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LETTERA APOSTOLICA
CON LA QUALE IL SANTO PADRE
PIO XI
RICORDA IGNAZIO DI LOYOLA E FRANCESCO SAVERIO
NEL TERZO CENTENARIO DELLA LORO CANONIZZAZIONE
 

«MEDITANTIBUS NOBIS»

 

Al Reverendo Padre Wladimiro Ledóchowski,
Generale della Compagnia di Gesù.

Diletto figlio, salute e Apostolica Benedizione.

Quando, all’inizio del Nostro Sommo Pontificato, Noi meditavamo come avremmo potuto procurare alla Santa Chiesa sia migliori condizioni interne, sia favorevoli sviluppi all’esterno, come richiesto fondamentalmente dal Nostro ufficio, è giunto, con il ricordo di altri Santi, anche quello di Ignazio di Loyola e di Francesco Saverio, dei quali dovrà celebrarsi con grandiosa solennità il terzo centenario della canonizzazione. L’uno, infatti, per disposizione divina, fu dato come aiuto alla Sposa di Cristo la quale stava iniziando un nuovo periodo della propria vita, in cui lotta e contrasto erano sempre presenti; l’altro, nella sua instancabile operosità per la diffusione della luce evangelica, andò adorno di tanti e così rilevanti carismi dello Spirito Santo da sembrare l’erede della virtù e dello zelo che rifulsero nei primi Apostoli.

Per la verità, la stagione di pericoli nella quale Ignazio accorse in aiuto della Chiesa non è ancora finta, in quanto quasi tutti i mali presenti derivano da quella radice; e se oggi, più che mai, « una porta grande e propizia è aperta » [1] al Vangelo di Gesù Cristo, ciò avviene specialmente nelle regioni dove lavorò Saverio. Pertanto, diletto figlio, se Ci è sembrato opportuno scriverti questa Lettera di elogio del tuo Padre Legislatore e del maggiore dei suoi figli, ciò non avviene soltanto nell’interesse del tuo Ordine, ma per il bene comune. Infatti, è di grande importanza che la Cristianità fiorisca ogni giorno di più per l’insegnamento dell’uno e si diffonda, rinverdendo, per l’impegno dell’altro.

Certamente è vero che quanti meritano dall’autorità della Chiesa la lode di santità hanno tutti in comune di essere eccellenti in ogni genere di virtù; tuttavia, come « ogni stella differisce da un’altra nello splendore » [2], così i Santi si distinguono con ammirabile varietà l’uno dall’altro per la loro particolare eccellenza o in questa o in quella virtù. Ora, se riguardiamo la vita d’Ignazio, restiamo anzitutto mossi ad ammirazione dalla magnanimità di un uomo che, avido di procurare la maggior gloria di Dio, non pago di impiegare se stesso in tutti gli uffici del sacro ministero e di abbracciare per la salute delle anime ogni genere di beneficenza cristiana, si associò dei compagni pronti ed ardenti come in un drappello di scelta milizia, per dilatare il regno di Dio tra i fedeli e tra i barbari. Ma chi penetri più addentro la vicenda, facilmente scorgerà quale nota distintiva di Ignazio lo spirito insigne di ubbidienza, e come missione a lui particolarmente assegnata da Dio il condurre gli uomini ad esercitare con più amore questa stessa virtù.

Infatti, chi conosce il tempo in cui visse Ignazio, non ignora che il principale tra tutti i mali onde fu afflitta la Chiesa in quei giorni procellosi, fu il rifiuto di gran parte degli uomini di ubbidire e di sottomettersi a Dio. A capo di tale movimento di ribellione contro il servizio divino furono certo coloro che, assegnando al privato giudizio del singolo la regola della fede divina, ripudiarono superbamente l’autorità della Chiesa cattolica. Ma oltre a questi, troppi erano coloro che, se non per sistema, certo di fatto sembravano avere respinto la sottomissione a Cristo, e vivevano più da pagani che da cristiani; come se col rinascimento delle lettere e delle arti fosse rivissuto lo spirito dell’antico paganesimo. Si può anzi affermare che, se gran parte della società cristiana non fosse stata infetta, come da veleno pestifero, dalla sfrenata licenza di vita e di sentimenti, giammai dal corpo della Chiesa sarebbe scoppiata l’eresia dei Novatori. Pertanto, venuto meno il rispetto delle leggi divine non solo in gran parte del popolo cristiano, ma persino del clero, e mentre allo scoppiare della rivolta promossa dai Novatori si vedevano allontanarsi dal grembo materno della Chiesa non poche regioni, quelle cioè in cui più si era rallentato il sentimento del dovere, dal cuore dei buoni erompeva unanime la preghiera al divino Fondatore della Chiesa perché, memore delle sue promesse, venisse in soccorso alla sua Sposa in circostanze tanto stringenti.

