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ALLOCUZIONE DI SUA SANTITÀ PIO XI 
IN OCCASIONE DELL'INAUGURAZIONE
DELL'ESPOSIZIONE MONDIALE
DELLA STAMPA CATTOLICA


«SIAMO ANCORA» 

12 maggio 1936

 

Siamo ancora sotto le gioconde incancellabili impressioni in Noi lasciate dai testé celebrati convegni della Bonne Presse e de La Croix; salutiamo ormai non lontana la celebrazione anche più domesticamente intima del 75° anno del Nostro caro e fedele Osservatore Romano; ed ecco che il buon Dio, sempre largo e perfetto nei suoi doni, Ci convita e riunisce a quest’altro grande convegno della Stampa Cattolica mondiale: cattolica dunque non soltanto nel senso teologico, ma anche nel senso geografico della parola.

Il Nostro cordiale, lietissimo benvenuto a voi, diletti figli — a voi, Signori Cardinali, a voi venerabili Fratelli nell’Episcopato, a voi egregi signori del Corpo Diplomatico, già anche coll’opera vostra benemeriti di questa Esposizione — ed a ciascuno di voi, che con la vostra presenza siete venuti a rendere più bello e solenne questo convegno, già così bello ed importante per la sua parte essenziale. E la parte essenziale siete voi, dilettissimi figli, i giornalisti cattolici di quarantacinque nazioni d’Europa e d’America, di cinquantatre regioni dell’Asia, dell’Africa e dell’Oceania, venuti da tutte le parti a spiegare i vostri vessilli e a presentare le vostre armi — vessilli ed armi di verità — qui dove, per divina disposizione, è sempre vivo e parlante il magistero della verità.

Vi sono, sapevancelo e Ci venne anche testé ricordato, vi sono dolorose assenze, che a loro modo Ci fanno più sentitamente presenti due grandi Paesi e due grandi popoli: l’uno, diciamo la vastissima e tribolatissima Russia, perché un vero furore di odio contro Dio vi ha distrutto e viene ancora distruggendo tutto ciò che appartiene a religione e segnatamente a religione cattolica: tutto, tranne la invitta fedeltà ed il vero, mirabile eroismo che danno, si può ben dire ogni giorno, nuovi gloriosissimi capitoli al martirologio. L’altro, diciamo, la Germania a Noi particolarmente nota e cara, perché, contro ogni giustizia e verità, per artificiose volute identificazioni e confusioni fra religione e politica, non si vuole che vi esista una stampa cattolica. Nell’un luogo e nell’altro si fa alla stampa cattolica l’onore di temerne la forza e l’efficacia: nell’un luogo e nell’altro ha luogo quello che fu ben detto l’ultimo onore reso alla verità, la negazione e l’opposizione. All’uno e all’altro grande paese e grande popolo, a tutti e singoli i cari figli che vi abbiamo, vada da questo luogo, in quest’ora, il Nostro dolorante saluto e l’onorevole ricordo.

Se abbiamo sentito il dovere, il bisogno di rivolgere un pensiero ed una parola a tali grandi e cari — aggiungiamo pure forzati — assenti, sentiamo ancora più e dovere e bisogno paterno di rivolgere a voi quella parola, che voi, e colla vostra presenza, e colla vostra visibile attesa e per mezzo del vostro fedele ed eloquente interprete,

Ci chiedete. Ve la diremo così come voi Ce la suggerite, dilettissimi figli. Vero è che tanto più necessaria ed insieme più difficile è la scelta, quanto più profonda e ricca è la suggestione che Ci viene dalla vostra presenza e da ciò che voi Ci portate: tutta una sterminata e svariatissima ricchezza di pensiero e di tecnica, di lavoro e di produzione, che la Nostra anzi vostra Esposizione Ci presenta come (ben detto) fissata in una limpida istantanea: questa limpida istantanea che da ogni parte circonda la famosa pigna, ormai dantesca [1], certo attonita di vedere tante e tante nuove cose, dopo ed a tanto intervallo di tempo da quelle vedute dalla cima del mausoleo di Adriano e dalle adiacenze della Basilica di San Pietro.

