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DISCORSO DI PAOLO VI
AI PARTECIPANTI ALLA II ASSEMBLEA POST-CONCILIARE
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Venerdì, 7 aprile 1967

 

FELICE INCONTRO NELLA PIENEZZA DELLA CARITÀ

Signori Cardinali!
Venerati Confratelli!

Sono davanti a Noi, sono con Noi i Pastori della Chiesa Italiana. Ci piace e Ci commuove questo singolare momento. Subito Ci sovviene la parola del Signore: «Ubi sunt duo vel, tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum» (Matth. 18, 20). Qui non due o tre, ma quasi trecento Vescovi, tutti e quanti questo Paese ne conta, successori degli Apostoli, che nella piena coscienza del loro mandato e nell’indiscusso esercizio della loro funzione di maestri e di guide del popolo cristiano, si riuniscono per studiare e trattare insieme le questioni comuni ed urgenti del loro ministero, di null’altro occupati e solleciti all’infuori degli interessi spirituali della Chiesa di Dio; come Cristo non sarebbe, per questo fatto ed in questa ora, in mezzo a noi? Non assume questo avvenimento il significato ed il valore d’una misteriosa e dolcissima presenza del Signore? Non risuonano ancora nei nostri animi le antifone del Giovedì Santo: «Congregavit nos in unum Christi amor. Ubi caritas et amor, Deus ibi est»? L’incontro, senza trasformarsi in atto liturgico, rivela tuttavia la pienezza di carità, che lo informa, ed il carattere sacro che ne traspare.

Questo diciamo per qualificare i sentimenti con cui accogliamo la vostra visita, con cui tutti vi salutiamo, con cui Noi partecipiamo alla vostra seconda assemblea generale post-conciliare, e con cui guardiamo ancora stupiti e felici alla novità, ch’essa rappresenta, alle promesse ch’essa racchiude. Siamo infatti ancora agli inizi dell’istituzione e dell’attività della Conferenza Episcopale Italiana, quale il recente Concilio prescrisse e quale i nuovi Statuti configurano. Pensiamo con riconoscenza all’opera di chi ne delineò, ante litteram, le strutture e ne diresse i lavori; viene alla memoria, dopo quello dei compianti Card. Schuster e Card. Fossati, il nome del Card. Siri, che, in qualità di Presidente, coadiuvato dal venerato Mons. Castelli, Segretario, avviò la Conferenza verso la sua forma presente e la allenò all’esercizio delle sue alte ed ardue funzioni. E siamo lieti di vedere come questa nuova costituzione della Conferenza Episcopale Italiana, forte dello spirito e della norma del Concilio, abbia subito dato ottima prova di sé, istituendo larghi e complessi quadri operativi, determinando questioni e programmi di attività ampia e concreta, e mettendo mano a studi e a lavori di grande importanza. Ne dobbiamo essere riconoscenti in modo speciale al Signor Cardinale Urbani, Presidente della Conferenza e al suo nuovo Segretario Mons. Pangrazio: le loro rispettive relazioni documentano, per estensione e per precisione di problemi considerati, la vitalità della Conferenza stessa e degli organi del suo multiforme operare; e l’ampia e dotta relazione di Mons. Carlo Colombo sulla cultura teologica del Clero e del Laicato dice la competenza e la serietà con cui l’Episcopato Italiano intende oramai procedere sulla via dei suoi nuovi doveri.

LA PRIMARIA FUNZIONE DEI MAESTRI DI FEDE

Codesta abbondanza di temi e codesta ricchezza di svolgimenti Ci dispensano dall’entrare Noi stessi nel vivo delle questioni trattate; Ci è soltanto dover compiacerCi per una così significativa affermazione della Conferenza Episcopale Italiana ed incoraggiare metodi e propositi per una perseverante e progressiva continuità di lavoro. Sarà parimente dovere da parte Nostra prestarvi ogni possibile aiuto in ordine al conseguimento di positivi risultati. Superfluo poi dire quanto il tema circa la promozione della cultura teologica in Italia Ci stia a cuore. Ci sarà caro sapere che voi tutti, venerati Confratelli, adempiendo la vostra primaria funzione di maestri della fede vi dedicherete cure specialissime, contemperando la norma di una sincera ortodossia dottrinale (fautrice essa stessa di sempre vivo pensiero) con le esigenze della ricerca scientifica e della sempre rinnovata espressione culturale. Avremo certo occasione di riparlarne.