Ed effettivamente, quando giudicò che i tempi fossero maturi, Egli venne in suo aiuto in modo meraviglioso con la celebrazione del Concilio di Trento. Inoltre, a conforto della Chiesa, suscitò, quali illustri modelli di ogni virtù, un Carlo Borromeo, un Gaetano Thiene, un Antonio Zaccaria, un Filippo Neri, una Teresa di Gesù ed altri personaggi destinati a dimostrare con la loro vita l’indefettibile santità della Chiesa cattolica, e a reprimere l’empietà e la corruttela dei costumi con la voce, con gli scritti, con l’esempio. E veramente grande ed utilissima fu l’opera da essi compiuta. Ma occorreva estirpare dalle più profonde radici l’origine stessa del male; e a quest’opera, appunto, Ignazio parve destinato dalla divina Provvidenza. Egli infatti, dotato dalla natura d’indole mirabilmente disposta sia al comando, sia all’ubbidienza, fin dai primi suoi anni andò rafforzandola con la disciplina militare. Fornito dunque di un animo così temprato per natura e per educazione, non appena illuminato da Dio si sentì chiamato a promuovere la gloria divina e la salute delle anime, con tutta la fiamma del suo cuore ardente si arruolò sotto le bandiere del Re dei cieli. E volendo inaugurare degnamente la sua nuova vita militare, vegliò tutta una notte in armi presso l’altare della Vergine; e poco dopo, ritiratosi nella grotta di Manresa, apprese dalla stessa Madre di Dio l’arte di combattere le battaglie del Signore, e ricevette come dalle mani di Lei quel perfetto codice di leggi (che così in verità possiamo chiamarlo) di cui deve far uso ogni buon soldato di Gesù Cristo. Alludiamo agli Esercizi Spirituali che, secondo la tradizione, furono ispirati dal cielo ad Ignazio. Non che si debbano apprezzare poco altri metodi di esercizi usati da altri, ma in quelli che si compiono secondo il metodo Ignaziano tutto il disegno è così sapientemente combinato, ogni parte è così strettamente connessa con l’altra, che ove non si sia contrari alla grazia divina, rinnovano l’uomo, per così dire, radicalmente e lo rendono del tutto sottomesso al volere divino. Preparatosi così alla vita d’azione, Ignazio si impegnò a formare i compagni che si era prescelto, volendo che riuscissero esemplarmente ubbidienti a Dio e al Vicario di Dio, il Romano Pontefice, e che considerassero l’obbedienza come la nota caratteristica della sua Compagnia. Perciò non solo volle che i suoi si avvezzassero ad alimentare il fervore spirituale specialmente con la pratica degli Esercizi, ma li armò di questo stesso strumento perché se ne servissero in ogni tempo per ricondurre alla Chiesa gli animi che se ne erano allontanati e per sottometterli totalmente al potere di Cristo.

In realtà, la storia attesta, e gli stessi nemici della Chiesa ammettono, qual benefico sollievo provasse subito il mondo cattolico confortato tramite Ignazio di così opportuno aiuto; né riuscirebbe facile ricordare le imprese di ogni genere compiute per la gloria di Dio dalla Compagnia di Gesù sotto la guida e il magistero di Ignazio. Furono allora visti i suoi compagni instancabili respingere vittoriosamente la ribellione degli eretici; attendere dappertutto alla riforma dei costumi corrotti; restaurare nel Clero la scaduta disciplina; guidare non pochi alle cime della perfezione cristiana; impegnarsi nell’informare a pietà e nell’erudire nelle lettere e nelle scienze la gioventù, nell’intento di preparare una posterità veramente cristiana; e lavorare intanto egregiamente nella conversione degli infedeli per dilatare con nuove conquiste il regno di Gesù Cristo.

