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DISCORSO DI PAOLO VI
AL SINDACO E ALLA GIUNTA COMUNALE DI ROMA

Giovedì, 27 gennaio 1972

 

Signor Sindaco!
Egregi membri della Giunta Comunale di Roma!

Eccoci nuovamente a voi, per la tradizionale Udienza in occasione dell’Anno non da molto iniziato; eccoci a voi con la compiacenza, con la stima, con la benevolenza di sempre, perché vediamo in voi i reggitori e gli organizzatori della cosa pubblica nella città capitale dell’Italia, Nazione che non può non esserci carissima, nell’Urbe per di più dai destini arcani, erede di auguste grandezze e memorie, ricca di monumenti venerati e studiati e amati dagli storici, dagli archeologi, dagli artisti, dai letterati, dai santi di ogni epoca; la città della legislazione e dell’impero, unificatrice di popoli, centro propulsore della cultura e del diritto; la città a cui approdò l’umile pescatore, inerme e pavido, l’apostolo Pietro, ma portatore forte e profetico della Lieta Novella, la quale, lungo le strade diramantisi di qui, si diffuse nel mondo, si estese alle Nazioni lontane, diede loro quell’unità nella fede in Cristo e nella Comunione alla Chiesa che, sola, poteva ad esse garantire la vera e perfetta fusione di cui le antiche leggi non potevano essere che la preparazione e lo strumento, e non il compimento efficace. Mistero stupendo, questo, se così possiamo dire, della duplice destinazione ricevuta da Dio a essere fonte e centro della civiltà latina ed insieme la sede del «maggior Piero», il centro spirituale e catalizzatore del mondo cristiano, anzi dell’intera umanità, traguardo di esperienze straordinarie, di definitivi approdi dei grandi spiriti di tutti i tempi, fulcro di propulsione del messaggio evangelico e della carità universale. Tutto questo ci dice Roma, a cui siamo legati da vincoli tutti particolari, come Vescovo e Pastore di questa diocesi unica e singolare, straordinaria e contraddittoria, impassibile e viva, popolaresca e cosmopolita.

E ci è gradita la vostra presenza, come ogni anno, che tutto questo ci ricorda, e ci offre la possibilità di scambiare con voi voti e auspici.

Voi conoscete le nostre ansie a proposito degli smisurati problemi, che la cura pastorale e sociale della città, vertiginosamente crescente nei suoi nuovi quartieri affollati da popolazione eterogenea e fluttuante, pone alla nostra coscienza di Vescovo, egregiamente assecondato dal nostro Cardinale Vicario e dai suoi collaboratori; né vi è ignota l’ammirazione sincera e trepidante con cui seguiamo il gravissimo onere dei responsabili dell’amministrazione cittadina: altre volte abbiamo con voi richiamato gli «enormi problemi» della Città, amministrativi, urbanistici, sociali, spirituali, superiori, che pongono «enormi doveri» (Insegnamenti di Paolo VI, VI, 1968, p. 29); e non vogliamo ripeterci. Ma l’occasione ci spinge a mettervi a parte, ancora una volta, delle nostre più vive sollecitudini per la Città, che il nostro divino mandato ci ha affidata, come Successore di Pietro:

a) anzitutto la sollecitudine per la elevazione programmata e instancabile della vita civile e sociale della Città. Lo scorso anno, nell’80° anniversario della Enciclica Rerum novarum di Leone XIII, abbiamo affidato ad un particolare documento, la Lettera Apostolica Octogesima adveniens, le nostre apprensioni, tra le altre, per i problemi dell’urbanesimo, forma particolare in cui oggi si pone dappertutto la questione sociale: «sono, in realtà - scrivevamo - i più deboli le vittime delle condizioni di vita disumanizzanti, che degradano le coscienze e nuocciono all’istituzione familiare: la promiscuità degli alloggi popolari rende impossibile un minimo di intimità; i giovani focolari, attendendo invano una abitazione decente e a prezzo accessibile, si demoralizzano e la loro unità può anche trovarsi compromessa; i giovani fuggono da una casa troppo esigua e cercano nella strada delle compensazioni e delle compagnie incontrollabili. È un grave dovere dei responsabili cercare di dominare e di orientare questo processo. È urgente ricostituire, a misura della strada, del quartiere, o del grande agglomerato, il tessuto sociale in cui l’uomo possa soddisfare le esigenze della sua personalità» (Octogesima adveniens, 11; AAS 63, 1971, p. 409). Sono problemi che coinvolgono tutte le grandi città, in cui si configura oggi lo sviluppo e la trasformazione in atto; ma possono essere applicati anche alla nuova Roma, nella selva di cemento che si alza incessantemente a cerchi concentrici attorno al nucleo storico centrale, e pone problemi quotidiani di ogni genere. Noi sappiamo di poterci affidare al vostro senso di responsabilità, e comprendiamo le tremende responsabilità che formano il vostro quotidiano assillo di amministratori: e ripetiamo il nostro appello in favore dei più abbandonati, affinché le piaghe tuttora aperte - quelle dei baraccati - possano gradualmente ma sollecitamente essere eliminate, per l’onore della città e per il rispetto dei suoi abitanti.

Il Signore ricompensi la premura e solidarietà che dimostrate e dimostrerete in questo settore, che tanto ci sta a cuore!

b) Ma c’è soprattutto un’altra sollecitudine, e preminente: quella per le sorti spirituali di Roma, affinché la sua espansione non sia fonte di disgregazione spirituale, bensì gli abitanti siano aiutati ad avvalorare la loro più genuina dimensione di uomini e di cristiani: e ciò, vogliamo dire, favorendo quanto è necessario per la degna sistemazione delle chiese e delle opere parrocchiali, centri di vita e di educazione umana, oltre che religiosa e cristiana. Che la considerazione del bene comune prevalga su ogni altro interesse! Noi ci compiacciamo sinceramente per la collaborazione, tanto aperta e cordiale e comprensiva, che in questo campo ottiene il nostro Vicariato: e questa occasione ci è sempre cara perché ci permette di esprimervi il nostro grazie sentito e commosso, con l’augurio che questa intesa continui a produrre frutti di particolare utilità per la diocesi.

c) E ci sta particolarmente a cuore, come altre volte abbiamo avuto occasione di sottolineare, anche la ferma tutela del carattere singolare di Roma, che certa licenza e certo costume deteriore vorrebbero attenuare, se non dimenticare e obnubilare, in nome del progresso e del «cosmopolitismo». A parte che non si può parlare di progresso, mai e in nessun luogo, laddove la dignità umana sia esposta al pericolo di degradarsi e di avvilirsi, la fisionomia tutta particolare dell’Urbe, centro della Chiesa Cattolica, custode di memorie che sono fra le più sacre del culto e della santità, punto d’incontro di molte genti pellegrine, che ad essa vengono con preciso intento spirituale, non può permettere che siano conculcati i suoi sacrosanti diritti in questo campo, e trascurati i suoi particolari doveri.

Il non lontano avvenimento - fra tre anni! - dell’Anno Santo, pone questa questione all’ordine del giorno con particolare spicco, che non può essere dimenticato. Noi apprezziamo profondamente, e ne siamo riconoscenti, tutto quanto si è fatto finora, e si potrà fare, affinché questo carattere unico della città sia rispettato, e non siano deluse le precise aspettative dei cittadini di altre Nazioni, che qui vengono per ritemprare la loro fede, ed essere in essa confermati, secondo il carisma affidato a Pietro (Cfr. Luc. 22, 32), e vengono altresì per osservare se Roma sia davvero cosciente della sua peculiarissima posizione morale nel mondo, e se meriti la stima e l’onore che tutti desideriamo esserle attribuiti.

Noi invochiamo il Signore per ciascuno di voi, affinché l’aiuto divino soccorra alla buona volontà; mentre, con voi qui presenti, abbracciamo con una grande benedizione tutta la cara, grande, fedele famiglia del popolo Romano, e le forze del pensiero, dell’arte, della cultura, dell’azione che vivono e operano nella Città con vero e nobile intento di elevazione spirituale e morale.

                                      



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