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DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
ALLA COMUNITÀ RELIGIOSA DELL’ABBAZIA
DI NOSTRA SIGNORA DELLE TRE FONTANE

Mercoledì, 21 dicembre 1977

 

Dopo aver ricordato che la località «ad Aquas Salvias» dove si trova l’Abbazia fu sede del martirio di San Paolo e dell’eroica testimonianza di San Zenone e di altri martiri, il Papa richiama l’attenzione sulla dignità della vita monastica e contemplativa, «la quale, per quanto nascosta ed ora, purtroppo, disconosciuta, non cessa di essere esaltante soprattutto in una città come Roma, dove essa può costituire un’esemplare lezione di spiritualità e di autenticità evangelica».

«La fervorosa ricerca di Dio, l’offerta a lui fatta di un cuore santo e mondo di ogni macchia di peccato; l’attendere a lui per mezzo dell’orazione e dell’assidua meditazione, - prosegue Paolo VI - ecco le note caratteristiche della vocazione monastica, intesa da tutta l’antichità cristiana come partecipazione alla vita angelica. Infatti, il monaco e il contemplativo “assorti in Dio” esercitano sulla terra l’ufficio degli Angeli in cielo: adorare, lodare, glorificare Dio. Ciò esige, naturalmente, completa rinuncia a tutte le attrattive terrene, non potendo l’anima umana, a differenza dell’Angelo che è stabilito nell’eternità beata, unirsi a Dio se non attraverso il distacco da tutte le creature» (Cfr. L. BOUYER, Le sens de la vie monastique, pp. 43 ss.).

«Per attuare questa morte mistica di se stesso e per risorgere in Cristo completamente rinnovato - aggiunge il Papa, citando San Gregorio Magno -, il monaco vive in austera solitudine, che dai maestri della vita spirituale dell’antichità è indicata come l’ambiente necessario a questo stato di perfezione religiosa».

« Palestra di virtù, la solitudine - prosegue il Santo Padre - è soprattutto la scuola del divino Spirito, il quale, come dichiara la S. Scrittura, si fa maestro dell’anima che la predilige: “La condurrò nella solitudine e parlerò al suo cuore” (Os. 2, 14); ed è in essa, “officina di ogni bene”, come la chiama S. Bernardo, che il monaco abbonda di delizia e di ogni consolazione. Indissolubile dalla solitudine è il silenzio, senza il quale il monaco rimarrebbe esposto alle lusinghe dell’ambiente esterno. È il silenzio che forma il deserto nell’anima ch’è in ascolto di Dio. Isolato così dal mondo, distaccato dagli affetti terreni e dalla stessa sua volontà, divenuta conforme a quella del Padre celeste, il monaco s’identifica con l’“uomo di preghiera”, e l’orazione della mente diviene la sua attività principale. Cuore a cuore egli discorre con Dio, cioè parla “da solo a solo con Dio per esprimere . . . l’amore di colui, da cui ci sentiamo amati” (S. TERESA, Vita di se stessa, cap. VIII)».

«Quando il monaco prega - conclude il Papa -, tutto il suo essere sotto l’azione dello Spirito Santo si trasforma, si dilata, diviene, per così dire, incandescente; avverte che i suoi sentimenti sono quelli di Cristo morto e risorto e, come abbracciano l’intero Corpo mistico, assumono dimensione e ruolo di propiziazione e d’implorazione per tutti gli uomini. Questa in sintesi, Figli carissimi, è la vostra vita, con in più la testimonianza della mortificazione del lavoro manuale. Vi esortiamo a trascorrerla sempre più generosamente in totale fedeltà a Cristo e alla Chiesa».

                                 



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