Noi abbiamo volentieri ricordato tali benemerenze non solo perché manifestano la bontà divina verso la Chiesa, ma perché Ci sembrano opportunissime ai tempi tribolati in cui siamo stati innalzati a questa Sede Apostolica. Infatti, se si vuole ricercare la prima origine dei mali da cui è travagliata la nostra società, si vedrà che tutto deriva dalla ribellione che i Novatori scatenarono contro l’autorità divina della Chiesa; ribellione che, ingigantita nel secolo XVIII nella grande Rivoluzione, quando con tanta arroganza si promulgarono i diritti dell’uomo, ora è spinta alle estreme conseguenze. Ond’è che vediamo esaltata fuor di misura la dignità della ragione umana; disprezzato e ripudiato quanto sembri superare le forze e l’intelligenza dell’uomo e non sia compreso nei limiti della natura; per nulla considerati e dai privati e dai pubblici poteri gli stessi sacrosanti diritti di Dio. Pertanto, eliminato Dio, principio e sorgente di ogni autorità, ne consegue naturalmente che più non esista potere umano la cui autorità venga reputata inviolabile. Perciò, disprezzata l’autorità divina della Chiesa, in breve parvero vacillare e rovinare i fondamenti del potere civile, perché, prevalendo sempre più la pazza audacia della cupidigia, si incominciarono impunemente a pervertire le leggi dell’umano consorzio.

Orbene, nessun rimedio efficace, del quale tutti i buoni sentono la necessità, si può recare a condizioni tanto disperate, ove non si ristabilisca il rispetto a Dio e l’ubbidienza alla sua volontà. Attraverso le innumerevoli vicissitudini di tempi e di cose rimane sempre inconcusso che il primo e il più grande dovere degli uomini sono l’ossequio e l’ubbidienza al sommo Creatore e Signore di tutte le cose; ogni qualvolta essi si allontanano da tale dovere, occorre subito che si ravvedano, se vogliono reintegrare l’ordine radicalmente perturbato e così andar liberi dalla quantità di mali che li opprimono. Del resto in questo solo punto è contenuta l’essenza della vita cristiana, e lo stesso Apostolo Paolo sembra voler inculcare questo concetto quando mirabilmente compendia in brevi tratti la vita del divino Redentore: «Umiliò se stesso facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce » [3]. « Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti » [4].

Ora appunto gli Esercizi Spirituali aiutano meravigliosamente tale ritorno all’ubbidienza in quanto, specialmente se fatti secondo il metodo di Sant’Ignazio, inculcano con argomenti inoppugnabili la perfetta ubbidienza alla legge divina, appoggiandola agli eterni princìpi della ragione e della fede. Perciò, desiderosi che la loro pratica si diffonda sempre più, seguendo l’esempio di molti Nostri Predecessori, non solo tornammo a raccomandarli ai fedeli con la Costituzione Apostolica « Summorum Pontificum », ma inoltre nominammo Sant’Ignazio di Loyola celeste Patrono di tutti gli Esercizi Spirituali. E quantunque, come abbiamo detto, non manchino altri metodi di Esercizi, è però certo che il metodo Ignaziano eccelle tra essi, e, soprattutto per la più sicura speranza che porge di utilità solida e duratura, gode di più ampie approvazioni della Sede Apostolica. Se dunque molti fedeli useranno con diligenza questo strumento di santità, potremo confidare che in breve, repressa la cupidigia di libertà sfrenata e ristabilite la coscienza e l’osservanza del dovere, possa finalmente l’umana società ottenere il dono della pace sospirata.

