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DISCORSO DI PAOLO VI
AL SACRO COLLEGIO DEI CARDINALI

Lunedì, 15 dicembre 1969

 

Il signor Cardinale decano, profittando del presente Concistoro e calcolando la prossimità della festa del Santo Natale, ha saggiamente e cortesemente anticipato a questo propizio momento l’espressione dei voti suoi e del Sacro Collegio, solita a farsi nell’imminenza della lieta e solenne ricorrenza di tale festività, ricordando, com’è costume, alcuni avvenimenti dell’anno trascorso per darne lode a Dio, per fissarne la memoria negli annali della Chiesa Romana, e per trarne presagio di future benedette fortune.

Noi lo ringraziamo di questo nobile e devoto pensiero; e volentieri ricambiamo a lui, a voi Signori Cardinali, e a voi tutti membri qui presenti della Curia Romana, come a quanti qui sono a loro associati, i nostri rispettosi e affettuosi auguri natalizi, i quali, perché derivati dal mistero augusto e soave del Natale di Cristo, parole convenzionali non sono, ma sentimenti di sempre nuova e originale spiritualità, e auspici non vani di divini favori. Sì, a voi tutti il nostro sincero e pieno augurio di buon Natale!

Saremmo anche noi tentati di volgere indietro lo sguardo all’anno, che sta per finire, e intrecciare con quelli testé ascoltati ricordi e commenti dei fatti salienti del 1969; e specialmente su quei quattro, che meritano davvero particolare menzione: la nostra visita a Ginevra, così carica di significati e di emozioni; il nostro viaggio in Uganda, omaggio alla vocazione cristiana e civile di quel Continente; il Sinodo straordinario dei Vescovi, celebrato nel mese di ottobre; la riforma liturgica relativa alla santa Messa, presagio, noi speriamo, di fedeltà e d’incremento per il centro augusto del culto Cattolico. Ma la brevità di quest’ora e la preziosità di questo incontro richiamano ora il nostro pensiero, piuttosto che al passato, al presente e all’avvenire, e sempre sulla grande questione, che impegna il nostro apostolico ministero, le condizioni cioè della Chiesa. Quali sono queste condizioni oggi? Quali si prevedono per domani? L’urgenza di tali domande nasce da una certa gravità, che non sarebbe saggio dissimulare.

LA DIFFICILE INTERPRETAZIONE DEI «SEGNI DEI TEMPI»

Come va oggi la Chiesa? Il recente Concilio ha prodotto uno stato di attenzione, e, sotto certi aspetti, di tensione spirituale. Lo sviluppo dottrinale che il Concilio ha prospettato alla Chiesa, l’impegno pastorale, al quale l’ha sollecitata, la revisione liturgica e canonica, di cui le ha fatto precetto, l’apertura ecumenica, a cui l’ha invitata, il confronto apostolico, con cui l’ha avvicinata alla realtà umana del mondo moderno, l’onda delle trasformazioni culturali e sociali, che l’hanno pur essa investita, hanno obbligato la Chiesa ad una riflessione intensa, tuttora obbligante. Dentro e fuori di sé, la Chiesa ha manifestato non il placido fervore, che il Concilio ci lasciava sperare, ma in alcuni ristretti, però significativi settori, una certa inquietudine. La difficile interpretazione dei «segni dei tempi» ha svegliato in molti un nuovo studio prevalente delle realtà contingenti, derivandone non solo sagge osservazioni, ma in taluni la smania delle novità, o in altri la paura delle riforme. Ad un pluralismo, talora indiscriminato, di idee e di forme, che sembra minacciare l’intima armonia unitaria, propria della Chiesa cattolica, si accompagna un accresciuto proposito di ricerca teologica e un più attivo bisogno di organici rapporti comunitari. Ad un decrescente fervore di vita religiosa personale fa riscontro un accresciuto interesse alla religiosità collettiva. A un cedimento verso la secolarizzazione, che tutto tenta dissacrare, s’è fatto parallelo un maggior senso sociale di responsabilità cristiana. Come si vede, questa inquietudine presenta fenomeni contrastanti, negativi e positivi. Ci rassicura l’accresciuta coscienza della propria vocazione cristiana nel Popolo di Dio; ci conforta la salda e concorde operosità pastorale dell’Episcopato, desideroso di assumere con più larga applicazione del criterio di sussidiarietà le responsabilità dirette del proprio ministero, mantenendo nello stesso tempo tanto più stretti e solidali i vincoli della collegialità, ci edifica il proposito delle Famiglie religiose di rinnovarsi interiormente ed esteriormente per proseguire coraggiosamente, con intensità di preghiera, con austerità di disciplina ascetica, con efficace dedizione al bene del prossimo e alla causa del regno di Dio, il loro programma di perfezione cristiana; ci infonde fiducia e speranza la multiforme attività d’un Laicato cattolico non meno nutrito d’intima e fraterna spiritualità, risoluto ad aprire nuove vie all’apostolato moderno; ci dà pace infine il pensiero della moltitudine delle anime singole, silenziose, pie, operose, pazienti, intente all’imitazione di Cristo, come pure delle comunità viventi nella grazia, nella concordia e nella letizia d’essere «chiesa», d’essere membra del Corpo mistico, percorso di sempre nuova animazione di Spirito Santo. Ecco la Chiesa. Benediciamo il Signore.

