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TRE VISITE NEL TERRITORIO DELLA DIOCESI DI ALBANO

DISCORSI DI PAOLO VI

Venerdì, 3 settembre 1971

 

Nel pomeriggio, il Santo Padre lascia per qualche ora la sua residenza estiva di Castel Gandolfo, e si reca a compiere tre visite di carattere pastorale nel territorio della diocesi di Albano.

La prima di esse è al monastero delle Basiliane di Albano, una piccola comunità di religiose di stretta clausura, che dimorano accanto alle Ville Pontificie da oltre un secolo.

La seconda visita è al monastero delle Clarisse in Albano, dette anche «Farnesiane» dalla Ven. Alessandra Farnese, della quale, come di Suor Maria Chiara d’Amato, pur essa di questo convento, morta nel 1948, è in corso il processo di beatificazione.

La terza visita è alla nuova chiesa parrocchiale dedicata al Cuore Immacolato di Maria nel quartiere residenziale Villa Ferraioli, tra Albano e Ariccia.

Il Papa è ricevuto dal vescovo di Albano Monsignor Raffaele Macario, e, alla nuova chiesa parrocchiale, dai sindaci di Albano e di Ariccia, oltreché dalle rappresentanze del clero, delle comunità religiose e dell’Azione Cattolica.

Alla residenza delle Basiliane

Il Santo Padre esordisce dicendo che quella visita dà compimento a un suo desiderio vivo da molti anni; ed è lieto di incontrarsi con le religiose dei due monasteri attigui alla sua residenza estiva di Castel Gandolfo. Prendendo spunto dalla denominazione di «Monache basiliane», risale all’origine di tale nome, che offrirà argomento per intrattenerle sulla loro spiritualità, sul modo di rispondere alla loro vocazione religiosa.

San Basilio il Grande fu uno dei più illustri Padri della Chiesa. I suoi scritti e i suoi esempi hanno lasciato una profonda memoria soprattutto in Oriente, dove il Santo svolse il suo ministero pastorale. Egli ebbe una sorella maggiore di nome Macrina, anch’essa santa, che fu quasi madre e maestra della sua iniziazione religiosa. E un santo fratello di nome Gregorio, poi chiamato Nisseno, anch’egli fecondo di scritti spirituali, tra i quali eccellono quelli sulla verginità e sulla contemplazione. Il Papa nota che se pure non si attribuisce a San Basilio la fondazione dell’Ordine delle monache basiliane, che si ricollegano invece a San Giosafat, martire polacco, tuttavia lo spirito e la devozione delle loro comunità molto dipendono dalla dottrina e dalla vita del grande Dottore della Chiesa, che deve perciò essere conosciuto e studiato sempre più profondamente da queste sue figlie spirituali.

Il ricordo di San Giosafat offre occasione a Paolo VI di indicare un particolare rapporto che esiste tra il Papa e le monache basiliane. Le reliquie del Santo Martire, raccolte in una grande urna, durante l’ultima guerra furono portate prima a Vienna e poi in Vaticano. Il Papa ebbe occasione, allora, nell’esercizio delle sue funzioni di Sostituto della Segreteria di Stato, di affidare le venerate Spoglie alle Suore Missionarie Francescane di Maria che in Vaticano hanno una residenza e un laboratorio per il restauro degli arazzi. Successivamente Giovanni XXIII le donò al Cardinale Slipyj (anch’egli legato da vincoli religiosi all’Istituto basiliano) che le fece collocare nella Basilica di San Pietro, presso uno degli altari. C’è dunque un legame ormai permanente tra il Papa e le pie religiose, tramite la presenza in Vaticano dei preziosi resti del loro santo ispiratore.

Paolo VI sottolinea, quindi, un altro aspetto di questo rapporto. Le religiose hanno una regola di origine orientale. Oriente ed Occidente sono come due grandi ali, su cui la Chiesa muove verso il Cielo. È importante che queste due parti dell’unica Chiesa cattolica si conoscano e si comprendano sempre più. C’è poi il fatto doloroso della separazione che storicamente si è verificata tra Oriente ed Occidente. È, adesso, necessario proseguire gli sforzi per tornare fratelli come si era prima della separazione. È il desiderio del Signore, che purtroppo i suoi figli non hanno assecondato nei secoli passati. Ma è anche un pegno e un segno di autenticità: «Da questo vedranno gli uomini che siete miei discepoli». Ecco lo sforzo del movimento ecumenico (che significa universale, cattolico), per giungere all’unità della fede e dell’amore, pur nelle differenze dei riti, dei costumi, delle forme di spiritualità. Il Papa chiede alle monache intensificate preghiere per il successo delle aspirazioni ecumeniche e si addentra poi in un’analisi della scelta claustrale, così benefica per la Chiesa, e tanto preziosa.