Già vi abbiamo detto la parola del paterno benvenuto, benvenuto generale ed individuale; vogliamo, dobbiamo aggiungere subito la parola delle paterne felicitazioni. Felicitazioni per la vastità e la mole dell’opera vostra qui rappresentata; vastità e mole così grande da riempire il mondo intero. Felicitazioni per la qualità del vostro lavoro: lavoro di fede e di scienza, di religione e di cultura; lavoro di esposizione e di difesa; di preservazione e di propagazione. Felicitazioni per il posto che il vostro lavoro vi assegna in questo regno, in questa casa e famiglia di Dio che è la santa Chiesa: il posto delle primarie benemerenze.

Ed ecco dalla parola di felicitazioni rampollare spontanea la parola della riconoscenza. Noi che conosciamo a tante prove — fino a quella della vostra presenza in questa esposizione ed in quest’aula — la vostra fede, Noi sappiamo di certo che questa parola di riconoscenza scenderà nell’intimo più profondo dell’anima vostra e del vostro cuore, come la più larga e la più dolce delle ricompense. Questa parola è bensì anche Nostra, la parola del Padre che voi tanto amate ed al Quale col vostro intelligente e santo lavoro, colla vostra presenza in questo luogo, in quest’ora, procurate e moltiplicate una gioia che Lo esalta e Lo fa riservarvi le più elette benedizioni; ma essa è pure la parola della santa Chiesa, la più amante e la più benefica delle madri, la più sapiente delle maestre, sola fra tutte infallibile; il capo d’opera della mano e del cuore di Dio Creatore e Redentore; la sicura interprete del Suo pensiero; la fedele ed insurrogabile esecutrice dell’opera Sua per la salvezza del mondo.

Noi siamo indicibilmente lieti di recarvi insieme con la Nostra paterna riconoscenza l’espressione autentica ed autorizzata di una tale Madre e Maestra, di portarvi, come facciamo, all’ordine del giorno dell’Orbe cattolico.

Potremmo forse aver finito, se il vostro interprete non Ci avesse detto che la parola paterna voi la desiderate e aspettate non soltanto a conforto — ben largamente meritato — delle anime vostre e del lavoro al quale generosamente tornerete fra poco, ma anche per « lanciarla nei vortici delle vostre rotative », e affidarla, dobbiamo Noi aggiungere, ai tanti mezzi attuali di rapida e illimitata diffusione, a cominciare dal lampo delle vostre penne, come il calamo dello scriba biblico veloci [2]. È dirci che voi Ci porgete un’occasione, come poche, pochissime, propizia, per far pervenire a moltissimi e molto lontano una parola, un pensiero paterno, sempre gradito quanto desiderato, a buoni figli. E anche da Noi stessi, considerando davanti a Dio e ricordandoci che, come ammonisce l’Apostolo [3], « siamo debitori a tutti », Ci sembra non rimarremmo senza un qualche rimorso, non profittando di così buona occasione.

Sceglieremo alcune somme cose delle quali Ci sembra più necessario il richiamo nei pericoli e nelle minacce del momento attuale: a voi affidiamo i cenni che ve ne faremo perché voi non cessiate di tornarvi sopra per farli sempre più largamente intendere e secondare…

Il primo e più grande e più generale pericolo è certamente il comunismo in tutte le sue forme e gradazioni. Tutto esso minaccia e apertamente impugna o copertamente insidia: la dignità individuale, la santità della famiglia, l’ordine e la sicurezza del civile consorzio e sopra tutto la religione fino all’aperta e organizzata negazione e impugnazione di Dio, e più segnatamente la religione cattolica e la cattolica Chiesa. Tutta una copiosissima e purtroppo diffusissima letteratura mette in piena e certissima luce un tale programma: ne fanno fede i saggi già in diversi paesi (Russia, Messico, Spagna, Uruguay, Brasile) praticati od attentati.

