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PIO XII

UDIENZA GENERALE*

Mercoledì, 18 marzo 1942

 

La collaborazione nella vita familiare tra gli sposi

Un giogo, diletti sposi novelli, è la vita dell'uomo sulla terra. Alto ciò proclama lo Spirito Santo nelle pagine della Sacra Scrittura, quando afferma che « un grave giogo pesa sopra i figli di Adamo, dal giorno in cui nascono dal seno della madre, fino a che tornano alla terra, madre di tutti : i loro pensieri, le trepidazioni del cuore, le apprensioni di quel che aspettano, e il giorno della fine. Da chi siede sopra un trono di gloria, fino a chi giace per terra e e nella cenere; da colui che veste splendidamente e porta corona, fino a chi è coperto di rozza tela; per tutti è cruccio, angoscia, agitazione, timore della morte, querele e contese. Anche nel tempo di riposo sul letto, il sonno notturno turba la mente dell'uomo» (Eccli. 40,1-5).

Ma questo giogo di miseria, peso angoscioso della colpa di Adamo, il Signor Nostro Gesù Cristo, novello Adamo, lo alleggerisce a noi col giogo della sua grazia e del suo Vangelo, allorché ci dice: «Venite a me voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete sopra di voi il mio giogo, e imparate da me che sono mansueto e umile di cuore, e troverete riposo alle anime vostre. Poiché il mio giogo è soave e leggiero il mio carico» (Matth. II, 28-30). Oh beato giogo di Cristo, che non turba la mente e il cuor nostro, che non ci umilia, ma ci esalta innanzi a Lui, e tranquilla nella pace e nell'amicizia di Dio l'anima nostra! Giogo di grazia è per voi, diletti sposi, anche il gran Sacramento del matrimonio, che in faccia al sacerdote e all'altare di Cristo vi ha uniti in una vita a due con un vincolo indissolubile, perché insieme camminiate quaggiù, e scambievolmente vi aiutiate, collaborando a sostenere il peso della famiglia, dei figli e della loro educazione.

Nella vita di famiglia altri sono i doveri propri dell'uomo, altri i doveri spettanti alla donna, alla madre; ma né la donna può rimanere intieramente estranea al lavoro del marito, né il marito alla sollecitudine della moglie. Quanto viene fatto in famiglia vuoi essere in qualche maniera frutto di collaborazione, opera, in qualche grado, comune dei due sposi.

Che cosa vuoi dire collaborare? Significa forse la semplice somma di due forze, ciascuna operante per conto proprio, come quando a un treno troppo pesante si attaccano due locomotive, che uniscono a trarlo la loro energia? Quello non è un vero collaborare; mentre invece il macchinista e il fuochista sull'una e sull'altra macchina (come il macchinista e l'assistente nel moderno « locomotore» per trazione elettrica) in senso proprio collaborano materialmente e coscientemente per assicurarne il buon andamento. Ciascuno di essi fa il lavoro suo proprio, ma non senza preoccuparsi del suo compagno, anzi regolando la sua azione su quella dell'altro, su ciò di cui questo ha bisogno e che può attendere da lui.

La collaborazione umana vuol essere con la mente, con la volontà e con l'opera. Con la mente, perché in realtà soltanto creature intelligenti possono collaborare fra loro, congiungere la loro libera azione. Chi collabora non solo aggiunge i suoi sforzi per proprio conto, ma li adatta a quelli degli altri, per secondarli e fonderli in un effetto comune. Quindi la collaborazione sarà un subordinare l'opera particolare di ciascuno organicamente a un pensiero comune, verso un fine comune, che tutto a sé ordinerà e commisurerà gerarchicamente, e il cui comune desiderio avvicinerà tutti gl'intelletti in un medesimo interesse, e stringerà gli animi in un'affezione reciproca, movendoli ad accettare la rinunzia alla propria indipendenza per piegarli a ogni necessità che domandi il raggiungimento di quel fine. In un pensiero e in una fede e in un volere comuni sta la radice di qualunque vera collaborazione, la quale sarà tanto più stretta e feconda, quanto più pensiero, fede e amore intensamente agiranno e più vivi dureranno nell'azione.

Da qui voi capite come il collaborare, impegnando la mente, la volontà e l'opera, non sia cosa sempre agevole a compiersi perfettamente. Insieme con questa grande idea della unione e della cooperazione delle forze, con questa intima convinzione del fine da raggiungere, con questa brama ardente di arrivarvi a ogni costo, il collaborare suppone anche la mutua comprensione, la stima sincera e il senso del necessario concorso di quel che gli altri fanno e debbono fare al medesimo fine, una larga e assennata condiscendenza a considerare e ammettere le diversità inevitabili tra collaboratori, non per averle a sdegno, ma per trarne profitto. E perciò occorre ancora quell'abnegazione personale, che sa vincersi e cedere, in cambio di voler fare prevalere in tutto il proprio parere, e di riservarsi sempre i lavori che più piacciono e garbano, non rifiutando tal-volta neppure di scomparire e vedere il frutto della propria fatica perdersi, per così dire, nell'anonimo, nell'incognito indistinto del vantaggio comune.

