Nostro Predecessore di immortale memoria, dicelebrare per l’avvenire quella festa il 5 luglio, e di onorare la memoria diCirillo e Metodio con la sacra officiatura. Né passò molto tempo che, all’epocadel grande Concilio Vaticano, molti Vescovi supplicarono questa Sede Apostolicaaffinché il culto di quei Santi e la decretata solennità si estendessero atutta la Chiesa. Ma poiché la proposta fino ad oggi non ha avuto seguito, edessendosi in quelle contrade mutato lo stato della cosa pubblica, Ci parvegiunta l’opportunità di soddisfare i popoli Slavi, della cui incolumità esalute siamo grandemente solleciti. Dunque, poiché non possiamo permettere chein alcuna cosa venga meno ad essi la Nostra paterna carità, vogliamo ampiamenteestendere ed accrescere il culto religioso di quegli uomini santissimi, i quali,come una volta, spargendo il seme della fede cattolica tra le genti Slave, lerichiamarono dalla morte alla salvezza, così ora col celeste loro patrocinio ledifenderanno validamente. E perché più chiaramente emerga quali sono questipersonaggi che proponiamo alla venerazione ed al culto dell’orbe cattolico, Cipiace narrare brevemente la storia delle loro gesta.

Cirillo e Metodio, fratelli germani, nati a Tessalonica danobilissima famiglia, in tenera età si trasferirono a Costantinopoli perimparare le umane discipline nella principale città dell’Oriente. Né stettenascosta la scintilla dell’ingegno, che già fin d’allora splendeva nei duegiovanetti; infatti l’uno e l’altro impararono moltissimo e rapidamente,soprattutto Cirillo, il quale conseguì nelle scienze tale lode che in segno dionore singolare fu chiamato Filosofo. Non andò molto che Metodio si fecemonaco. Cirillo fu poi ritenuto degno dall’imperatrice Teodora, su consigliodel Patriarca Ignazio, di istruire nella fede cristiana i Khazari, che abitavanooltre il Chersoneso, i quali avevano chiesto a Costantinopoli ministri idoneinelle cose sacre. Egli accettò tale incarico di buon grado. Pertanto, recatosiin Crimea tra i Tauri, studiò per qualche tempo, come alcuni affermano, lalingua di quel popolo, e nello stesso tempo gli avvenne, e fu ottimo auspicio,di trovare le ceneri di San Clemente I P. M., che non gli fu difficilericonoscere, sia per il ricordo degli anziani, sia per l’ancora con la qualequel fortissimo martire fu gettato in mare per ordine dell’imperatore Traianoe, come si sapeva, successivamente tumulato.

Impadronitosi di questo tesoro così prezioso, penetrò nellecittà e nelle case dei Khazari; i quali, istruiti dai suoi precetti e mossidalla grazia di Dio, distrutte le tante superstizioni, furono da lui condotti aGesù Cristo. Ottimamente costituita questa nuova comunità cristiana, eglidiede una memorabile prova di temperanza e di carità, rifiutando tutti i doniofferti dagli indigeni, eccettuato l’affrancamento degli schiavi cheprofessassero il cristianesimo. Poscia Cirillo ritornò rapidamente aCostantinopoli e si rinchiuse nel monastero di Policrone, nel quale Metodio siera già ritirato.

Frattanto la fama delle cose da lui felicemente operate presso iKhazari era giunta a Ratislao, Principe della Moravia. Questi, mosso dall’esempiodei Khazari, chiese all’imperatore Michele III alcuni operai evangelici diCostantinopoli; né ebbe difficoltà ad ottenere quello che richiedeva. Pertantola virtù nobilitata da tanti fatti e la manifesta volontà che Cirillo eMetodio avevano di giovare al prossimo fecero sì che essi venissero destinatialla missione nella Moravia. Mentre viaggiavano per la Bulgaria, già iniziataalla religione cristiana, in nessun luogo si lasciarono sfuggire l’opportunitàdi diffondere la religione. Incontrati ai confini del Principato da granmoltitudine di popolo, furono ricevuti in Moravia da moltissima disponibilità econ straordinaria gioia. Né tardarono un momento dall’intraprendere adeducare gli animi nelle dottrine cristiane ed a confortarli con la speranza deibeni celesti. Ciò fecero con tanta efficacia e con tanto operoso impegno, chein poco tempo il popolo Moravo abbracciò con tutto l’animo la religione diGesù Cristo.