OTTIME CONSEGUENZE DELLA COESIONE UNITARIA DELL’EPISCOPATO

Non vogliamo tuttavia privarci dell’opportunità di questa Udienza per rinnovare alcune brevi considerazioni che codesta magnifica riunione fa sorgere nel Nostro spirito. E la prima è quella sulla forma unitaria d’essere e di agire, che la Conferenza imprime all’Episcopato Italiano. Dobbiamo Noi ancora osservare come codesta unione sia un fatto storico nuovo e mirabile nella quasi bimillenaria vicenda della Chiesa in questo Paese? Dobbiamo Noi rilevare quale importanza pratica, quale efficacia operativa, quale fecondità culturale possa da ciò derivare? Dovremmo piuttosto soffermarCi sul valore spirituale, sullo splendore esemplare, sulla crescente carità, che l’unione fraterna ed organica di tutti i Vescovi della Penisola produce per la pienezza e per l’autenticità del suo carattere ecclesiale, non certo privo d’immensi carismi divini. E basti questo accenno per confermare in ciascuno di noi la letizia di questa fortunata condizione: «Quam bonus et quam iucundum - è il caso di dire - habitare fratres in unum» (Ps. 132, 1). Ringraziamo il Signore. E vediamo di non accentuare la pur legittima diversità di opinioni a scapito d’una sostanziale, solida ed esemplare convergenza di pensiero e di azione, tanto necessaria alla Chiesa in questo difficile momento; così vediamo di non aggravare le difficoltà che la convivenza numerosa porta con sé, né gli inevitabili inconvenienti organizzativi, che, specialmente al principio, possono sorgere per la complessità del Lavoro, che la Conferenza si propone; ma cerchiamo di profittare di codesta coesione unitaria dell’Episcopato Italiano per dare al Popolo Italiano maggiore coscienza della sua tradizionale e tuttora presente professione cattolica, e per agevolare l’esecuzione di programmi pastorali di comune interesse.

SALUTARE CONTRIBUTO PEDAGOGICO PER LA FORMAZIONE INTEGRALE DELL'UOMO

Nasce da ciò una seconda considerazione, ed è quella circa il clima di libertà civile, nel quale oggi può svolgersi la missione spirituale della Chiesa in Italia. Anche questa è una circostanza storica di grande valore. La possiamo apprezzare al confronto delle condizioni, in alcuni casi tuttora assai mortificanti (se pur eroiche e gloriose per i nostri Fratelli che le subiscono), nelle quali si trova la Chiesa in altri Paesi. Non è da dire che anche in Italia la vita della Chiesa sia senza limitazioni, contrasti e pericoli; ma dobbiamo riconoscere che la avvenuta, concorde distinzione delle due sfere, civile ed ecclesiastica, il prestigio attribuito rispettivamente alle due Autorità, quella statale e quella religiosa, i rapporti definiti e amichevoli fra le due parti, il loro proposito di rispetto reciproco, e, possiamo aggiungere, l'incondizionato e valido apporto dei cattolici italiani alla prosperità del loro Paese, sono stati di positivo vantaggio, tanto alla vita civile della Nazione, quanto al normale esercizio della missione spirituale della Chiesa. Ciò significa che l’Episcopato Italiano vorrà continuare nella sua linea d’azione ad onorare con sincera lealtà questo raggiunto equilibrio fra Stato e Chiesa, ad educare il popolo cristiano all’amore, alla fedeltà, al servizio della Nazione, e a svelenire, se possibile, certi ambienti (dove pur sono spesso persone di alti sentimenti) da residue intossicazioai anticlericali.

ALLA VIGILIA DEL «RIORDINAMENTO DELLE DIOCESI»

La missione dell’Episcopato, rivolta, com’è, a imprimere nella coscienza del Clero e dei Fedeli i principii sacri e forti della fede cristiana, può e deve risolversi anche in un salutare contributo pedagogico per la formazione integrale dell’uomo, come credente e come cittadino onesto e valoroso; e non sarà questo certamente l’ultimo merito dei Sacri Pastori.

