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ALLOCUZIONE DI SUA SANTITÀ PIO XI
AI CARDINALI DI SANTA ROMANA CHIESA 
PRESENTI NEL CONCISTORO SEGRETO
SVOLTOSI NEL PALAZZO APOSTOLICO VATICANO


«IAM ANNUS» 

14 dicembre 1925

 

Ai Cardinali di Santa Romana Chiesa
presenti nel Concistoro segreto
svoltosi nel Palazzo Apostolico Vaticano
il 14 dicembre 1925.

 

Venerabili Fratelli.

L’Anno Santo del ventitreesimo Giubileo volge ormai al termine. La grande gioia del Nostro animo, per quanto attenuata dall’assenza di tanti figlioli e da una lunga serie quotidiana di eventi e di tristi pensieri, non può essere taciuta, ed anzi va espressa. Questa gioia è superata dalla Nostra riconoscenza verso Dio, Nostro Signore, datore di ogni bene e di ogni dono perfetto e verso tutti coloro che, assecondando i Nostri paterni inviti e desideri, hanno collaborato ad un così grande e multiforme successo. Diciamo multiforme, perché se l’invocata espiazione è stato il fatto principale dell’anno trascorso, tuttavia il grandissimo Giubileo è stato il quadro nel quale, con provvidentissima opportunità, la mano di Dio ha collocato altri eventi che, se da esso hanno mutuato importanza e splendore, a loro volta gliene hanno anche conferito: vogliamo riferirCi alla canonizzazione di uomini e donne di straordinarie virtù, alla pubblica Esposizione Missionaria e infine al sedicesimo centenario del Concilio Niceno, celebrato in questa Alma Città alla presenza di tantissima gente.

È per Noi motivo di gioia che questo anno — che secondo la consuetudine si chiamava Santo — con il suo stesso nome abbia invitato tutti i fedeli ad attingere i tanti doni della santità dalle fonti del Salvatore messi a disposizione con copiosa larghezza, in quanto Ci fu possibile presentare alla venerazione ed alla imitazione dei fedeli tanti e svariati modelli di santità ed insieme tanti nuovi intercessori di ogni grazia divina quanti — in numero più grande del solito — la divina bontà Ci ha concesso di annoverare fra i beati e i santi del cielo: Santa Teresa del Bambino Gesù e San Pietro Canisio, Dottore della Chiesa, il beato Antonio Maria Gianelli e il beato Pietro Giuliano Eymard.

Compiuti tali atti, Ci proponemmo che tutti i Nostri figli onorassero, intuissero chiaramente e sentissero più acutamente quanto sia colmo di gioia e di conforto quel caposaldo della nostra fede che riguarda la Comunione dei Santi che, nell’unità del Corpo mistico di Gesù Cristo e nei supremi tesori di grazia e di meriti che in esso si raccolgono, ci insegna come risalire alle fonti da cui l’Anno Sacro attinge in gran copia quella facoltà di remissione e di indulgenza onde il popolo cristiano si purifica e si giova al fine di conseguire la santità della vita.

Quanto cospicui siano siffatti tesori spirituali può dirlo colui che ne è partecipe o sa valutarli appieno; e invero, forse mai appaiono in tanta evidenza il valore di tali grazie e i benefìci della vita e dell’umanesimo cristiano, come quando constatiamo quanto sia misera e infelice la sorte di coloro che di quei beni sono privi, e nello stesso tempo comprendiamo quale faticosa e ammirevole impresa sia educarli e purificarli alla luce della dottrina evangelica.

E appunto la cosiddetta Esposizione Missionaria rese evidenti in ogni modo entrambi quegli aspetti e li pose davanti agli occhi di coloro che, pellegrini da ogni dove, confluirono nell’Urbe al fine di conseguire il perdono e l’indulgenza del massimo Giubileo. Quale fosse il pregio di tale esposizione, promossa non solo allo scopo di diffondere più ampiamente, per la salute delle anime, il Vangelo e il Regno del Nostro Signore Gesù Cristo — fatto, questo, più importante e più degno — ma anche per un motivo utilitario, in quanto introduceva ad una cultura civile e a una più progredita conoscenza, come fu riconosciuto da tutti coloro, di ogni parte del mondo, che avevano visitato una mostra così ampia e, colmi di ammirazione, l’hanno dichiarato. Ci sembra dunque di aver pienamente conseguito quegli abbondanti frutti che Ci eravamo ripromessi nell’affrontare quella parte del progetto; Ci sembra di aver ispirato una grande ammirazione in tutti coloro che, come in una sorta di grande teatro, hanno potuto vedere quali e quante attività sono soliti svolgere sia i missionari di entrambi i sessi, sia i loro cooperatori indigeni; uomini fortemente inclini a promuovere un’impresa così vasta, così santa, così fruttuosa; uomini negli animi eccelsi dei quali si avviva l’impulso ad intraprendere con vigore e generosità un consimile apostolato; si sono dimostrate concretamente e si sono realizzate l’unità e l’universalità della Chiesa, e inoltre la feconda e costante azione per congiungere gli infedeli a Cristo.