Ma ciò non toglie che questa simbolica nave, la Chiesa, risenta l’impeto della grande burrasca, propria del nostro tempo, la quale rimette alcune volte sulle nostre labbra il grido implorante dei discepoli spaventati: «Signore, salvaci, noi periamo» (Matth. 8, 25); e ci ricorda le parole accorate del grande nostro predecessore San Gregorio: «Nunc ex adverso fluctus irruunt, nunc ex latere cumuli spumosi maris intumescunt, nunc a tergo tempestas insequitur. Interque haec omnia turbatus cogor modo in ipsam clavum adversitatem dirigere; modo, curvato navis latere, minas fluctuum ex obliquo declinare. Ingemisco . . .» (Ep. 43 ad Leandrum Episc. Hispal.: PL 77, 497).

Sì, venerati Fratelli; non si può negare che vi siano oggi nella Chiesa malanni, pericoli, bisogni. Ciò che per noi significa grandi doveri.

PERENNE DOVERE DI VIGILANZA

Il primo dovere: la vigilanza. È un dovere perenne, lo sappiamo; ci è intimato più volte dal Vangelo (Matth. 24, 42; 26, 38-41; etc.). Fa parte della pedagogia biblica e della psicologia cristiana (cfr. Is. 21, 11; 1 Cor. 16, 13; 1 Thess. 5, 6; etc.), ed è reclamato da quel senso escatologico, che dovrebbe darci un caratteristico senso cristiano del tempo, sia presente, che futuro (cfr. J. MOUROUX, Le mystève du temps, Aubier 1961). Ma oggi la vigilanza diventa un dovere specifico del nostro tempo, in cui tutto si definisce e si precisa; non si può camminare alla buona, seguendo passivamente le consuetudini d’una volta, ovvero l’opinione ambientale. Bisogna essere osservatori attenti, essere critici sagaci. Oggi tutto si trasforma; tutto diventa problema; e dappertutto v’è pericolo d’illusione, anche per i buoni; il Signore ci ammonisce : «Se alcuno vi dirà: ecco qui il Cristo; oppure: eccolo là, non lo credete!» (Matth. 24, 23). Le tante riunioni, che tengono continuamente sveglia la Chiesa, in ogni settore, e le parole responsabili .del magistero ecclesiastico, come quelle, nei vari campi loro propri, delle persone probe e competenti, ci aiutano a compiere questo primo dovere.