Pericolo grande, totale e pericolo universale; universalità che, continuamente e senza veli proclamata ed invocata, è procurata poi e promossa da una propaganda per la quale nulla si risparmia; più pericolosa quando, come ultimamente viene facendo, assume atteggiamenti meno violenti e in apparenza meno empi al fine di penetrare in ambienti meno accessibili e ottenere — come purtroppo ottiene — connivenze incredibili, od almeno silenzi e tolleranze di inestimabile vantaggio per la causa del male, di funestissime conseguenze per la causa del bene.

Voi direte, dilettissimi figli, che avete veduto il Padre Comune di tutti i redenti, il Vicario di Cristo, profondamente preoccupato e addolorato di questo massimo pericolo, che minaccia tutto il mondo e che già in parecchie parti reca danni gravissimi, e più specialmente nel mondo europeo. 

Direte, dilettissimi figli, che il Padre Comune non cessa di segnalare il pericolo che molti, troppi, sembrano ignorare o non riconoscerne la gravità e la imminenza. Direte anche, come Noi a voi diciamo, che è lavorare ed appianare le vie e facilitare i trionfi del segnalato pericolo tutto quello che si lascia desiderare e mancare a tutela della pubblica moralità e a difesa e rimedio contro quel neopaganesimo al quale la immoralità così facilmente e quasi inevitabilmente si allea, sia pure sotto la vernice di raffinata civiltà materiale.

E direte pure, dilettissimi figli, e non vi stancherete di ripetere che il Vicario di Cristo non soltanto come Padre Comune di tutti i credenti, ma anche e più come figlio del suo tempo, non soltanto per il bene della Chiesa di cui è Capo, ma anche per il bene generale, crede e dice alto essere insurrogabile sussidio la Chiesa cattolica come l’unica conservatrice del vero e genuino Cristianesimo. Che rimane infatti fuori della Chiesa cattolica, dopo le vere devastazioni del così detto libero pensiero, del liberalesimo e delle diverse pretese Riforme, che rimane della dottrina di Gesù Cristo data dai Vangeli e dalla legittima Tradizione? Che cosa rimane dei Sacramenti da Gesù Cristo istituiti? Che cosa rimane della stessa Sua Persona? E nella Chiesa cattolica non possiamo, nell’ora attuale, non additare come sussidio particolarmente provvidenziale l’Azione cattolica, stata già l’efficace collaboratrice del primo Apostolato gerarchico nella evangelizzazione del mondo giacente nel paganesimo antico.

Abbiamo espressamente detto che intendiamo parlare non soltanto come Capo della Chiesa cattolica, ma anche e più come figlio del tempo nostro, e volevamo dire come personalmente testimoni e partecipi degli eventi che minacciano ai nostri contemporanei ed alle istituzioni nelle quali si svolge la loro vita e individuale e domestica e collettiva.

Parliamo così perché da un certo punto di vista — il punto di vista degli eventi ultimi e definitivi — più penosamente Ci preoccupiamo delle istituzioni sociali e statali puramente umane e terrene, che della stessa cattolica Chiesa. Non è che non Ci affligga profondamente anche il solo pensiero delle tribolazioni che le forze del male preparano al mistico corpo di Gesù Cristo nella persona dei buoni e fedeli servi di Dio, e più ancora il pensiero del naufragio che tante anime patiranno nell’imperversare dell’errore e del vizio spalleggiati dalla violenza, dall’inganno, ed anche dalle inique leggi, come già per ripetuti saggi vediamo avvenire. Ma la Chiesa è istituzione divina ed ha in suo favore le divine promesse. Le forze avverse possono assumere le proporzioni più minacciose, i loro assalti possono diventare più che mai violenti od insidiosi; ma sta scritto: « non praevalebunt »; è parola divina, e sillaba di Dio non si cancella. Certamente non fanno buona ed assennata politica (anche questo vogliamo dirvi) quelli che, ostacolando la vita e l’azione della Chiesa ed anche solo impedendone il pieno e libero sviluppo, rinunciano con ciò stesso ai validi e preziosi contributi che Essa ed Essa sola può portare alla pubblica sicurezza, alla vera pace, al pubblico bene.