Al cospetto di queste sacre Missioni, confessiamo tuttavia che, come è facile comprendere i successi raggiunti e i copiosi frutti di salvezza conseguiti dagli operai apostolici, è altrettanto evidente quanto ancora rimanga da fare in questa nobilissima impresa. Invero, Ci inducono a lieta speranza sia la grazia di Dio, che ama le anime al punto di redimerle col suo sangue, sia la tenace volontà dei cattolici; infatti vediamo moltiplicarsi e crescere ogni giorno di più tante magnifiche istituzioni volte santamente e provvidenzialmente a soccorrere le sacre Missioni e a fondare numerosi sodalizi e pie associazioni che, sollecitate tra il clero e nel popolo, corrispondono egregiamente ai Nostri consigli e ai Nostri pensieri, così che Noi, nell’esercizio del magistero pontificale, ne siamo per primi consolati.

Si consideri inoltre la non meno opportuna commemorazione secolare del Sinodo di Nicea che il 30 marzo di quest’anno avevamo annunciato, Venerabili Fratelli, nella vostra illustre assemblea: tale solenne commemorazione, ispirata e assistita dal nostro Salvatore, e voluta, in accordo con Noi, dai figli giunti dalle regioni d’Oriente e d’Occidente in questo centro della cattolicità, corrispose degnamente al celeberrimo evento che il grande Atanasio, eroe, per così dire, del Concilio di Nicea, definì colonna e monumento della fede vittoriosa sull’eresia [1]. E invero, che cosa poteva essere per Noi più desiderabile che assistere con rito pontificale, in stretta unione con i Venerabili Fratelli e figli d’Oriente, a quelle sacre solennità che, seguendo la divina liturgia di Giovanni Crisostomo, presso il sepolcro di questo grande Padre e Dottore, in San Pietro, affollato e stipato da molte migliaia di cittadini romani e di pellegrini, sono state officiate per la prima volta con grande devozione e magnificenza? Tuttavia il Nostro gaudio non andò disgiunto da una certa afflizione, per l’improvvisa morte che a Noi e alla Chiesa ha sottratto il Venerabile Fratello Demetrio Cadi, Patriarca Antiocheno dei Greci Melchiti, che avevamo invitato fra i primi alla piissima celebrazione; ma Ci ha un poco confortato il pensiero che egli sia stato chiamato da Dio nei cieli per ricevere il premio delle sue virtù e delle sue nobili azioni o anche « per non vedere i mali della sua gente ». Lo splendido spettacolo, quanto mai idoneo a sospingere gli animi alla unità cattolica e romana che egli amava e favoriva mirabilmente, spronava anche Noi ad impetrare con grande ardore l’eterna beatitudine per l’amatissimo Prelato e anche a ripetere con tutto il cuore quella invocazione di Cristo Principe dei Pastori: «Vi sia un solo ovile e un solo Pastore ».

Abbiamo detto che la ricorrenza secolare del Sinodo di Nicea, opportuna e auspicata, ha coinciso con l’Anno Santo. Pertanto l’anno di espiazione, avendo predisposto gli animi dei cattolici a una siffatta celebrazione, fece sì che, congiunti dalla solenne funzione di rito greco, da una sola fede e da un solo impeto di carità, così numerosi fossero presenti sia i residenti, sia forestieri di varie e remotissime nazionalità, quanti la Basilica di San Pietro, pur così vasta, raramente accolse. Questa festa, nel riportare alla memoria di tutti la consustanzialità del Verbo incarnato e la divina natura di Cristo proposta al credente quasi come un trionfo riportato sull’eresia, conduce i pensieri di tutti alla pietra angolare su cui poggia tutto ciò che trascende la natura, nonché alla sorgente stessa e alla causa prima di tutte le grazie e di tutti i meriti di ogni riconciliazione e santità, di ogni apostolato e della sua mirabile fecondità; dall’apostolato di Pietro e di coloro che per primi ricevettero da lui l’incarico, ai missionari che Noi stessi, ultimo successore sul soglio di Pietro, abbiamo inviato accompagnandoli con le Nostre ardenti preghiere affinché, attraverso il Vangelo, fosse recata la salvezza alle più lontane genti.