Quali osservazioni principali ci offre la vigilanza sulle condizioni della Chiesa? La prima osservazione è sul Clero, sul nostro amatissimo Clero. Che cosa vediamo? Vediamo, con nostra grandissima consolazione, che il Clero, nella sua maggioranza, è ottimo per virtù religiose e morali, per dedizione al proprio ministero, per convinta fedeltà alla Chiesa, nella quale si trova inserito, per spirito di servizio. Vogliamo mandare, e proprio per il Natale, uno speciale pensiero augurale e benedicente a tutti i Sacerdoti della Chiesa cattolica, un’assicurazione della nostra stima e della nostra fiducia, un’esortazione alla fedeltà e alla perseveranza. Sul Clero buono, pio, fedele, laborioso, disinteressato e intelligente poggia la solidità, la vitalità, la fecondità della Chiesa: questo vediamo.

IL SACERDOZIO AI NOSTRI GIORNI

Ma vediamo altresì due altri fenomeni, ai quali la facile pubblicità odierna e la curiosità dell’opinione pubblica danno maggiore risalto che non ad altri fenomeni ben più larghi e confortanti. Uno di questi fenomeni abbastanza diffuso è l’incertezza del Sacerdote sul proprio stato; una incertezza che investe la fede nella natura stessa del sacerdozio, la sua formazione umana ed ecclesiastica, la sua funzione religiosa e apostolica, la sua posizione gerarchica e sociologica, il suo costume interno ed esterno, la sua missione nel mondo moderno. È di somma importanza dare alta testimonianza alla grande maggioranza del Clero forte e fedele alla sua missione e al suo dovere; e insieme ridare sicurezza ad ogni sacerdote circa la sua vocazione, la sua elezione, la sua investitura sacramentale, la sua relazione col Vescovo, con i Confratelli, con i fedeli, con quelli «qui foris sunt»; infondergli consapevolezza della sua indispensabile attualità; proporgli la forma di vita, evangelica e moderna, che lo aiuti a immedesimarsi nel mistero che gli è proprio, e a irradiarne i carismi di parola, di grazia, di esempio alla comunità e alle singole anime; bisogna anche dare dignità seppure spoglia di ,orpelli alla sua persona, e pane sicuro e sufficiente alla sua volontariamente povera e faticosa giornata umana. Non dovrà essere troppo difficile, noi pensiamo, perché già vigenti disposizioni vi provvedono, già le nuove strutture suggerite dal Concilio sono in via di attuazione, già i nostri Dicasteri romani intendono offrire opportuni sussidi per lo stile di vita dei Seminari e per gli organismi presbiterali nelle Diocesi, e già le Conferenze Episcopali in varie Nazioni stanno studiando come rendere più soddisfacente e più efficiente l’opera dei Sacerdoti. Ma questo rinnovamento spirituale e canonico richiederà molto studio e molto impegno. Abbiamo già in altra occasione accennato al proposito di dedicare particolare interesse a così complesso problema; e, a Dio piacendo, lo faremo con amore e con sollecitudine, fidando nella collaborazione dell’Episcopato e nella corrispondenza dei nostri buoni Sacerdoti stessi.

L’altro fenomeno è la defezione d’una parte minima, ma pur sempre troppo sensibile, di alcuni Sacerdoti e Religiosi dai sacri impegni a cui davanti a Cristo, davanti alla Chiesa, davanti alla loro coscienza essi erano solennemente, liberamente e amorosamente impegnati. È questa la nostra corona di spine. Comprendiamo quanto sia complicato e drammatico, in ogni suo caso, questo fenomeno; e come sia vietato giudicare l’interno di questi cuori infelici, anche se l’esterno di simili diserzioni rechi tanta amarezza e tanto scandalo al Popolo di Dio, e meriti per sé grave deplorazione. Anche questo fenomeno è oggetto di studi e di provvedimenti. Vi accenniamo per avere il suffragio delle comuni preghiere per tali confratelli infedeli e per non lasciare loro mancare, ove possibile, il soccorso della carità. Ma riteniamo opportuno confermare, anche in questa occasione, il nostro apostolico dovere e il nostro pastorale proposito di conservare nella sua intatta bellezza la legge del sacro celibato nella Chiesa latina, ed esprimiamo la vivissima speranza che i nostri Sacerdoti, quelli giovani non meno che quelli anziani, con la grazia del Signore, ne sapranno sempre comprendere, difendere, illustrare l’incomparabile valore spirituale, morale e apostolico.