Nel corpo costituito dalla Chiesa ci sono organi e funzioni diverse. Le contemplative rappresentano la funzione più alta e difficile: pensare al Signore, tacere, pregare, adorare, gioire, nella rinuncia e nella penitenza. C’è chi non comprende il valore di questa scelta. Ma se mai la Chiesa ha avuto una funzione, questa consiste nel collegare l’uomo con Dio. La preghiera delle claustrali non fa che alimentare il filo di congiunzione del colloquio con Dio. Per questo occorre essere fedeli alla scelta, nella certezza di essere utili alla Chiesa in una misura altissima. Offrano la loro vita per la Chiesa locale, quella della diocesi di Albano in cui vivono, per la Chiesa universale, per il mondo intero, sapendo che tanti non pensano a Dio ed esse suppliscono con amore e fedeltà a questa dimenticanza.

Le ultime parole del Santo Padre sono un invito alla preghiera per l’imminente Sinodo dei Vescovi, che affida alle religiose come intenzione particolare. La Chiesa vivrà un momento di eccezionale importanza ed è necessario invocare la luce dello Spirito Santo perché illumini coloro che si è scelti per guide del Popolo di Dio e rinnovi lo splendore della Pentecoste. Il pensiero del Cuore di Cristo, suggerito dalla ricorrenza del primo venerdì del mese, dà, infine, al Papa lo spunto per un’esortazione conclusiva a vivere nella amicizia e carità di quel Centro adorabile di tutti i cuori.

Al monastero delle Clarisse

Dopo un saluto molto paterno e cordiale, Paolo VI dichiara che la sua visita è una risposta alla tacita obiezione che considera le claustrali come «emarginate» dalla vita, dalla realtà, dalla esperienza del nostro tempo, come persone o istituzioni invecchiate e sorpassate. «Siete convinte di questo?». Il «no» delle religiose, è esploso spontaneo e sincero. E il Papa prosegue: Sono venuto per confermare questo «no» che è un «sì». No alla falsa opinione, sì al valore di una testimonianza che tocca intimamente la vita della Chiesa. Voi rappresentate tante cose che la Chiesa apprezza e che il Concilio Vaticano II ha confermate. Fedeli alla regola, alla vita comune, alla povertà, voi siete un seme e un segno. Chi riflette lo sa. Potevate fare altre scelte, godere onestamente questa vita terrena e invece vi siete chiuse in un monastero, a seguire Francesco e Chiara. Ricordando che le «sorelle» di Santa Chiara, lei vivente, erano chiamate le «recluse di San Damiano», il Papa nega che le Clarisse siano delle recluse. Materialmente sì, ma spiritualmente sono una luce, una fiaccola che illumina, sono una predica vivente. Il loro esempio, la rinuncia, il distacco formano come una predica che dice alla gente: Perché cercare principalmente ciò che sfiorisce, che non dura? Cercate i beni eterni!

Parlando della testimonianza delle Clarisse come segno, Paolo VI indica ciò che le caratterizza: l’aver seguito l’invito francescano alla povertà. Danaro, comodità, potenza, benessere sono la massima aspirazione di molti. Esse invece dimostrano che si tratta di beni da prendere con cautela nel momento stesso in cui li hanno abbandonati, non quasi perdendo un valore, ma come sciogliendosi da un peso, per dedicarsi alla preghiera e alla ricerca di Dio. La loro vita è segno anche per la penitenza che hanno liberamente scelto di esercitare, in riparazione dei peccati del mondo e per ottenere la grazia alle anime. L’uomo è portato ai godimenti sensibili e materiali. Il loro esempio indica invece che bisogna un po’ mortificarsi, un po’ soffrire, fare un po’ di penitenza, se non si vuole perire.