Sembra che lo spirito di Dio, quasi alitando nel mondo cattolico abbia raggiunto con il suo afflato i fedeli sparsi ovunque e perciò avvenne che essi udissero la parola del divino Pastore e Redentore delle loro anime, e la riconoscessero nel suo umile servo e Vicario, dal quale, indetto l’anno della conciliazione e della grazia, erano invitati alle fonti romane, alla Chiesa madre di tutte le Chiese, al comune Padre, perché godessero dei tesori di divina clemenza dischiusi in quel tempo. Altrimenti non sarebbe facile spiegare tutto ciò che Ci fu dato vedere durante l’Anno Santo, certamente degnissimo di questo nome, poiché Ci sentimmo rapiti da costante ammirazione e da ininterrotto conforto.

Infatti, singolarmente o in comitive, per terra e per mare, gli uni con qualsiasi mezzo di trasporto, altri, come gli antichi romei, camminando a piedi per settimane o per mesi, confluirono pellegrini da ogni dove, per quanto è vasto l’orbe terracqueo, dall’ultima Thule al Capo di Buona Speranza, dalla Scandinavia all’Australia, dal Canada al Cile. Essi vennero a centinaia di migliaia da tutte le genti, lingue e nazioni, dalle somme alle infime classi sociali: Vescovi e sacerdoti, dignitari e popolani, avvocati e uomini di governo, soldati e marinai, scrittori e artisti, maestri ed educatori di adolescenti, datori di lavoro e operai, costruttori e agricoltori, vecchi venerandi e baldi giovani; giovani carissimi che, giungendo a schiere da varie e diverse regioni in questa Alma Città e percorrendola a schiere, recavano con sé un magnifico senso di festa e di forza, l’ardore di studenti e di lavoratori, di fede e di carità, e perciò attiravano gli sguardi di tutti. Di esempio gli uni agli altri, pii cortei di pellegrini si incontravano nelle stesse vie della città, confluivano nelle stesse Basiliche, si raccoglievano attorno agli stessi altari; assorti in gravi e religiose meditazioni, animati da spirito di penitenza, di espiazione e singolare devozione, non chiedevano le ricchezze terrene, che rendono gli uomini nemici tra loro, ma i beni spirituali che li affratellano; pregavano insieme, ciascuno per tutti e tutti per ciascuno, e coloro che prima erano reciprocamente ostili, ora invece, congiunti di nuovo da un vincolo fraterno, si ritrovavano concordi nell’implorare il Padre comune che è nei cieli. Essi poi rendevano visita a Noi in questa Nostra casa che appartiene anche a loro e a tutti i figli, per quanti ne abbiamo nella universale famiglia cattolica; qui convenivano a centinaia, a migliaia come figli nella casa paterna che essi riempivano ogni giorno, in rinnovata e continua schiera, recando a Noi una incredibile e sempre nuova gioia. Essi coprivano di baci e assai spesso aspergevano di lacrime la paterna mano destra che Noi porgevamo ai presenti. Inoltre Ci accadde di pregare per essi e con essi mentre partecipavano ai sacri misteri, ed ammonivano se stessi con salmi, inni e cantici spirituali, cantando a Dio nei loro cuori riconoscenti [2]; Ci compiacemmo della loro devozione, quando pendevano dalle Nostre labbra e ricevevano in ginocchio la Nostra benedizione come se fosse impartita da Cristo stesso.