IL PROBLEMA DEI GIOVANI

Il discorso, a questo punto, è chiamato ad un altro problema, che interessa il mondo intero, e la Chiesa non meno: quello dei giovani; e il discorso qui si limita ad enunciarlo semplicemente, ma come uno dei tempi più importanti e più urgenti. Anche questo problema è oggetto di studio; uno studio che parte, innanzi tutto, dall’immensa simpatia della Chiesa per la gioventù, dalla fiducia nelle grandi risorse pedagogiche della vita cristiana, dalla mirabile tradizione educativa e organizzativa della Chiesa rispetto alla gioventù, dallo sforzo, già in atto, di avvicinarla mediante i metodi nuovi, che le riconoscono nuova, legittima libertà, e le conferiscono maggior senso di responsabilità, e finalmente da una implorata effusione del segreto carisma di attrazione, di entusiasmo, di sublimazione, che lo Spirito di Cristo vorrà concedere alle nuove generazioni verso un ideale di vita nobile e autentico. Famiglia, Scuola, Società dovranno avere dalla Chiesa nuovo contributo per rendere efficace e amata «l’arte delle arti», ch’è quella di formare uomini veri: anche questo è problema nostro.

FATICOSO CAMMINO DELLA PACE

Finalmente, noi ricorderemo, fra i tanti, i problemi del mondo contemporaneo, mai quali la Chiesa deve rivolgere la sua collaborazione; sono molti, ma primeggiano per noi quello della Pace (e abbiamo già inviato al mondo e alla Chiesa il nostro messaggio per la Giornata della Pace, fissata al 1° gennaio 1970) e quello dei Paesi in via di sviluppo: anche su questo tema è noto il nostro pensiero, e siamo lieti dei consensi che va raccogliendo. Ma siamo sempre all’inizio. E siamo convinti che il nostro concorso alla soluzione di così immane problema non può essere che minimo e simbolico nell’offerta dei mezzi (anche se questa è già non poco sensibile per la nostra limitata possibilità); ma può essere notevole e fors’anche determinante nel campo morale dell’esempio, della esortazione, della presenza negli organi internazionali.

Per completare questa sommaria rassegna dei bisogni e dei doveri della Chiesa nell’anno nuovo noi dovremmo dirvi tante cose che riguardano appunto la vita internazionale, dove con solerte e discreta attività le nostre Rappresentanze pontificie svolgono un’opera, che crediamo di grande merito per la fede e per la pace nel mondo; ma per non abusare della vostra pazienza, ci limitiamo ad un brevissimo cenno ai tre punti più dolenti nella rete dei rapporti fra i Popoli.

La nostra attività, benché spesso attraverso vie coperte da quel velo di discrezione che è richiesto da doveroso riguardo verso le parti interessate e dallo stesso interesse della buona riuscita delle iniziative, prosegue infaticabile e senza cedere a tentazioni di scoraggiamento nella ricerca o nell’appoggio di soluzioni dei dolorosissimi conflitti in atto nel mondo.

Intanto non vogliamo venir meno al dovere, che è particolarmente nostro perché richiesto dalla carità, di andare incontro, nella migliore misura a noi possibile, alle necessità delle vittime di queste tragedie.

IL CONFLITTO NIGERIANO

Primo punto, il conflitto nigeriano.

Mossi da costante e paterna sollecitudine per le popolazioni così dolorosamente provate dal conflitto nigeriano - le condizioni delle quali sono divenute in questi mesi, per testimonianze di osservatori imparziali, ancor più angosciose a causa della mancanza sempre più grave del nutrimento indispensabile alla vita e della penuria di medicinali e di materiale sanitario - ci siamo preoccupati senza sosta, non solo di far giungere il nostro soccorso, ma altresì di appoggiare ogni iniziativa diretta ad assicurare un sollievo, ancorché ridotto e insufficiente, a quelle indicibili sofferenze. E particolarmente, quando vedemmo con soddisfazione profilarsi in settembre il progetto di un accordo che permettesse al Comitato Internazionale della Croce Rossa di riprendere i voli diurni di soccorso interrotti nel giugno, abbiamo cercato, attraverso i nostri rappresentanti e di concerto con l’azione di buona volontà di alcuni Governi, di incoraggiare le due parti ad accettare l’accordo così da non ritardare ulteriormente la ripresa degli invii e la distribuzione degli aiuti. Ma finora, mentre ‘purtroppo la guerra e la fame non hanno sosta, dobbiamo registrare con dolore che la prospettata intesa è lungi dall’essere conseguita.

