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DISCORSO DI PAOLO VI
IN OCCASIONE DEL IV CENTENARIO DELLA
PIA OPERA DEI BRESCIANI A ROMA

Mercoledì, 12 novembre 1969

Venerato Fratello, Vescovo e degno Pastore della Chiesa Bresciana, che i nomi dei Santi Faustino e Giovita, Filastrio e Gaudenzio, ed Angela Merici rendono illustre e amata nella comunione cattolica.

Voi Magistrati della Terra Bresciana, e tra questi chi ora, quale Presidente della Deputazione Provinciale e amico carissimo, ci ha salutato con amabili ed elette parole.

E voi, cittadini di Brescia, qua accorsi per una ricorrenza ben degna di memoria, per la celebrazione cioè del quarto centenario della Pia Opera dei Bresciani in Roma, per unirsi a voi, Bresciani dell’Urbe, che all’originaria qualifica civile potete aggiungere, come San Paolo (Act. 22, 26), quella di cives Romani,

siate i benvenuti! Se a tutti i Nostri visitatori Noi dobbiamo questo accogliente saluto, a voi per titolo speciale lo dobbiamo, sempre in Noi rimanendo vivi i vincoli spirituali, che Ci uniscono alla Nostra terra natale; i vincoli della famiglia, da cui non mai abbastanza ringraziamo il Signore d’averCi fatti sortire; i vincoli della memoria, che i lunghi anni di assenza non hanno allentato, sì bene convertiti in sempre fecondi argomenti di umana e cristiana saggezza; i vincoli della riconoscenza per quanto dalla Nostra iniziazione bresciana attinse la Nostra educazione, la Nostra vocazione e la Nostra formazione sacerdotale; i vincoli delle parentele, delle conoscenze e specialmente delle amicizie, a Noi tanto prodighe di affetti e di esempi. Siate voi quindi i benvenuti che con la vostra visita ridestate nel Nostro spirito sentimenti di così grande valore, e Ce ne fate una volta di più sperimentare il conforto nelle cure né poche, né lievi, del Nostro ministero apostolico.

Ma il motivo intenzionale, che oggi vi conduce alla Nostra presenza, merita speciale menzione: quello, dicevamo, celebrativo della secolare esistenza dell’Opera Pia dei Bresciani in Roma; motivo, che mentre Ci associa alla vostra compiacenza, Ci suggerisce i voti, che anche Noi formuliamo in questa fausta circostanza per la provvida istituzione.