A tale opera non poco giovò la conoscenza della lingua Slava,che Cirillo aveva imparato prima, e molto servirono i libri del nuovo e dell’anticoTestamento che egli aveva tradotto nella lingua di quel popolo. Per la qual cosatutta la nazione degli Slavi deve moltissimo a questo uomo, poiché da luiricevette non solo il beneficio della fede cristiana, ma anche quello dellaciviltà: infatti Cirillo e Metodio trovarono per primi quelle lettere con lequali è rappresentata ed espressa la lingua Slava, della quale, non a torto,sono ritenuti i padri.

Da così lontane e separate province la fama aveva recato a Romail felice annunzio di quelle imprese. E avendo Nicolò I, Pontefice Massimo,ordinato ai due ottimi fratelli di venire a Roma, questi senza indugioobbedirono e, messisi in viaggio per Roma, portarono con sé le reliquie di SanClemente. A tale notizia, Adriano II, che era succeduto al defunto Nicolò,accompagnato dal Clero e dal popolo per testimoniare un grande onore, uscìincontro agli illustri ospiti. Il corpo di San Clemente, glorificato daimprovvisi prodigi, con solenne pompa fu portato nella Basilica innalzata altempo di Costantino sui ruderi della casa paterna del coraggiosissimo martire.Poi Cirillo e Metodio, presente il Clero, resero conto al Pontefice Massimo dell’Apostolicamissione alla quale santamente e laboriosamente si erano dati. E poiché fu lorocontestato che avevano operato contro il costume degli antichi e contro regolesantissime, in quanto avevano usato la lingua Slava negli uffici sacri,addussero ragioni così forti e sicure che il Pontefice e tutto il Clero lilodarono ed approvarono.

Allora ambedue, dopo aver fatto, secondo la formula cattolica,la professione di fede e aver giurato che si sarebbero mantenuti fedeli al BeatoPietro e ai Romani Pontefici, furono creati e consacrati Vescovi dallo stessoAdriano, e molti loro discepoli furono iniziati a vari gradi dei sacri Ordini.

Era però divinamente stabilito che Cirillo finisse in Roma ilcorso della sua vita il 14 febbraio 869, maturo più nella virtù che neglianni. Furono fatti pubblici funerali, e con magnifico apparato, quello stessoche si usa per i Romani Pontefici; fu posto con ogni onore in quel sepolcro cheAdriano aveva preparato per se stesso. Il sacro corpo del defunto, poiché ilpopolo romano non permise che si trasportasse a Costantinopoli, benché nefacesse accorata domanda la madre, fu portato alla Chiesa di San Clemente esepolto vicino alle ceneri di questi, che Cirillo aveva per tanti anni custoditecon venerazione. E mentre si portava la sua salma per la città, tra il cantosolenne dei salmi, con una pompa piuttosto di trionfo che di funerale, parve cheil popolo romano volesse tributare all’uomo santissimo un saggio degli onoricelesti.