Ma un’altra considerazione dobbiamo fare sopra un caratteristico aspetto di questa Assemblea: essi si celebra nel segno della grande novità: temuta, desiderata, ormai matura e imminente; vogliamo dire che essa costituisce la vigilia del preannunciato «riordinamento delle Diocesi», inteso non già a sconvolgere il presente assetto della geografia diocesana, ma a instaurarlo secondo criteri, che nessuno può contestare essere obbiettivi, opportuni, urgenti. Comprendiamo benissimo come una tale novità possa incontrare molte difficoltà e ferire molti interessi particolari; e lodiamo il modo aperto e pieno di riguardo e di competenza, con cui si procede nello studio della pianificazione di questo riordinamento; ma preghiamo quanti vi sono interessati a tenere presente il bene generale e superiore della Chiesa italiana, e a fare opera generosa e solidale, affinché la difficile operazione sia compresa favorevolmente dal Clero, dai Fedeli e dalla pubblica opinione. Ciò che già dicemmo a questo riguardo dovremmo qui ricordare e ripetere; e ciò che il Cardinale Presidente ha esposto su tale tema a questa Assemblea Ci sembra degno di comune approvazione.

AFFERMAZIONE POSITIVA DELLA PAROLA DI DIO E DELL'INSEGNAMENTO DELLA CHIESA

Venerati Confratelli!

Non vi possiamo tacere, almeno in forma di semplice elenco, alcune questioni di grande importanza per il bene del Popolo di Dio, al cui servizio e olla cui salvezza siamo per divino mandato responsabilmente consacrati. Voi già conoscete tali questioni, e basti che Noi le enunciamo perché voi sappiate quanto siano presenti nell’animo Nostro e quanto lo devono essere nel vostro.

La prima questione, questione capitale, è quella della fede, che noi Vescovi dobbiamo considerare nella sua incombente gravità. Qualche cosa di molto strano e doloroso sta avvenendo, non soltanto nella mentalità profana, areligiosa e anti-religiosa, ma altresì nel campo cristiano, non escluso quello cattolico, e sovente, quasi per inesplicabile «spirito di vertigine» (Is. 19, l4), anche fra coloro che conoscono e studiano la Parola di Dio: viene meno la certezza nella verità obbiettiva e nella capacità del pensiero umano di raggiungerla; si altera il senso della fede unica e genuina; si ammettono le aggressioni più radicali a verità sacrosante della nostra dottrina, sempre credute e professate dal popolo cristiano; si mette in questione ogni dogma che non piaccia e che esiga umile ossequio della mente per essere accolto; si prescinde dall’autorità insostituibile e provvidenziale del magistero; e si pretende di conservare il nome cristiano arrivando alle negazioni estreme d’ogni contenuto religioso. Tutto ciò in Italia non ha avuto finora affermazioni originali notevoli, per fortuna; né ha ottenuto una vasta diffusione. Ma persone e pubblicazioni, che avrebbero la missione d’insegnare e di difendere la fede, non mancano purtroppo anche da noi di far eco a quelle voci sovvertitrici, per la celebrità, più che per il valore scientifico, dei loro fautori; la moda fa legge più della verità; il culto della propria personalità e della propria libertà di coscienza si riveste del più frettoloso e servile gregarismo; alla Chiesa non si obbedisce, ma si fa facile credito al pensiero altrui e alle audacie irriverenti e utopistiche della cultura corrente, spesso superficiale e irresponsabile. Vi è pericolo d’una disgregazione della dottrina, e si pensa da alcuni che ciò sia fatale nel mondo moderno. Tocca a noi Vescovi per primi, maestri e testimoni della fede quali siamo, di prendere posizione: con l’affermazione positiva della Parola di Dio e dell’insegnamento della Chiesa che ne deriva; e dove ciò non bastasse, con la calma e sincera denuncia degli errori, circolanti talvolta come un’epidemia: tocca a noi, pastori di anime, comprendere, compatire, istruire, correggere gli spiriti tuttora aperti al dialogo e alla ricerca della verità, avidi talvolta d’una serena e ragionevole nostra testimonianza, e più prossimi che forse non sembri a riaprire gli occhi alla luce di Cristo; tocca a noi, nei momenti di crisi più gravi, ripetere a Lui, Cristo, per tutti, le parole di Pietro: «Signore, a chi andremo noi? Tu solo hai parole di vita eterna» (Io. 6, 69). Noi confidiamo che l’«Anno della Fede», da Noi annunciato per onorare il centenario del martirio degli Apostoli Pietro e Paolo, darà occasione a ciascuno di noi di studiare i problemi inerenti alla fede, e di dare alla nostra fede l’interiore adesione e l’esteriore professione, che questa ora di tenebre e di rampi richiede da noi, Successori degli Apostoli.