PROVVIDA ISTITUZIONE

Siamo Noi pure molto lieti che esista in Roma un’opera che si occupi dei Nostri concittadini bresciani in questa alma Città, che per la sua stessa missione storica e spirituale si colloca al traguardo delle vie dirette verso l’unità cattolica del mondo intero; «tutte le vie conducono a Roma», si dice; il che vuol dire ch’è proprio di Roma essere, per un trascendente disegno provvidenziale, al centro misterioso della civiltà umana e religiosa, e perciò della confluenza di quanti cercano sulla terra quel «punto di riferimento», a cui ora le parole dell’avvocato Ercoliano Bazoli hanno fatto allusione. E siccome le idee, per alte e misteriose che siano, segnano le vie terrene anche ai passi materiali e storici di coloro che vi credono ecco il flusso dei pellegrini, dei fedeli, dei dottori, degli artisti e dei politici rivolgersi a Roma: ed ecco uno dei doveri immanenti e perpetui di Roma, quello d’essere ospitale. Ospizi, Opere e Chiese nazionali, le cosiddette «Scholae», tuttora fiorenti alcune nell’Urbe, dicono come questa concezione unitaria e cattolica delle sorti dell’umanità abbia avuto una sua tipica concreta e commovente espressione: là, dove Roma era raggiunta come una communis patria, si attestavano le colonie nazionali o particolari dei Romei romanizzati, Trovare al termine della lunga via, a Roma, una casa propria: quale conforto, quale rivelazione di fraternità doveva essere per i Romei dei tempi passati! Ora questo servizio d’ospitalità pone problemi e trova soluzioni (. . . quando le trova! le nostre periferie non sembrano darvi risposta felice), si pone in altri termini che nel passato, anche per il pellegrino viandante verso le tombe degli Apostoli; ma rimane certamente, anche per i Bresciani, che si dirigono a Roma per scopi diversi da quelli religiosi, un bisogno: e perciò esiste tuttora un dovere d’ospitalità e di assistenza: Ci riferiamo specialmente per coloro che vengono a Roma in cerca d’impiego e di lavoro, o che a Roma si trovano forestieri, se pur impegnati appunto in qualche ufficio o in qualche impresa; e si sentono soli! Questo fenomeno della solitudine dell’individuo sperduto nelle grandi metropoli è molto comune nel nostro tempo. A Roma dovrebbe essere meno doloroso che altrove. Roma dev’essere, fra le tante sue virtù, maestra d’ospitalità. E siccome le sue forze locali a tanto sempre non bastano, è la stazione di partenza che deve provvedere alla stazione d’arrivo. Un’opera di accoglienza e di assistenza ai Bresciani, bisognosi di consiglio, di aiuto, d’ospitalità, affluenti a Rom. è sempre provvida e attuale; e Noi facciamo voti che codesta Pia Opera sappia assolvere questo servizio fraterno per i Bresciani in Roma, privi di mezzi e di conoscenze, per gli umili lavoratori specialmente, e faccia loro sperimentare a Roma la generosità e la gentilezza, un po’ ruvida forse talvolta,. ma sempre leale del cuore bresciano. Questo è il primo voto, che Noi esprimiamo per la perseverante e provvidenziale funzione della vostra Opera veramente pia e veramente moderna.

AMICHEVOLI RAPPORTI

Un altro voto esprimiamo: che essa, l’Opera Pia dei Bresciani in Roma, possa costituire una rete di rapporti amichevoli con tutti i Bresciani, ormai residenti in questa alma Città. Quanti e quali sono i Bresciani che godono di questa fortuna? Noi dovremmo rammaricarCi, in tanti anni della Nostra stabile dimora in Roma, di non aver mai avuto alcun rapporto con codesta provvida istituzione; pensiamo che l’unione dei Bresciani, attorno a codesta medesima Opera, sia ora più operante e cordiale; e auguriamo perciò che dall’unione scaturisca un mutuo affetto fra concittadini delle due città, l’agreste e alpestre Brescia, cenomane e longobarda, viscontea e veneta, ora tutta affannata di lavoro industriale, e l’incomparabile Roma nobile e sacra, classica e politica, la città eterna, e si rianimi in entrambi altresì quello spirito di concorde alacrità benefica e sociale, di cui i nostri tempi hanno particolare bisogno.

Ed infine il Nostro voto per l’avvenire della benemerita istituzione è anche questo: che essa possa esercitare un benefico influsso anche sulla gente bresciana, tenendo in essa acceso il duplice sentimento dell’unità nazionale e della fedeltà alla Chiesa Romana. Di questo secondo spetta qui a Noi di fare l’elogio, e di rammentare l’impegno: possa, sì, Brescia, anche in virtù di codesta sua presenza romana, conservare sempre autentiche e fiorenti le sue tradizioni religiose e francamente cattoliche; possa in se stessa alimentarne é sperimentarne il perenne e rinascente vigore; possa dare al suo popolo la testimonianza effettiva della loro capacità a plasmare le nuove generazioni e ad affrontare con nuove e originali soluzioni la difficoltà e la complessità dei moderni problemi.

Se guardate in alto, nel soffitto della Sala dei Paramenti, vedete raffigurata la scena della Pentecoste, la discesa dello Spirito Santo. È un dipinto di Gerolamo Muziano (1528-1592), pittore bresciano, seguace dei grandi del secolo d’oro del Rinascimento, che lavorò in Vaticano specialmente al tempo di Gregorio XIII. Non ne diamo ora un giudizio. Solo Ci piace auspicare che il mistero lassù dipinto da una mano bresciana sia valido per voi tutti, mediante la Nostra Benedizione Apostolica, a infondervi la grazia e la forza e la gioia dello Spirito che viene dall’alto.



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