VIETNAM E MEDIO ORIENTE

Allo stesso modo, trovano profonda eco nel nostro animo le voci che a noi si rivolgono in cerca di aiuto dalle zone del Vietnam tuttora purtroppo sconvolte dalla guerra, da massacri e da ripetuti atti di terrorismo che colpiscono anche tanti umili e laboriosi cittadini. Il nostro cuore, più che la nostra mano troppo spesso impotente, si apre a loro, a testimonianza di affettuosa partecipazione, ad incoraggiamento e a conforto. Abbiamo in questi giorni rivolto un messaggio all’Episcopato Vietnamita per sostenere gli animi di quei cattolici alla fedeltà alla professione della loro vita cristiana e per disporli a virili e concilianti sentimenti di concordia e di pace.

Né potremmo scordare, proprio in questa vigilia natalizia, le popolazioni del Medio Oriente: di quella terra, in particolare, che risuonò del canto degli Angeli nella notte beata e vide l’infanzia, la vita operosa, la morte e la risurrezione del nostro Salvatore.

A quanti per il conflitto soffrono quotidianamente, ai profughi rimasti senza casa e senza patria, va il nostro pensiero, il nostro augurio, così come non mancherà di continuare ad andare il nostro paterno aiuto.

Uno speciale ricordo vorremmo rivolgere alle comunità cristiane delle antiche regioni della Palestina, i cui problemi e difficoltà di vario genere non possono non toccarci intimamente. Si sono diradate e si diradano le file dei fedeli di Gesù in quel suolo benedetto dalla sua predicazione e dal suo sacrificio. Questo fatto ci rende pensosi e ci pone una grave domanda: i templi maestosi e belli che ricordano le vicende della vita di Cristo là dove esse si svolsero, non si troveranno un giorno privi della presenza viva delle loro comunità ecclesiali?

Ecco come, in questo Natale, alle amare considerazioni della pace che non torna, si unisce il pensiero della Chiesa della Terra Santa: ambedue sollecitano la nostra opera e la nostra preghiera a Cristo Signore.

Sì, dobbiamo più che mai affidarci a Lui, a Cristo Signore. In mezzo alle nostre agitate vicende dobbiamo accogliere il suo incoraggiante rimprovero: «Perché avete paura?» (Mt. 8, 26). Dobbiamo confortarci con la certezza ch’Egli è sempre con noi (cfr. Mt. 28, 20). Dobbiamo ravvivare la nostra fede, e fare dei suoi misteri luce per i nostri passi, alimento per i nostri animi. Dobbiamo riporre in Lui ogni nostra fiducia. Specialmente nella ricorrenza del Santo Natale, che attualizza l’economia della rivelazione nel tempo, che ci inebria della sicurezza della intenzione salvatrice divina a noi rivolta, e che ci fa celebrare con tutta la Chiesa e con tutta l’umanità suscettibile di farsi suo mistico Corpo: Christus hodie, Christus nobis, Christus totus.

Un eminente membro del Sacro Collegio, scrivendoci cortesemente per questa prossima felice e santa ricorrenza, ci confidava: «. . . penso spesso con gusto ad una figurazione che, nel Natale, osservavo frequente negli anni della mia fanciullezza: l’immagine del bimbo Gesù che sorreggeva sulla manina il mondo, quasi fosse un giocattolo; era un’immagine del tutto semplice, ma mi pare dicesse espressivamente assai: e soprattutto mi pare fosse vera: "mundum pugillo continens . . ."; e tale da dare animo nei momenti duri» (Card. Lercaro). Così sia, davvero.

Questo il nostro augurio natalizio, con la nostra apostolica benedizione.



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