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DISCORSO DI PAOLO VI
PER LA CELEBRAZIONE DELLA «GIORNATA
DEL RINGRAZIAMENTO» DEI COLTIVATORI DIRETTI

Domenica, 16 novembre 1969

 

E ora, salute a voi, dilettissimi Coltivatori Diretti d’Italia, che avete voluto celebrare la Giornata del Ringraziamento per il buon esito del raccolto dell’anno, stringendovi compatti intorno a questo Altare.

Siamo particolarmente lieti di ricevervi. Abbiamo or ora rivolto il Nostro saluto alle personalità dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, detta FAO, le quali rappresentano come il vertice di tutto quanto si fa oggi nel mondo in favore della coltura agricola per e nei Paesi in via di sviluppo, e formano perciò una somma incalcolabile di uomini, di energie, di mezzi, di tecniche, di sperimentazioni, di iniziative, tutta rivolta allo scopo di elevare il tenore di vita di quei popoli, avvalorando la fatica di chi lavora la terra perché sia più proficua a sé e al prossimo. Potete quindi pensare quanto grande sia il Nostro compiacimento, dopo un incontro tanto distinto, poter rivolgerci a voi, Coltivatori Diretti d’Italia, e presentarvi a questi egregi Signori come un modello di realizzazioni, come un esempio di attività, come un vivaio di speranze per il domani.

Molti sono stati gli incontri che i Nostri Predecessori e Noi stessi abbiamo avuto con la vostra Federazione, fin dalla sua fondazione. Non abbiamo perciò bisogno di reciproche presentazioni. Rinnoviamo peraltro il Nostro saluto al vostro benemerito Fondatore e Presidente, l’onorevole Paolo Bonomi, al cui tenace zelo e sforzo di volontà tanto deve la Federazione, all’Assistente Ecclesiastico Centrale Mons. D’Ascemi, ai responsabili del Movimento in sede nazionale, regionale, provinciale e diocesana. E con tutti i Coltivatori Diretti d’Italia salutiamo le efficienti sezioni collaterali, che integrano e moltiplicano la Federazione su di un piano non solo organizzativo, ma diciamo anche familiare: l’associazione delle Donne Rurali, e quella dei Giovani Coltivatori, così ricca di fermenti e di entusiasmo e di idee.

Voi aprite davanti al Nostro sguardo l’ampio panorama della benemerita gente dei campi, a cui la società odierna tanto deve, e che sempre si è voluta distinguere non solo per l’operosità, il senso del dovere, la parsimonia, l’ordine, il sacrificio, ma anche e soprattutto per il senso di Dio, la fedeltà alla Chiesa, l’animus religioso, alimentato da tradizioni sanamente familiari, dall’eredità di valori sacri, tramandata di padre in figlio come un tesoro prezioso.

DEVOZIONE E COMUNIONE

Gli è che l’agricoltura ha in sé un significato di devozione e un significato di comunione: di devozione, anzitutto, perché essa facilita il contatto con Dio attraverso il contatto con la natura viva, che più profonda porta in sé l’orma dell’onnipotenza creatrice di Dio, e la manifesta nelle varie sue forme animate, in cui pulsa la vita, sia quella degli esseri viventi del mondo animale, sia quella segreta di cui pullula nascostamente la madre terra, prorompendo nelle sue stupende produzioni che si rinnovano ogni anno. Il vostro non è perciò un contatto con la natura inerte e inanimata, con la materia bruta e renitente e sorda, che l’uomo deve piegare a sé con violenza, con meccanicità ripetuta e monotona, come avviene nel ‘mondo dell’industria, peraltro degno del più grande rispetto. L’agricoltura ha poi anche il significato di comunione con i fratelli, perché è al servizio e al vantaggio diretto della vita corporale dell’uomo, offre alla comunità umana gli elementi primordiali della sua sussistenza fisica, le cose buone che hanno il profumo antico del pane e del vino, e che pure costano il sudore della fronte e una assidua e solerte cura, che pur voi sapete dare gioiosamente e saggiamente, secondo i pensieri che già sviluppammo nell’incontro con voi, il 28 aprile del 1965, in occasione del XIX Congresso Nazionale della Federazione (cfr. Insegnamenti di Paolo VI, III, 1965, p. 245). Questi valori hanno sempre avuto la loro efficacia, ma oggi più che mai se ne avverte il bisogno, perché il mondo in cui viviamo è desacralizzato, è arido, è egoistico, in un collettivismo che è la risultante come di tante monadi isolate e talora l’una all’altra nemica: questo perché oggi l’uomo - come ha scritto con penetrante analisi un degnissimo Pastore, il Card. Frings - «non incontra più l’opera di Dio, ma quella degli uomini che vi si è sovrapposta. È chiaro che ciò ha ripercussioni decisive sul suo intero atteggiamento spirituale. Nella storia dell’umanità l’incontro con la natura fu sempre uno dei più vitali sbocchi della esperienza religiosa . . . Se dunque l’accesso alla natura è profondamente modificato o cambiato del tutto, viene inaridita una delle primordiali sorgenti della realtà spirituale. Che l’ateismo dell’evo contemporaneo si sia potuto diffondere anzitutto nell’ambiente tecnico dei lavoratori dell’industria, e vi si sia affermato nel modo più vigoroso, questo ha certamente varie spiegazioni, a cominciare dalle ingiustizie compiute dal primo capitalismo, ma una delle più importanti sta proprio qui» (Il Concilio Ecumenico Vaticano II di fronte al pensiero contemporaneo, Edizioni del Columbianum).