Ciò fatto, Metodio, per ordine e sotto gli auspici delPontefice Massimo, ritornò Vescovo in Moravia, ad esercitarvi i consueti ufficidel ministero apostolico. In quella provincia, divenuto con tutto l’animo unesemplare del gregge, si diede tutto agl’interessi cattolici con uno zelo checresceva di giorno in giorno; resistette fortemente a faziosi innovatori,perché con insane opinioni non guastassero il nome cattolico; istruì nellareligione il principe Suentopolco che era succeduto a Ratislao; ammonì ilmedesimo, che non curava il proprio dovere, lo riprese e infine lo punì con l’interdettoda ogni cosa sacra. Per tali motivi si attirò l’odio dell’empio eimpurissimo tiranno, dal quale fu cacciato in esilio. Ma richiamato dopo pocotempo, con opportune esortazioni ottenne che il Principe desse segno diravvedimento e comprendesse il bisogno di riacquistare con un nuovo tenore divita l’antico comportamento. È poi meraviglioso che la vigilante carità diMetodio, superati i confini della Moravia, come già ai tempi di Cirillo eraarrivata ai Croati e ai Serbi, così ora abbracciava gli Ungari, il cuiPrincipe, di nome Cocelo, egli istruì nella religione cattolica e mantennenella carica; i Bulgari, i quali unitamente al loro re Bogoris confermò nellafede cristiana; i Dalmati, con i quali divideva e ai quali comunicava i celesticarismi, e i Carinzi, per i quali molto operò al fine di condurli allaconoscenza ed al culto dell’unico vero Dio.

Ma ciò gli procurò dei guai. Infatti, alcuni della nuovacomunità cristiana, portando invidia ai fatti preclari e alla virtù diMetodio, intervennero presso Giovanni VIII, successore di Adriano, accusandolui, innocente, di sospetta fede e di violata tradizione dei maggiori, i qualinelle sacre funzioni avevano solitamente usato soltanto la lingua latina o lagreca, e nessun’altra. Allora il Pontefice, assai preoccupato dell’integritàdella fede e dell’antica disciplina, comandò a Metodio di recarsi a Roma perdifendersi e liberarsi delle accuse. Questi, sempre pronto a obbedire econfortato dalla testimonianza della propria coscienza, nell’anno 880,presentatosi dinanzi a Giovanni, ad alcuni Vescovi ed al Clero urbano,facilmente provò che egli aveva sempre professato ed insegnato quella fede che,in presenza di Adriano e con la sua approvazione, aveva dichiarato e confermatocon giuramento presso il sepolcro del Principe degli Apostoli. Quanto allalingua Slava, usata nelle sacre funzioni, lo aveva fatto per giuste ragioni, conil consenso dello stesso Pontefice Adriano, non contraddicendovi le SacreScritture. Con tale discorso egli si liberò da ogni sospetto, tanto che ilPontefice subito lo abbracciò, e di buon grado gli conferì la potestàarcivescovile e approvò la sua missione nella Slavonia.

Inoltre, scelti alcuni Vescovi che dovevano dipendere daMetodio, e della cui opera egli si sarebbe giovato nell’amministrazione dellecose sacre, il Pontefice, munitolo di lettere commendatizie, lo rimandò inMoravia con pieni poteri. Tutte queste cose il Sommo Pontefice volle poiconfermare con lettere mandate a Metodio, quando di nuovo egli dovette subire l’invidiadei malevoli.

Pertanto, sicuro nell’animo, unito con strettissimo vincolo dicarità e di fede al Sommo Pontefice e alla Chiesa Romana, Metodio perseveròcon sempre maggior impegno ad espletare la missione assegnatagli; né ilpositivo frutto della sua opera si fece a lungo desiderare. Infatti, avendodapprima egli stesso condotto alla fede cattolica Borzivoio, Principe dei Boemi,e poscia Ludmilla, sua moglie, con l’aiuto di un sacerdote, in breve ottenneche fra quella gente il nome cristiano si divulgasse assai e per ogni dove.

Nello stesso tempo si adoperò per introdurre la luce delVangelo nella Polonia, dove entrò e dove fondò la sede episcopale di Leopoli,dopo avere attraversato la Galizia. Successivamente, come alcuni raccontano,recatosi nella Moscovia propriamente detta, fondò il trono pontificale di Kiev.Con questi allori non certo caduchi, tornò ai suoi in Moravia. Sentendoavvicinarsi la morte, scelse il proprio successore, e dopo avere esortato allavirtù il Clero e il popolo con le ultime raccomandazioni, placidamente uscì daquella vita che per lui era stata la via verso il cielo.