Coi quali contributi la Chiesa cattolica, voi lo direte altamente, non intende punto nulla usurpare di quello che alla politica propriamente detta appartiene in ragione del suo fine, usurpazione contro verità oggi affermata per creare alla Chiesa cattolica ogni sorta di difficoltà ed escludere la sua benefica azione proprio da quei più vasti campi che ne hanno maggior bisogno e più ne profitterebbero: la gioventù, la famiglia, la scuola, la stampa, le masse popolari.

La Chiesa riconosce allo Stato la sua propria sfera d’azione e ne insegna, ne comanda il coscienzioso rispetto; ma non può ammettere che la politica faccia a meno della morale e non può dimenticare il precetto del divin Fondatore che, secondo la forte e profonda espressione del nostro grande Manzoni [4], le comandava di occuparsi in proprio, « di impadronirsi della morale » dovunque essa entra e deve entrare: « docentes eos servare omnia quaecumque mandavi vobis » [5].

Ma bisogna pur finire: e finiremo rilevando dapprima una coincidenza altrettanto felice che importante.

Hanno tenuto qui vicino a Noi e quasi sotto gli occhi Nostri le loro assisi annuali gli zelatori centrali, i grandi zelatori delle Opere Pontificie per la Propagazione della Fede.

Voi non raccomanderete né esalterete mai abbastanza queste Opere che Noi vivissimamente desideriamo veder fiorire e portare degni frutti non solo in ogni diocesi, come già avviene, ma anche in ogni parrocchia, in ogni convitto e casa religiosa, in ogni famiglia. Il contributo che la Propagazione della Fede porta alla Nostra Esposizione sarà certamente una magnifica rivelazione per molti; per tutti un invito, una esortazione, una preghiera. Vogliamo aver detto tutto a tutti dicendo che si tratta della più vera e genuina continuazione del primo Apostolato gerarchico, e dunque della più alta e importante efficienza dell’Azione cattolica.

Finiremo poi impartendo dal cuore pieno di riconoscenza verso Dio e verso gli uomini tutte quelle benedizioni che il vostro interprete Ci chiedeva: tutte e per tutti quelli ch’egli passava in rapida rassegna nella sua memore e pensata enumerazione: Governi e Ministri, Magistrati e Funzionari; persone ufficiali e persone private; Vescovi e sacerdoti, religiosi e laici; lavoratori del pensiero e dell’arte, della tecnica e dell’opera manuale. Una grande benedizione a tutta questa Esposizione che tante preziose cose accoglie ed insegna: le conceda il buon Dio che ne ha così visibilmente benedetto la preparazione e ne ha fatto cadere gli inizii in così insperatamente propizio clima generale e locale, lontano e vicino, fino alla quasi esatta coincidenza colla letizia trionfale di tutto un grande e buon popolo per una pace che vuol essere, e d’essere confida, valido coefficiente e preludio di quella vera pace europea e mondiale, della quale l’Esposizione stessa vuol essere ed è un chiaro simbolo, un saggio reale, uno strumento efficace, una fervida e fiduciosa invocazione che in tante lingue vuol dire a tutti, a Dio e agli uomini, al Cielo ed alla terra: Pace, pace, pace.

All’orrendo grido dei Senza-Dio la Nostra Esposizione risponde con la fiduciosa, affettuosa preghiera, liturgica del tempo: «Mane nobiscum, Domine, quoniam advesperascit », rimanete con noi, Signore: un torbido vespero, che sembra annuncio di più torbida notte, incombe al mondo intero: rimanete con noi, ed anche nelle tenebre ci splenderà e guiderà la vostra luce: rimanete con noi, « mane nobiscum Domine ».

 


[1] Inf., XXXI, 59. 246

[2] Ps. XLIV, 2.

[3] Rom., I, 14.

[4] Osservazioni sulla morale cattolica, cap. III, in principio.

[5] Matth., XXVIII, 20.

 

© Copyright - Libreria Editrice Vaticana



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