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ENCICLICA
PRAEDECESSORES NOSTROS
DEL SOMMO PONTEFICE
PIO IX

 

A tutti i Patriarchi, Primati, Arcivescovi e Vescovi.
Il Papa Pio IX. Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione. 

Voi che avete studiato e approfondito la storia della Chiesa, certamente sapete che i Romani Pontefici Nostri Predecessori hanno sempre dedicato ogni assidua e coscienziosa cura alle Genti Cristiane, al fine di recar loro giovamento in qualunque modo. E neppure ignorate che quell’impegno salutare e nobilissimo non ha compreso soltanto i vantaggi spirituali nei confronti del Popolo Cristiano, ma fu indirizzato anche ad alleviare le pubbliche calamità che talvolta percossero la Gente Cristiana. Tale asserto trova conferma nei documenti di antichi [Apud Eusebium Ilist. Eccl. lib. 4 c. 23 edit. Cantabrig., ubi agit de Dionysii Corinthiorum Episcopi epistola ad Soterem Rom. Pontificem, qua dicit jam inde a religionis exordio solere Romanam Ecclesiam ad Christianos necessaria vitae subsidia transmittere; et hunc morem a Sotere Beato Episcopo adauctum esse. Item apud eumdem Eusebium Ilist. Eccl. lib. 7. c. 5., quo loco commemorat Dionysii Alexandrini Episcopi epistolam ad Stephanum I Pontificem, qui ad Syriae provinciam cum Arabia, necessaria subsidia miserat. Est etiam S. Basilii epistola ad S. Damasum Papam, qua loquitur de subsidiis a S. Dionysio Pontifice ad Ecclesiam Caesarensem missis, tomo III. op. edit. Maurinae ep. 70] e più recenti tempi, e nella memoria nostra e dei nostri padri.

Infatti, a chi poteva o doveva meglio convenire l’esercizio di questa paterna sollecitudine dell’animo, diretta a risollevare tutti i Cristiani, se non a coloro ai quali la fede cattolica insegna “ad essere Padri e Maestri di tutti i Cristiani” [Conc. Florent. In definit. Fidei]? Presso chi era più logico che gli sventurati si rifugiassero, se non presso coloro che, posti al vertice della Chiesa, dimostrarono da lungo tempo e alla prova dei fatti “di essere sospinti dall’amore di Cristo”?

Commossi da codesto luminoso esempio dei Nostri Predecessori e dalla propensione della Nostra volontà, non appena venimmo a sapere che il Regno d’Irlanda soffriva di una gravissima carestia di cereali e si affidava alla carità per quanto riguarda il rifornimento di altri alimenti, e che quella gente era afflitta da una terribile pestilenza provocata dalla penuria di cibo, dedicammo subito ogni sforzo – per quanto era a Noi concesso – per soccorrere quel popolo in pericolo. Pertanto, in questa Nostra Urbe abbiamo indetto pubbliche preghiere da innalzare a Dio e abbiamo esortato il Clero, il Popolo Romano e tutti gli altri residenti a Roma a recare aiuto all’Irlanda. Conseguentemente, la parte del denaro da Noi volentieri offerta e la parte raccolta a Roma, compatibilmente con le ristrettezze dei tempi, sono state mandate quale aiuto, ai Nostri Venerabili Fratelli Arcivescovi d’Irlanda perché le distribuissero secondo la condizione dei luoghi e dei loro cittadini indigenti.

In verità, finora Ci giungono dall’Irlanda preoccupanti lettere con le quali vengono riferite notizie sulle calamità sopra ricordate: calamità che in quell’isola perdurano tuttora ed anzi si aggravano ulteriormente; tali informazioni affliggono il Nostro animo con incredibile dolore e Ci spingono ad accorrere nuovamente in soccorso di quella gente. Che cosa infatti non dobbiamo tentare per rianimare quella popolazione che si dibatte fra tanti pericoli, dal momento che conosciamo quanta sia sempre stata la devozione del Clero e del Popolo d’Irlanda verso la Sede Apostolica; quanto in tempi difficilissimi sia rifulsa la tenacia di quella gente nel professare la religione cattolica; con quante fatiche il Clero d’Irlanda si sia adoperato per la diffusione della religione cattolica anche in remotissime regioni della terra, e infine con quanta devozione e zelo religioso, presso la gente irlandese, nella Nostra umile persona “sia onorato e compreso San Pietro, la cui dignità (per usare le parole di Leone Magno) non viene a mancare in un indegno erede” [S. Leo Serm. 2, de Anniv. Assumpt. suae]?