Come Roma pianse Cirillo, così la Moravia pianse la morte diMetodio; celebrò con dolore la sua perdita e onorò in tutti i modi i suoifunerali.

Di questi fatti, Venerabili Fratelli, torna a Noi graditissimoil ricordo; Ci commuoviamo non poco quando osserviamo splendidamente iniziatafin da tempi remoti l’unione delle genti Slave con la Chiesa Romana.

Effettivamente questi due propagatori del nome cristiano, deiquali abbiamo parlato, se ne andarono da Costantinopoli presso popoli pagani,tuttavia fu necessario che la loro missione fosse intieramente comandata daquesta Sede Apostolica, centro dell’unità cattolica, o regolarmente esantamente approvata, come fu fatto più volte. Infatti qui, nella città diRoma, essi resero ragione dell’opera intrapresa e risposero alle accuse; qui,presso i sepolcri di Pietro e Paolo effettuarono il giuramento della fedecattolica e ricevettero la consacrazione episcopale, insieme con il potere dicostituire la sacra gerarchia, conservando la diversità degli Ordini.

Infine, qui fu autorizzato l’uso della lingua Slava neisantissimi riti, e quest’anno si compie il decimo secolo dacché GiovanniVIII, Pontefice Massimo, scrisse a Suentopolco, Principe della Moravia, questeparole: "Approviamo giustamente che le lodi dovute a Dio risuonino nellalingua slava, e comandiamo che nella medesima lingua si narrino gli elogi e leopere di Gesù Cristo Signor Nostro. Né alcunché si oppone alla sana fede oalla dottrina, sia che si cantino le messe nella stessa lingua slava, si che sileggano il santo Vangelo o le lezioni divine del Nuovo e Antico Testamento, benetradotte ed interpretate, e si salmeggi nelle altre ore della ufficiatura".Dopo molte vicende, Benedetto XIV sanzionò tale consuetudine con letteraapostolica del 25 agosto 1754. I Pontefici Romani, poi, tutte le volte chefurono richiesti di aiuto dai Principi che comandavano sui popoli convertiti alcristianesimo per opera di Cirillo e Metodio, non permisero mai che si avesse adesiderare la loro benignità nel soccorrere, la loro umanità nell’istruire,la loro benevolenza nel consigliare, la loro buona volontà in tutte le cose chepotevano. Fra gli altri, Ratislao, Suentopolco, Cocelo, santa Ludmilla, Bogorissperimentarono, secondo le circostanze e il tempo, l’insigne carità deiNostri Predecessori.

Né con la morte di Cirillo e di Metodio cessò o si indebolìla paterna sollecitudine dei Romani Pontefici per i popoli Slavi, ma semprerifulse nel tutelare presso di loro la santità della religione e nel conservarela prosperità pubblica. Infatti Nicolò I mandò da Roma, presso i Bulgari,sacerdoti che istruissero il popolo, e i Vescovi di Populonia e di Porto perchéordinassero quella nuova comunità di cristiani. Del pari, a proposito dellefrequenti controversie dei Bulgari intorno al diritto sacro diede amorevolissimerisposte, nelle quali anche coloro che per nulla sono favorevoli alla ChiesaRomana, lodano ed ammirano la somma prudenza. E dopo la luttuosa calamità delloscisma, è merito di Innocenzo III l’avere riconciliato con la ChiesaCattolica i Bulgari; e poi di Gregorio IX, di Innocenzo IV, di Nicolò IV, diEugenio IV di averli mantenuti nella compiuta riconciliazione. Similmente versoi popoli della Bosnia e dell’Erzegovina, ingannati dal contagio di praveopinioni, in modo insigne risplendette la carità dei Nostri Predecessori, cioèdi Innocenzo III e di Innocenzo IV, i quali si adoperarono per sradicare l’erroredagli animi; di Gregorio IX, Clemente VI e Pio II, che si adoperarono perfermare stabilmente in quelle regioni i gradi della sacra gerarchia.