Oltre alla povertà e alla penitenza la loro vita è segno con la preghiera, di cui grande esempio diede la fondatrice Santa Chiara. Il Santo Padre cita, come ricordo della sua fanciullezza, l’impressione avuta nel visitare San Damiano e nel vedere il luogo dove Chiara pregava.

Ricordino dunque le Clarisse che esse non sono ai margini, ma nel cuore della Chiesa. La Chiesa guarda a loro come all’espressione più piena dei suoi desideri. La Chiesa vuol essere povera, orante, penitente. Esse lo sono, in un amore intenso per Gesù, nel cui cuore leggono i suoi desideri e gli rispondono; e non per un breve momento, ma per la vita intera.

Ricordando l’episodio di Santa Chiara che ferma i saraceni reggendo l’ostensorio, il Papa dice alle Clarisse che possono fermare quanti avversano e osteggiano la Chiesa, proprio nello stesso modo, stringendo Gesù nelle loro mani e nella loro vita.

Da ultimo Sua Santità ha raccomandato anche alle Clarisse il prossimo Sinodo dei Vescovi, affinché preghino per la sua felice riuscita.

Alla nuova chiesa parrocchiale del Cuore Immacolato di Maria

Sua santità saluta l’accolta dei fedeli, il Parroco, le autorità cittadine, presenti nella persona dei Sindaci di Albano, di Ariccia, ai quali esprime sentimenti di stima, mettendo in risalto l’opera da essi svolta in favore della popolazione e apprezzando l’appoggio che vorranno dare alla soluzione dei vari problemi della comunità.

Rivolto al popolo il Santo Padre ha espresso il desiderio di abbracciare con il proprio saluto non solo la piccola comunità dei presenti, ma tutti i parrocchiani: quelli fuori della chiesa per la mancanza di spazio, quelli rimasti a casa perché sofferenti; a tutti singolarmente invia la propria benedizione. Il pensiero del Papa va, poi, ai giovani, ai quali esprime la speranza di vederli «bravi e fedeli» nel servizio cristiano della comunità e della Chiesa. Parlando del nuovo tempio lo dice costruito proprio per loro, per permettere l’incontro delle nuove generazioni con la fede, con Dio.

Paolo VI esorta, quindi, i fedeli, che sono in massima parte dei lavoratori, a vivere cristianamente la loro esistenza, portando in ogni azione i sentimenti di bontà che ad essi ispira la fede. Parlando della costruzione della chiesa, della laboriosità che una tale opera comporta, il Santo Padre pone l’accento sul significato di inaugurazione conferito dalla sua presenza, ma ricorda che aver completato le strutture ed allestito ed addobbato la chiesa non significa ancora aver costruito una «chiesa», perché la vera fatica di costruire una chiesa comincia quando finisce la sua costruzione materiale. La vera costruzione della chiesa è quella spirituale. Il termine chiesa, ha due significati: il tempio, che è fatto di mura, di mattoni e tante altre cose; e l’assemblea, la «congregatio fidelium», la riunione di fedeli. Ebbene io vi prego: costruite la vostra chiesa. Prima di tutto abbiate il senso della unione, della comunione, della riunione che qui deve celebrarsi e verificarsi. Se questa chiesa restasse vuota, a che scopo l’avrebbero costruita? Sarebbe una povera chiesa. Perciò tutti i fedeli della parrocchia devono cooperare ad erigere una vera nuova chiesa degna del nostro tempo, fatta di anime coscienti, di anime che si vogliono bene in uno spirito di carità cristiana e di vera professione di fede.

Il Santo Padre, inoltre, parla dello spirito di fratellanza e di comunione che deve cementare nella parrocchia i fedeli, comunione di iniziative e di carità in favore dei malati, dei poveri, dei bisognosi e soprattutto dello spirito di comunione con il parroco per una attiva e vera vita parrocchiale e cristiana.

La Chiesa - conclude il Papa - è una specie di società di mutuo soccorso, perché è una società di amore. È una società fondata da Cristo con le parole: «Da ciò riconosceranno gli uomini che siete miei discepoli: se vi amerete gli uni gli altri». Con l’augurio che la nuova comunità parrocchiale renda testimonianza cristiana nel nostro tempo, il Santo Padre nuovamente saluta gli intervenuti impartendo a tutti l’Apostolica Benedizione.



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