Ecco quanto nobile gaudio e quali consolazioni Dio misericordioso Ci ha riservato in questo sacro periodo: consolazioni tanto più preziose quanto più sicuri e più degni sono i frutti della vita cristiana con i quali esse si congiungono. In molti pellegrini rivisse infatti la fede operosa nei valori spirituali, sia interiori, sia della misericordia e della grazia, i soli che possono arricchire l’anima e renderla partecipe della eterna salute. Rivisse la fede nel potere della Chiesa e del suo venerando Capo sulle fonti della grazia e del perdono; rivisse la fede nella unità, universalità e santità della stessa Chiesa. Tali insigni connotazioni, al cospetto del mondo intero, ogni giorno si segnalarono come una improvvisa folgore da questo luogo ove Pietro, che sopravvive nel suo successore, dimostra la sua origine apostolica. E non solo la fede ma anche, sollecitata, si manifestò quella carità fraterna che Cristo volle e testimoniò come proprio e peculiare contrassegno dei suoi discepoli, e insieme si manifestò quella devozione verso la Chiesa romana e il Padre comune di tutti i fedeli, suggello e vincolo di unità. Perciò da eventi così propizi nasce una particolare, fondata speranza che in futuro non solo si accrescano la gloria di Dio e la salute delle anime ma — sia lecito aggiungere — che intervengano anche numerosi contributi alla vera pace nei popoli e tra i popoli; pace che, tra l’altro, fu Nostro proposito che fosse invocata durante l’Anno Santo da tutti i cattolici con le loro preghiere rivolte al Signore.

Abbiamo introdotto questo argomento perché riteniamo a tutti noto che non si può restituire più facilmente ed equamente la pace ai popoli, se non quando essi sono riconciliati con Dio; per cui solitamente facciamo Nostre quel le parole divine: «Mi mandò a predicare… un anno di grazia del Signore [3]; perché annunciassi l’anno della riconciliazione del Signore » [4]. E non è meno noto che le cose e gli eventi sono governati da Dio con mirabile armonia.

Come l’Anno Santo avvinse i popoli nell’amore di Cristo e della Chiesa e da essi fece scaturire le preghiere per conseguire la pace di Cristo nel Regno di Cristo, così, siglati i patti convenuti, si è intrapresa impegnativamente la via della pacificazione per la quale è necessario che proceda il Vicario di Gesù Cristo come Padre comune di tutti che tutti esortò alla pace, e in nessuna occasione desistette dall’esortarli.

È motivo di gioia rievocare tutte queste riflessioni, vere e confermate dai fatti; non quelle però che furono pubblicamente propalate da molti senza alcun fondamento di verità e di giustizia circa la condizione di questa Apostolica Sede. Tutto si è svolto, in questo anno, in modo fausto e felice; per ciò che riguarda i vantaggi della vita civile, essi rimasero intatti nel loro ordine quasi senza alcuna eccezione — malgrado parecchie difficoltà gravassero sulla nazione — così che i pellegrini e gli stranieri sentirono il dovere di tributare una meritata lode ai funzionari e ai pubblici uffici.

Inoltre, questo ordine nella vita civile non venne meno anche quando fu tentato quel nefando delitto di cui lo stesso ricordo ancor oggi Ci turba; sennonché, superata per grazia di Dio la congiuntura, convertimmo il dolore in letizia e rendemmo le dovute grazie a Dio poiché in entrambi i casi dolore e letizia tanto più si addicevano a Noi quanto più Noi, posti in più alto luogo, siamo indotti dalla coscienza del dovere apostolico a « riprovare il male e a scegliere il bene » [5].

Senza dubbio, coloro ai quali competevano le maggiori responsabilità mostrarono di capire quanto fossero impegnativi i loro doveri verso l’intera umanità, la quale da ogni parte della terra ha mandato pellegrini in Italia e soprattutto nell’Urbe. Essi confermarono autorevolmente quanto avessero acutamente considerato e giustamente valutato tutto ciò che il decoro e l’utilità della nazione e dell’Urbe richiedevano. A costoro dunque, per la loro opera egregia condotta a felice e fausto esito durante l’Anno Santo, siamo lieti di esprimere i sensi di gratitudine in questa vostra illustrissima assemblea, anche per quegli atti che giustamente si compiono o sono stati compiuti per il bene della religione e della Chiesa. Non sottaciamo tali fatti, per quanto non siano né possano essere sufficienti a compensare tutte le offese e a risarcire i danni in precedenza recati alla stessa Chiesa e alla religione; non vi è alcuno, salvo non sia cieco, che non veda con tutta evidenza quale turbamento di menti e di animi e quale iattura per i sommi beni del mondo cattolico tali offese abbiano prodotto.

Aggiungiamo inoltre che mai altre volte tanta folla di fedeli, qui giunta da tutte le regioni del mondo, ha potuto constatare coi propri occhi e di fatto apprendere che la condizione del supremo Moderatore della Chiesa cattolica è di gran lunga diversa da quella che, per legge e per necessità, sarebbe dovuta alla sua universale autorità, espressione di una società che per sua natura è universale e perfetta nel suo genere, quale è appunto la Chiesa istituita da Dio.