Quanto fin qui abbiamo rammentato, riguarda propriamente il bene interno e domestico della religione cristiana. Ma ciò che stiamo per dire in breve di San Francesco Saverio, riguarda il suo incremento all’esterno; benché, a dire il vero, strettissimo è il legame che congiunge l’opera del Saverio con quella di Ignazio, che ora abbiamo lodata. Infatti Ignazio, alla propria scuola, seppe talmente mutare quel Saverio che da principio aveva trovato tutto dedito alla vanità della gloria umana, da poterlo in breve offrire all’estremo Oriente quale predicatore, anzi Apostolo del Vangelo di Cristo: mutazione, questa, veramente meravigliosa e da attribuire tutta meritamente all’efficacia degli Esercizi. Infatti, se Francesco intraprese più volte così lunghi viaggi per terra e per mare; se portò per primo il nome di Gesù nel Giappone, che a buon diritto si può appellare isola dei Martiri; se affrontò pericoli immensi e sostenne incredibili fatiche; se versò l’acqua salutare del Battesimo su innumerabili fronti; se infine operò tanti miracoli di ogni genere, tutto ciò lo stesso Francesco affermava di doverlo, dopo Dio, ad Ignazio, « padre dell’anima sua », come lo chiamava, dal quale, nel sacro ritiro degli Esercizi, era stato guidato alla piena cognizione e all’amore di Gesù Cristo. E qui certo rifulgono l’ammirabile bontà e sapienza della provvidenza di Dio; il quale, nel tempo appunto in cui la Chiesa era terribilmente combattuta all’interno, e all’esterno subiva perdite ingenti di popoli intieri, con questo solo mezzo, ossia con l’aiuto degli Esercizi, le somministrò un duplice soccorso della più grande opportunità; cioè, insieme con Ignazio, prescelto a riparare la disciplina interna, quel Saverio che con la conquista di popoli stranieri alla fede di Cristo doveva compensare le perdite della Chiesa stessa. Primo, dopo un così lungo intervallo di tempo, egli parve rinnovare gli esempi degli Apostoli; poiché egli stesso fondò solide cristianità tra non poche genti barbare, dopo averle istruite con molti sudori e guidate alla pietà con le sue virtù esimie, ed aprì ai nostri Missionari vastissime regioni che fino a quel tempo erano rimaste assolutamente chiuse alla predicazione cristiana. Egli poi, com’era naturale, lasciò eredi del suo spirito prima di tutti i suoi Fratelli; e Noi sappiamo che fino ad oggi essi non si allontanarono mai dalla virtù di lui, ma custodirono sempre gelosamente una così preziosa eredità. Ma la memoria di Francesco Saverio servì sempre di stimolo anche agli altri predicatori del Vangelo; e perciò appunto il Saverio, per solenne decreto di questa Sede Apostolica, fu proclamato Patrono celeste dell’opera della « Propagazione della Fede ».

Orbene, la nostra età assomiglia a quella del Saverio anche nel fatto che la fede avita, respinta con superbo sdegno da molti dei nostri, sembra ormai voglia passare ad altre nazioni che l’attendono desiderose. E Noi spesso apprendiamo dalle lettere dei Missionari che in remote regioni dell’Africa e dell’Asia già biondeggia la messe apostolica per la raccolta, onde riparare i danni che subisce la Chiesa in Europa. Inoltre i fedeli si mostrano ora molto più zelanti che in passato nel promuovere la propagazione del Vangelo; zelo, questo, certamente acceso dal soffio della grazia divina, e che Noi auspichiamo ardentemente s’infiammi dappertutto, sull’esempio e sotto il patrocinio del Saverio, affinché, mosso dalle preghiere, « il Padrone della messe mandi operai nella sua messe »: operai che ogni buon cristiano vorrà aiutare con le preghiere e sostenere con le offerte.

Perciò, diletti figli, quanti appartenete alla Compagnia di Gesù, mentre celebrate la solenne memoria del vostro Padre Legislatore e del vostro Fratello maggiore, vi esortiamo tutti a seguire i loro esempi continuando con sempre nuove benemerenze verso la Chiesa a promuovere il vostro Istituto, ripetutamente onorato di ampie lodi da questa Sede Apostolica. E, principalmente, doppio è il frutto che vorremmo ricaviate dalla presente solennità. Anzitutto che attendiate ogni giorno più a servirvi per vostra e altrui utilità degli Esercizi Spirituali. Sappiamo che su questo punto già avete intrapreso con esito felice a lavorare con particolare diligenza a favore della classe operaia; è dunque da augurare che con uguale positivo risultato vi adoperiate nell’interesse delle altre classi sociali. Il secondo frutto riguarda la diffusione delle Missioni cattoliche. Ora, benché conosciamo la vostra diligenza e il vostro impegno del tutto singolari anche in quest’opera (sappiamo infatti che circa duemila di voi lavorano per gl’infedeli in quasi quaranta Missioni) tuttavia preghiamo ardentemente Iddio che ecciti ed infiammi sempre più in voi codesto santo zelo.

E perché tutto riesca a maggior gloria di Dio, a bene della Chiesa e a salvezza delle anime, auspice dei doni divini e testimone della Nostra benevolenza paterna, impartiamo con vivo affetto la Benedizione Apostolica a te, diletto figlio, e a tutti i figli della Compagnia di Gesù a te affidati.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 3 dicembre 1922, festa di San Francesco Saverio, anno primo del Nostro Pontificato.

PIUS PP. XI

 


[1] I Cor., XVI, 9.

[2] I Cor., XV, 41.

[3] Phil., II, 8.

[4] Rom., V, 19.

 

© Copyright - Libreria Editrice Vaticana



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