NEL LAICATO CATTOLICO: SPECIALI PREMURE PER GLI STUDENTI E I LAVORATORI

Un’altra importante questione riguarda il Laicato cattolico. In Italia, dove da tanti anni lo sforzo per onorare, per associare, per formare, per spingere all’apostolato i nostri fedeli Laici, non sarà difficile riprendere lo studio, alla luce del Concilio, di tutte le questioni che riguardano il loro inserimento e la loro missione nella Chiesa e per la Chiesa. Il prossimo Congresso mondiale dei Laici cattolici offrirà occasione e materia per tale studio e per le conseguenti conclusioni pratiche. Diciamo subito tuttavia che questo nuovo nostro interessamento in favore del nostro Laicato non deve pregiudicare l’esistenza e l’attività dell’Azione Cattolica e delle altre associazioni ed opere cattoliche riconosciute, ché anzi ne deve maggiormente favorire la consistenza, anche in vista di offrire a tutti i fedeli l’esempio, lo stimolo, la possibilità di essere non più passivi e quasi estranei alla comunità ecclesiale, ma membra sensibili ed operanti.

E questo Ci porta a raccomandare alla vostra carità pastorale i due settori, che a Noi sembrano in questo momento più bisognosi e più meritevoli di industriosa e sollecita carità: quello dei giovani (i quali sono oggi quasi tutti Studenti), e quello dei Lavoratori. Tutto sapete, venerati Confratelli, a questo riguardo; e nulla aggiungiamo, se non la preghiera e l’augurio che il vostro ministero possa in questi campi farsi sempre più amoroso, abile e fecondo.

RICHIAMARE TUTTI ALLA SENSIBILITÀ E ALL'OSSERVANZA DELLE LEGGI MORALI

Ed infine: la moralità. Ecco un problema che diventa ogni giorno più complesso e più grave. E intendiamo per moralità, innanzi tutto, quella del costume, che sembra a tal punto dissolversi in forme spregiudicate e ripugnanti, da incontrare qua e là, non più la censura dei responsabili e dei saggi, ma quella libera e indignata dei giovani. Dio li benedica. Non sarebbe la prima volta nella storia che la fresca e spontanea reazione d’una gioventù sana e forte richiama con istintivo vigore la molle tolleranza della società alla sensibilità e all’osservanza di leggi morali, che coincidono con la bellezza, il vigore, la bontà della vita.

Ma la mente va oltre, e cioè corre alla moralità del pensiero, dei rapporti umani, del senso del dovere e della responsabilità. La diffusione della delinquenza organizzata, la facilità e l’estensione dei pubblici scandali, l’onore tributato a un divismo spregiudicato circa le leggi elementari dell’amore e della famiglia, l’aspirazione a rendere legale il dissolvimento del vincolo coniugale, lo stile sempre più decadente ed equivoco di tanti spettacoli e di tante forme edonistiche di divertimento, e così via, fanno temere della resistenza sana e buona della coscienza morale del nostro popolo. Sappiamo quanto è difficile agire oggi in difesa della moralità; non se ne vuole nemmeno sentire parlare. Ma noi non potremo rimanere indifferenti e silenziosi. Coloro che amano l’onestà, la purezza, la dignità della vita devono ancora sapere che noi siamo con loro solidali.

INVOCATA LA CELESTE TUTELA DELLA «MATER ECCLESIAE»

E ora basti così. Voi indovinate quant’altre questioni vorrebbero venire alle Nostre labbra. Ma se la discrezione impone la conclusione, questa sia l’assicurazione che Noi condividiamo le ansie, le pene, le speranze, le gioie del vostro apostolato, e che invocando su tutti e sulle vostre rispettive diocesi la celeste tutela della «Mater Ecclesiae», e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, nel Nome santo e forte di Cristo nostro Maestro e Salvatore, tutti di cuore vi benediciamo.

                                          



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