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DISCORSO DI PAOLO VI
ALLA GIUNTA REGIONALE DEL LAZIO

Lunedì, 6 marzo 1972

 

Oggi abbiamo il piacere, diciamo pure l’onore, di avere il nostro primo incontro con la Giunta Regionale del Lazio, che, nel momento in cui assume le proprie funzioni, ha avuto il gentile pensiero di portarci l’espressione della sua leale devozione e dell’impegno con cui si accinge al suo ampio e delicato compito.

Ringraziamo Lei, Signor Presidente, per le parole con cui si è reso eletto interprete dei sentimenti che passano nell’animo dei componenti della Giunta, sull’atto di iniziare la propria funzione; e ringraziamo tutti Loro, distinti Signori, per questa presenza che tanto ci conforta, tanto eloquente quanto un discorso.

Dall’indirizzo testé pronunciato, noi abbiamo intravveduto la somma ponderosa dei problemi che intendete affrontare con generoso impulso, con consapevole dedizione, con paziente e oculato esercizio di competenza, e verso quali e quanti orizzonti si protenda la vostra attività, che inizia con sì esemplare coscienza delle proprie responsabilità. Ma abbiamo altresì visto come dipingersi davanti ai nostri occhi l’intera regione, che voi rappresentate: questa splendida, austera, vetusta, fatidica regione del Lazio, col suo paesaggio spazioso e solenne, soffuso non di rado di un velo di malinconia, più spesso esultante di una luminosa bellezza irraggiantesi dalla tavolozza mutevole e armoniosa dei colori del suo mare, dei suoi laghi, della sua campagna silente, dei suoi colli ariosi, dei suoi monti rupestri. E la suggestione del paesaggio si collega con la visione, non meno stupenda e ricca, della storia di questa regione incomparabile: e comprende un arco che va dalle primitive popolazioni locali, presto soggiogate dalla potenza di Roma, alle vicende di una prestigiosa civiltà, unificata dal nome e dal diritto e dall’autorità della Repubblica e dell’Impero, sulla cui vicenda si innesta l’avvento del Cristianesimo; e come non pensare al primo incontro che i banditori della novella fede ebbero con la terra del Lazio, prima ancora che con Roma? Se l’approdo dell’umile e potente pescatore di Cafarnao, nella sua venuta a Roma, è lasciato agli spazi dell’immaginazione, che piamente rivive entro di sé quell’evento e medita commossa sulle orme dei suoi passi arditi, la storia ben ci documenta il primo incontro di Paolo con la comunità cristiana di Roma, venutagli incontro per dargli il primo saluto e per alleviare le sue catene fino al Foro di Appio, e alle Tre Taverne, su una tappa della antica e celebre via proconsolare: «e Paolo, come li vide, ne ringraziò Dio e riprese coraggio» (Act. 28, 15). Da allora, la storia religiosa di Roma è strettamente congiunta con quella del Lazio, con la sua fioritura di opere e di santità, come dimostrano le superbe testimonianze dei celebri monasteri, delle basiliche, dei santuari di ogni età, che costellano la regione, e come ricordano le figure dei grandi santi, che qui stamparono orma indelebile del loro genio e della loro vocazione, sia che appartengano al Lazio o sia che quivi abbiano fatto prolungati soggiorni: e vengono alla mente i nomi dei martiri numerosi, dei quali sarebbe troppo lungo intessere l’elenco; e i ricordi di Agostino e di Monica nel colloquio di Ostia, allo scolorare di un tramonto estatico e indimenticabile; e Benedetto e Scolastica, a Subiaco e a Montecassino; e Francesco nei verdi recessi solitari della Valle Reatina; e poi Bonaventura da Bagnoregio, e poi Tommaso, che ad Aquino ebbe i natali, a Fossanova la morte, e poi Rosa da Viterbo; e più vicini a noi, testimoni di una linfa spirituale perenne, Giacinta Marescotti, Carlo da Sezze, Tommaso da Cori, Giuseppe da Leonessa, Felice da Cantalice, Paolo della Croce, e altri e altri ancora.

Come non sentirsi presi nel profondo del cuore da tutti questi ricordi? E come non vedere, qui parimente rappresentate, eredi di tanta tradizione religiosa e civica, le buone popolazioni del Lazio, semplici, operose, silenziose, amanti della famiglia e della Patria, attaccate alla Chiesa nel patrimonio gelosamente custodito della fede degli avi? Voi ce ne recate il caro pensiero: e, in voi, e per voi, a tutti inviamo il nostro saluto, il nostro incoraggiamento, il nostro elogio.

E vi uniamo l’augurio di un costante felice incremento delle sorti sociali, civili, culturali, economiche dell’intera Regione. Le necessità sono tante: e Lei, Signor Presidente, le ha esposte in tutta la loro vastità, sia pure solamente elencandole, ed ha delineato un quadro veramente complesso e formidabile dell’attività che vi attende per il bene di quelle popolazioni, in tutti i settori in cui sarà applicata la vostra specifica competenza. Ci compiacciamo del ribadito impegno di dedicare le cure più attente e assidue ai cittadini più bisognosi di case, di civile assistenza, di lavoro, di scuole, di una sana e giusta soluzione delle loro aspettative, nel rispetto dei loro diritti e nel compimento dei loro doveri. E facciamo voti che a questi propositi corrisponda sempre l’impegno della volontà e dello sforzo comune: voi siete consapevoli che, oggi, necessitano «Amministratori dei pubblici interessi quanto mai valenti, saggi, onesti e operosi. Il progresso della società moderna reclama appunto virtù amministrative di alto grado, per la coscienza morale che le deve ispirare e sorreggere, e per la competenza tecnica che le abilita alla soluzione dei problemi diventati per numero, per dimensioni e per complessità, veramente enormi» (Alla Giunta provinciale di Roma, 17 luglio 1963; Insegnamenti di Paolo VI, 1, 72).

La vostra presenza, le vostre dichiarazioni, il vostro entusiasmo, ci dicono che volete rispondere con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra esperienza a tale missione. Sul vostro gravoso e provvido ufficio noi invochiamo l’assistenza costante di Dio, della quale vuol essere pegno ed auspicio la nostra particolare Benedizione Apostolica, che estendiamo ai vostri Familiari ed all’intera carissima regione del Lazio.

                                



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