Noi stessi abbiamo udito confermare da molti testimoni, presenti o lontani, ciò che diciamo e dicemmo non solo privatamente ma anche con lettere e documenti pubblici. Infatti, se gli stranieri e i pellegrini possono e debbono testimoniare che hanno avuto piena facoltà di percorrere in lungo e in largo, sicuri e liberi, l’Urbe, capitale del cattolicesimo, e di visitare le sacre Basiliche, tuttavia non poté loro sfuggire che tale libertà non era consentita al loro Padre e Pastore, Vicario di Gesù Cristo, e che ad essi non fu concessa facoltà di incontrarlo e di vederlo se non dopo aver varcato la soglia che Egli, per rispetto del suo magistero, non può varcare finché perdurerà l’attuale situazione.

Voi dunque vedete, Venerabili Fratelli, quanto fosse giusto quanto dicemmo all’inizio, cioè che la gioia dell’Anno Santo era intrisa di acerbe afflizioni. E, invero, la causa delle amarezze cui testé accennammo non fu certo una sola. Pur rispettando quanto merita tutto ciò che si pensa o si fa al fine di placare o almeno attenuare le lotte tra le classi sociali, in modo che tutti i cittadini dedichino le loro forze e la loro opera al bene comune, tuttavia dispiace che, mentre in questi giorni si promulgano nuove leggi nella cosiddetta materia economica e sociale, si è stabilito di non poter tenere in considerazione la dottrina e l’azione cattolica, le cui funzioni consistono nel divulgare e diffondere la stessa dottrina e nel tradurla in pratica proprio in quel campo in cui entrambe, la dottrina e l’azione, sono soprattutto necessarie e salutari.

Vi sono senza dubbio certi diritti di libertà che la Chiesa, in ragione del suo ministero, non può che proteggere e rivendicare. Infatti, per la sua stessa dottrina e per la sua costituzione, è del tutto aliena sia da quella licenza e da quel sovvertimento sociale in cui gli errori del socialismo e del liberalismo, condannati dalla Chiesa, inesorabilmente trascinano il consorzio umano, sia da ogni altra tendenza politica che veda nella comunità e nello Stato il fine ultimo e autosufficiente; ne deriva perciò rapidamente, anche per una sorta di necessità, che la società è trascinata al punto di vanificare e distruggere i diritti individuali con un risultato, assai facile da comprendere, non meno funesto e disastroso.

Ora, se da questo osservatorio esamineremo più a lungo tutte le contrade dell’orbe terrestre, constateremo che il bene è commisto a molti mali, nell’alterna vicenda, per così dire, delle cose e degli eventi che in questo solenne consesso Noi non possiamo passare sotto silenzio.

In primo luogo la Repubblica Cilena, con la quale in passato intercorrevano e ancor oggi intercorrono ottimi rapporti da parte della Santa Sede; essa ha deciso, come sembra, di instaurare un regime di « separazione ». Un tale regime non corrisponde affatto né alla dottrina della Chiesa né alla natura degli uomini e del civile consorzio affermate alla luce della fede cattolica; tuttavia tale provvedimento è applicato in modo così amichevole da sembrare non già una frattura ma piuttosto una convivenza amichevole nella quale la Chiesa cattolica potrà (come speriamo) profondere la sua virtù e la sua opera in ogni circostanza per la felicità di quel popolo a Noi caro. Tale, popolo, malgrado sia lontanissimo, ha inviato due comitive di pellegrini a Roma e perciò rivendica a sé un posto ragguardevole tra i popoli che convennero nell’Urbe per il Sacro Giubileo, confermando mirabilmente la sua fede e la sua insigne devozione alla Chiesa, madre di tutte le Chiese, e a questa Sede Apostolica.

Ma nella Repubblica Messicana la situazione del cattolicesimo è molto più grave e luttuosa. Malgrado non siano venuti meno in Noi l’affetto e la sollecitudine paterna, congiunti a pazienza e moderazione, e nei Vescovi e in tutto il Clero l’ardente cura delle anime — e perciò rendiamo volentieri grazie ad essi in questa particolare circostanza di luogo e di tempo — né vennero meno nel popolo a Noi carissimo la fede interiore e la religione in modo superiore ad ogni elogio, non possiamo tuttavia nutrire nell’animo la speranza di tempi migliori se non nel soccorso più immediato di Dio misericordioso, che ogni giorno imploriamo e supplichiamo, e anche in una concorde disciplina delle attività atte a promuovere l’azione cattolica nello stesso popolo.