IL SENSO DEL PROGRESSO

Per voi, gente della terra, il contatto diretto con la natura e il servizio dei fratelli hanno felicemente alimentato nel vostro spirito e nelle vostre famiglie la devozione più schietta, la religiosità più sentita. Sappiate custodire intatti questi valori, anche nella gigantesca trasformazione in atto nel mondo di oggi, alla quale, con l’umiltà e la sobrietà vostra propria, portate una collaborazione preziosa e insostituibile, anche se comunemente non vi si pensa.

E mentre questi pensieri possono nutrire di profonda e commossa convinzione la vostra Giornata del Ringraziamento, in cui offrite a Dio, in una simbolica restituzione, nella preghiera e nell’amore, quanto Egli vi ha donato attraverso la natura prodiga e benefica, Noi vorremmo altresì che l’incontro di stamane servisse a stimolarvi verso la conquista di nuovi sviluppi, professionali e morali.

a) Sappiate, anzitutto, sviluppare in voi e nei vostri figli il senso del progresso: l’accennata trasformazione del mondo in cui viviamo verso nuove e ancora inimmaginate e inimmaginabili tappe della conquista tecnica deve spingervi a non riposare su posizioni arretrate, a non contentarvi di soluzioni tradizionalmente pigre e pavide, a non restare indietro: il motto dei vostri giovanili Clubs 3 P: «Provare, Produrre, Progredire», ve lo dice in forma genialmente efficace. Vale anche per voi quanto abbiamo sottolineato nella Enciclica Populorum progressio: «Lo sviluppo esige delle trasformazioni audaci, profondamente innovatrici. Riforme urgenti devono essere intraprese senza indugio. A ciascuno di assumersi generosamente la sua parte» (n. 32; A.A.S. LIX, 1967, p. 273).

UNIONE E FIDUCIA

b) Abbiate in voi il senso dell’unione che deve legare intimamente a sé tutti e ciascuno i membri della categoria: siate cioè consapevoli della funzione economico-sociale organizzata. Ai grandi meriti della gente dei campi, fa da contrappeso - come «il rovescio della medaglia», già vi diceva nel 1952 Pio XII di v. m. (cfr. Discorsi e Rudiomessaggi, XIII, p. 482) - il senso spiccato dell’individualismo, dell’isolamento, della sospettosità. Sappiate avere fiducia gli uni verso gli altri, perché mai come oggi è stato vero il proverbio che «l’unione fa la forza». Come ben ricordate, è stato questo un aspetto su cui il Nostro Predecessore Giovanni XXIII ha vivamente insistito nella Enciclica Mater et Magistra, con queste parole: «Nel settore agricolo, come del resto in ogni altro settore produttivo, l’associazione oggi è una esigenza vitale; tanto più lo è quando il settore ha come base l’impresa a dimensioni familiari. I lavoratori della terra devono sentirsi solidali gli uni con gli altri e collaborare per dar vita ad iniziative cooperativistiche . . . . per contribuire efficacemente alla difesa dei prezzi dei prodotti, per mettersi su un piano di uguaglianza nei confronti delle categorie economico-professionali degli altri settori produttivi» (A.A.S. LIII, 1961, p. 437).

RESPONSABILITÀ MORALE E SOCIALE

c) Infine, abbiate sempre presente la responsabilità morale e sociale, che incombe sulle vostre persone, sulle vostre famiglie e imprese, come sulla vostra Federazione. È necessario che non perdiate mai di vista i valori religiosi e comunitari da custodire, ai quali abbiamo accennato. La Chiesa molto si aspetta da voi, così come molto si aspetta la società: «In questo radicarsi profondo, generale, completo e perciò così conforme alla natura, della vostra vita nella famiglia - sono ancora parole di Pio XII, del 15 novembre 1946 (Discorsi e Radiomessaggi, VIII, pp. 303-304) - consiste la forza economica e nei tempi critici anche la capacità di resistenza, di cui siete dotati, come altresì la vostra sperimentata importanza per il retto sviluppo del diritto e dell’ordine privato e pubblico di tutto il popolo; e finalmente la indispensabile funzione che siete chiamati ad esercitare come fonte e difesa di vita intemerata, morale e religiosa, come vivaio di uomini sani di anima e di corpo per tutte le professioni, per la Chiesa e per lo Stato».

Ecco, diletti figli, quanto abbiamo voluto ricordarvi in questa circostanza tanto suggestiva per il suo significato profondamente sociale e, soprattutto, religioso: che il vostro ringraziamento a Dio, fuso come in un sol cuore, in tutt’Italia, da tutti i Coltivatori Diretti, nella celebrazione eucaristica, rivesta le forme liturgiche di un perenne prefazio: «È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie, sempre e dovunque a Te, o Padre . . . per Cristo nostro Signore». Sì, dilettissimi, sempre e dovunque salga il vostro grazie a Dio, nella serenità del tempo e nell’abbondanza del raccolto, ma anche quando la natura non risponda o si ribelli con i suoi sùbiti cataclismi, anche quando i raccolti siano scarsi o inferiori al previsto; sempre e dovunque, perché abbiamo un Padre che ci ama, e ci illumina col suo volto, e, aprendo la mano, sazia ogni vivente con la Sua benedizione (cfr. Ps. 66, 2; 144, 16), e, quando ci prova, lo fa in vista di un bene maggiore, eterno, duraturo, per il raccolto eterno di meriti nei celesti granai, ove il ladro non entra, e che il tarlo non distrugge (cfr. Luc. 12, 33).

Della sua benedizione vuol essere eco e riflesso la Nostra, che di tutto cuore impartiamo a voi, qui presenti, ai vostri cari lontani, ed a tutti coloro che nel lavoro dei campi trovano lo strumento della propria elevazione spirituale come del progresso civile della comunità.



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