Né si deve credere che Innocenzo III, Nicolò IV, Benedetto XIe Clemente V abbiano rivolto piccola od ultima parte delle loro cure ai Serbi,dai quali tennero provvidissimamente lontane le frodi, escogitate astutamenteper contaminarne la religione. Anche i Dalmati e i Liburni, per la costanzanella fede e per l’adempimento dei loro doveri, si meritarono singolare favoree grandi lodi da Giovanni X, Gregorio VII, Gregorio IX e Urbano IV. Infine,nella stessa Chiesa di Srijem, distrutta nel sesto secolo da invasionibarbariche e successivamente ricostruita con amorosa pietà da Santo Stefano I,re dell’Ungheria, sono molti i monumenti della benevolenza di Gregorio IX e diClemente XIV.

Pertanto Ci pare doveroso rendere grazie a Dio che Ci ha offertol’occasione opportuna di far cosa gradita alla gente Slava e di esserle utilecertamente con non minore premura di quella che mostrarono in ogni tempo iNostri Predecessori. A questo Noi miriamo, questo desideriamo unicamente: diadoperarci in ogni modo affinché tutte le genti Slave vengano istruite dalmaggior numero di Vescovi e di Sacerdoti; affinché si confermino nellaprofessione della vera fede, nell’obbedienza alla vera Chiesa di Gesù Cristoe ogni giorno di più sentano per esperienza quanta ricchezza di beni ridondinodalle istituzioni della Chiesa Cattolica sulla società domestica e su tutti gliordini della cosa pubblica.

Quelle Chiese certamente esigono gran parte delle Nostre cure;né vi è cosa che più desideriamo quanto il provvedere alla loro comodità ealla loro prosperità, a unirle tutte a Noi con quel perpetuo legame diconcordia che è il massimo e migliore vincolo di salute. Resta che Iddio, riccodi tutte le misericordie, arrida ai Nostri propositi e assecondi quanto abbiamointrapreso. Frattanto Noi poniamo quali intercessori presso di Lui Cirillo eMetodio, maestri della Slavonia, dei quali, come vogliamo amplificarne il culto,così confidiamo non Ci mancherà il patrocinio celeste.

Pertanto ordiniamo che il 5 luglio, giorno stabilito da Pio IXdi felice memoria, sia inserita nel Calendario Romano e della Chiesa universalee si faccia ogni anno la festa dei santi Cirillo e Metodio con Officio e Messapropria, di rito doppio minore, come venne approvato dalla Sacra Congregazionedei Riti.

A Voi tutti poi, Venerabili Fratelli, ordiniamo che curiate lapubblicazione di questa Nostra Lettera e comandiate che le cose in essaprescritte siano osservate da tutti i sacri ministri che celebrano l’Ufficiodivino della Chiesa Romana, ciascuno nelle proprie chiese, province, città,diocesi e case dei Regolari. Infine vogliamo che per Vostra esortazione e Vostroconsiglio, in tutto il mondo si preghino Cirillo e Metodio, perché con quelfavore di cui godono presso Dio, in tutto l’Oriente tutelino gli interessicristiani, implorando costanza per i cattolici e il proposito di riconciliarsicon la vera Chiesa per i dissidenti.

Queste cose, come furono sopra scritte, così comandiamo sianostabili e ferme, nonostante le Costituzioni apostoliche emanate dal PonteficeSan Pio V, Nostro Predecessore, e da altri sulla riforma del Breviario e delMessale romano, e nonostante gli statuti e le consuetudini, anche immemorabili,e ogni altra cosa contraria.

Auspice dei doni celesti e pegno della Nostra particolarebenevolenza, a Voi tutti, Venerabili Fratelli, e a tutto il Clero e al popoloaffidato ad ognuno di Voi, impartiamo con tutto l’affetto nel Signore laBenedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 30 settembre 1880, annoterzo del Nostro Pontificato.

LEONE PP. XIII

 

© Copyright 1880 - Libreria Editrice Vaticana

 



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