Veramente, in molte repubbliche non si sono ancora diradate le nubi, come in Argentina, come in Boemia o Cecoslovacchia, come nel regno Jugoslavo: e che altro abbiamo fatto in quelle nazioni, se non proclamare la gloria di Dio, i sacri diritti della Chiesa cattolica, che poi sono i diritti di Dio stesso e delle anime? Non diversamente agiremo in futuro, in attesa che si abbia la debita considerazione di quei diritti, con pacata speranza e immutata benevolenza verso tutti, come si addice al Padre dei fedeli di Cristo.

Ecco poi che nella vicina Francia, come a risarcimento di tanti mali, alcuni eventi, non meno giocondi che importanti, furono celebrati o commemorati solennemente, e di essi alcuni si riferivano all’azione cattolica, altri agli istituti di superiori discipline. Non solo abbiamo approvato con grande gaudio queste celebrazioni ma abbiamo voluto parteciparvi scrivendo una lettera ed inviandovi un Cardinale Legato, ammirando l’ispirazione provvidenziale di Dio che opportunamente ha voluto far coincidere tali eventi col tempo del Sacro Giubileo. Diresti che attraverso tali eventi Dio stesso ha parlato e ai Venerabili Fratelli e ai pugnaci sacerdoti e ai fedeli affidati alle loro cure, appena trascorsi cinquant’anni da quando fu introdotta in Francia l’empia scuola pubblica; diresti che Dio ha voluto denunciare la devastazione prodotta nel campo della educazione dei giovani dalle leggi così dette laiche e ha indicato la necessità che, unite le forze con più impegno e costanza, quella schiera di uomini che si chiama «Azione Cattolica », accresciuta ogni giorno di nuovi militanti e istruita da coltissimi dirigenti, si alzi a combattere strenuamente per gli altari e per i focolari, e infine per la stessa patria.

Sono occorsi anche eventi per cui, tutto considerato, è giusto rallegrarsi e tra questi annoveriamo i patti che per dono di Dio e per l’impegno congiunto di molti uomini, abbiamo sottoscritto con la Baviera e la Polonia; e se tali patti saranno rispettati lealmente e sinceramente, non vi è dubbio che porteranno copiosi frutti soprattutto in quelle circostanze di estrema importanza che conducono al progresso della religione e delle società.

Mentre l’Anno Santo, come dicemmo, volge al suo termine, per il fatto che Noi stessi o per mano dei Nostri Legati chiuderemo nell’Urbe le sacre porte delle Basiliche, non per questo i benefìci del Giubileo cesseranno di effondersi sui singoli fedeli e su tutti i popoli. Dopo aver chiamato le genti a questo centro della Chiesa; dopo tanta mirabile condiscendenza popolare ai Nostri inviti, quei tesori divini che la Chiesa attinge dalla infinita abbondanza di meriti del proprio Fondatore e che sono accumulati dalla « Comunione dei Santi », da qui rifluiranno e porteranno la salute a tutte le parti, anche le più periferiche, del corpo mistico di Gesù Cristo. E con una nuova liberalità, fonte di nuove grazie — così riteniamo — vogliamo prorogare di un anno questo Giubileo, per rispondere più efficacemente ai bisogni dei tempi e compensare in qualche modo la devozione dei popoli che generosamente hanno corrisposto ai Nostri desideri. Inoltre, Ci rallegriamo vivamente che di una siffatta « effusione dello spirito di grazia e di preghiera », Venerabili Fratelli, si presenti e si offra come araldo il serafico Francesco d’Assisi. Infatti, concluso l’Anno Santo, si annuncia dai cieli la celebrazione del settimo centenario dalla nascita di questo soavissimo uomo e suscita meraviglia la strenua gara intrapresa ovunque tra i devoti nel predisporre tale celebrazione. E non vi può essere più degna e più ambita celebrazione che quella di rinnovare in tutto il mondo l’amore della penitenza, della pace e della santità che nessuno ignora essere i più essenziali frutti dello spirito francescano e dell’Anno Santo. Dunque, l’una celebrazione gioverà all’altra, e da esse deriveranno molti benefìci, sia per gli uomini singoli che per tutti i popoli.