Pertanto, dopo aver seriamente riflettuto su così grave questione ed aver ascoltato il parere di non pochi Venerabili Fratelli Nostri Cardinali di Santa Romana Chiesa, abbiamo deciso di scrivervi, Venerabili Fratelli, questa lettera per esaminare insieme con voi le urgenti necessità del popolo d’Irlanda. Naturalmente, a voi tutti suggeriamo che nelle diocesi o nelle regioni sottoposte alla vostra giurisdizione prescriviate (come è stato fatto in passato nell’Urbe Roma) per tre giorni pubbliche preci da recitare nelle chiese, e in altri luoghi sacri determinati, per pregare Dio, Padre di misericordia, di liberare la gente d’Irlanda da così grande calamità e di allontanare una tale e così grande sventura anche dagli altri Regni e Regioni d’Europa. E perché questo avvenga più celermente e più vantaggiosamente, Noi concediamo un’indulgenza di sette anni a coloro che in qualsiasi modo interverranno con quelle preghiere; a coloro poi che parteciperanno a tutto il triduo recitando le stesse preci, e durante la settimana del triduo, dopo essersi purificati col sacramento della penitenza, si accosteranno al Santissimo sacramento dell’Eucaristia, con la Nostra autorità apostolica concediamo l’Indulgenza plenaria.

Peraltro, Venerabili Fratelli, raccomandiamo soprattutto al vostro amore di sollecitare con le vostre esortazioni il popolo soggetto alla vostra giurisdizione ad alleviare con l’elargizione di elemosine la gente irlandese. Sappiamo anche che non avete bisogno che si spieghino a voi il valore dell’elemosina e i copiosi frutti che da essa derivano al fine di ottenere la clemenza di Dio Ottimo Massimo. Conoscete le lodi tributate all’elemosina, dottamente e sapientemente, dai Santissimi Padri della Chiesa e particolarmente da San Leone Magno in parecchi suoi sermoni [De jejunio decimi mensis, et eleemosynis]. Avete anche a disposizione la famosa lettera [Edit. Balutii n. 60, qua epistola S. Cyprianus agens de pecuniis Carthagine collectis, et ad redimendos Christianos ad Episcopos Numidiae missis, ait: «Misimus autem sextertia centum millia nummorum, quae isthic in Ecclesia, cui de Domini indulgentia praesumus, cleri, et plebis apud nos consistentis collatione collecta sunt, quae vos illic pro vestra diligentia dispensabitis»] scritta da San Cipriano Martire, Vescovo di Cartagine, ai Vescovi della Numidia: essa contiene una perspicua testimonianza del singolare impegno con cui il popolo affidato alla sua cura pastorale venne in soccorso dei Cristiani bisognosi d’aiuto, con copiosa elargizione di elemosine. Potete inoltre ricordare le parole di Sant’Ambrogio, Vescovo di Milano [In epist. 2. ad Constantium Episcopum, tomo II, op. edit. Maurinae Parisiensis an. 1690]: “La nobiltà delle ricchezze non sta nella vita mondana dei ricchi, ma nel cibo dato ai poveri; in questi, infermi e bisognosi, la ricchezza splende meglio; i Cristiani devono imparare a procurarsi, col denaro, non beni propri, ma quelli che sono di Cristo, affinché anche Cristo cerchi di loro”. Ricordando queste ed altre cose per accrescere la vostra benignità, speriamo che in futuro ai poveri, di cui stiamo parlando, possiate essere di grande aiuto.

Potremmo a questo punto porre fine al presente scritto. Ma poiché, assecondando la Nostra volontà, Venerabili Fratelli, state per indire pubbliche preghiere, non vogliamo tralasciare ciò che giorno e notte sollecita “la nostra quotidiana perseveranza, l’amore per tutte le Chiese” (2Cor 11,28). Certamente sta davanti ai Nostri occhi l’atroce e crudele tempesta che già da tempo si è scatenata contro la Chiesa universale; atterrisce l’animo ricordare “con quanta malvagità abbia agito il nemico nel Santo” (Sal 74,3) e quanto disonesta sia la congiura “contro il Signore e contro Cristo suo Figlio” (Sal 3,2). Perciò caldamente vi raccomandiamo che, colta l’occasione di indire pubbliche preghiere per l’Irlanda, esortiate contemporaneamente il popolo affidato al vostro governo a pregare Dio per la Chiesa universale.

Frattanto a Voi, Venerabili Fratelli, affettuosamente impartiamo l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 25 marzo 1847, anno primo del Nostro Pontificato.

 



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