Profondamente commossi dai tanti e tanto amabili doni della generosità divina, Ci siamo chiesti spesso in che modo avremmo potuto manifestare a Dio la gratitudine del Nostro animo, interprete di tutti i fedeli cristiani, e con il santo Salmista chiedevamo: « Come potrò ricompensare Dio di tutti i beni che mi ha elargito ? »[6]. La risposta, per così dire, Ci venne dal grande e quasi incredibile numero di preghiere che da ogni dove, da quasi ogni ceto sociale (e in primo luogo dal vostro sacro Collegio, Venerabili Fratelli) Ci sono state rivolte affinché in onore di Gesù Cristo Re fosse istituito un particolare giorno festivo. Ci parve dunque maturo il tempo di assecondare i santi e insistenti voti degli uomini pii e inoltre nel coro di quelle preghiere Ci parve giungesse al Nostro orecchio la voce stessa della Madre Chiesa, mistica Sposa del divino Re.

Riteniamo poi che vi sarà molto gradito, Venerabili Fratelli, se recheremo a voi per primi e in pubblico la primizia di questo annuncio: che cioè è pronta e sarà pubblicata entro pochi giorni l’Enciclica che promulga la nuova festa e ne illustra l’efficacia, il significato, i motivi; che è pronto il testo della Messa e del Sacro Ufficio per quella festività; che è pronto lo stesso decreto che fu redatto con cura e sapienza dai Padri della Sacra Congregazione dei Riti malgrado fossero gravati da un anno di pesante lavoro.

Dunque, quel motivo per Noi di nuova e soavissima gioia — dovuta alla bontà e alla infinita clemenza del divino Re — è giunto, quasi come culmine degli altri gaudi dell’Anno Santo: Noi per primi celebreremo una Messa in onore di Cristo Re; compiremo tale rito solenne presso il sepolcro del Principe degli Apostoli nell’ultimo giorno dell’anno in corso e quello sarà il giorno della « Benedizione » dedicato anch’esso alla resa di grazie a Dio per gli innumerevoli e grandi benefici recati a Noi e alla Chiesa universale nell’anno in corso. Anche questa, sarà nuova testimonianza della benevolenza del Re divino verso di Noi, poiché Egli vorrà accogliere dalla Nostra fragilità e umiltà la corona liturgica che a Lui recheremo. A Lui recheremo nello stesso giorno anche un’altra corona che certamente gli riuscirà graditissima, ossia l’immensa corona di cuori destinata a promuovere la consacrazione del genere umano al Suo Sacro Cuore.

Avendo accolto tutti questi atti di devozione, il divino e amabilissimo Nostro Re con una grande benedizione assolva e concluda questo anno, che deve prendere nome dalla sua bontà: « Corona l’anno con i tuoi benefìci » [7].

Infine, affinché si chiudano le Sante Porte delle Basiliche come esigono le cerimonie dell’Anno Santo e secondo il rito tradizionale, Noi pure, con l’aiuto di Dio, compiremo tale atto presso la Basilica di San Pietro la vigilia del Natale del Signore. Presso le altre Basiliche, affinché nello stesso giorno si svolga la medesima sacra cerimonia, eleggiamo e incarichiamo come Nostri Legati « a latere » i Venerabili Nostri Fratelli il Cardinale Gaetano De Lai, Vescovo di Sabina, Sub-Decano del Sacro Collegio, il quale chiuderà la Porta Santa della Basilica di San Paolo Apostolo in Nostro nome; inoltre il Cardinale Basilio Pompilj, Vescovo di Velletri, Arciprete della Basilica Lateranense, il quale in nome Nostro chiuderà la Porta Santa della stessa Basilica; infine il Cardinale Vincenzo Vannutelli, Vescovo di Ostia e Palestrina, Decano del Sacro Collegio e Arciprete della Basilica Liberiana, il quale chiuderà nel Nostro nome la Porta Santa della stessa Basilica.

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen 

 


[1] Ep. ad Afros Episcopos, P.G., XXIV, 1047; Ep. ad Epictetum, l.c. 1051.

[2] Coloss., III, 16.

[3] Luc., IV, 19.

[4] Is., LXI, 2.

[5] Isai., VII, 15.

[6] Ps. 115, 3. 164

[7] Ps. 64, 12.

© Copyright - Libreria Editrice Vaticana



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