Eppure, per difficile che apparisca una tale concorde e intima collaborazione, essa è indispensabile al bene da Dio inteso nella famiglia. Son due, l'uomo e la donna, che camminano a paro e si danno la mano e si legano col vincolo di un anello; nodo amoroso, che anche il paganesimo non dubitò di chiamare vinculum iugale (Aeneid. 1. IV v. 16 e 59). Che è mai dunque la donna se non l'aiuto dell'uomo, colei a cui Dio concesse il sacro dono di far nascere l'uomo al mondo? colei, la cui più grande sorella, «umile ed alta più che creatura, termine fisso d'eterno consiglio », doveva darci il Redentore del genere umano, e col primo miracolo di Lui far lieto il « giogale nodo» delle nozze in Cana?

Dio ha stabilito che al fine essenziale e primario del vincolo coniugale, ch'è la generazione dei figli, cooperassero il padre e la madre, con collaborazione liberamente intesa e voluta nel sottomettersi a tutto ciò che potrà imporre di sacrifici un tal magnifico fine, per il quale il Creatore quasi rende partecipi i genitori di quella potenza suprema con cui plasmò dal fango il primo uomo, mentre riserba a sé l'infondervi lo spiraculum vitae, il soffio della vita immortale, facendosi così nell'opera del padre e della madre Sommo Collaboratore, come è causa dell'operare, e opera in tutti coloro che operano (Contra Gent. 1. III c. 66-67). Sua quindi è la vostra gioia, o madri, quando, dimenticando tutte le pene, liete esclamate alla nascita di un bambino: Natus est homo in mundum! E nato al mondo un uomo! (Io. 16, 21). Si è compiuta in voi quella benedizione, che Dio aveva nel paradiso terrestre già data ai nostri progenitori, e dopo il diluvio ripetè al secondo padre del genere umano, Noè: «Crescete e moltiplicatevi, e riempite la terra» (Gen. I, 28 - 8, 17). Ma, oltre che alla nascita del fanciullo nella vita fisica e alla sua salute, voi dovete collaborare alla sua educazione nella vita spirituale; perché in quell'anima tenera le prime impressioni lasciano tracce potenti; e fine principale del matrimonio è non solo procreare i figli, ma anche educarli (can. 1013, § I) e crescerli nel timore di Dio e nella fede, affinché nella collaborazione, che tutta ha da pervadere e animare la vita coniugale, ritroviate e gustiate quella felicità, di cui tanti semi la divina Provvidenza ha preparati e fecondati con la sua grazia nella famiglia cristiana.

Ma nemmeno il pensiero e la cura di un bambino, la cui nascita ha coronato e consacrato l'unione dei due sposi, varrebbero a renderli per tutta la loro vita automaticamente, spontaneamente collaboranti, quando mancasse o venisse meno la volontà e il cordiale studio di collaborare. Dalla volontà sgorga il proposito; al proposito deve precorrere il convincersi della necessità della collaborazione. Intende forse bene questa necessità chi entra nella vita coniugale, pretendendo di portarvi e mantenervi gelosamente la propria libertà, di non sacrificarvi nulla della propria indipendenza personale? Non è questo invece un andare incontro ai peggiori conflitti, un sognare e arrogarsi una situazione impossibile e chimerica nella realtà della vita comune? Conviene dunque comprendere e insieme accettare sinceramente e pienamente, con amore e condiscendenza e non soltanto con rassegnazione, una tale condizione capitale della vita scelta; quindi, abbracciare generosa mente, con coraggio e con gioia, quanto renderà possibile, concorde, cortese questa collaborazione, fosse anche il sacrificio di gusti, di preferenze, di desideri, di abitudini personali, fosse anche la monotonia quotidiana di lavori umili, oscuri e penosi.

Volontà di collaborare: che cosa dunque è da volere? Che cosa dunque è da volere? È da volere e cercare questa collaborazione : da amare il lavorare insieme senz'attendere che vi sia offerto o richiesto o imposto; da farvi avanti, da saper fare i primi passi, se è necessario, per porvi di fatto inizio; da desiderare di questi primi passi, al bisogno, vivamente il proseguimento e perseverarvi con vigile e intensa cura per trovar modo di realmente annodare le vostre due attività, senza scoraggiamenti né impazienze per un concorso o aiuto, dall'altra parte, che potrebbe sembrare non bastevole e non corrispondente né proporzionato ai propri sforzi, sempre sorretti dalla risoluzione di non considerare mai troppo alto alcun prezzo che valga a procacciarvi una così desiderabile, indispensabile e proficua concordia nel cooperare e tendere al bene della famiglia.

Cordiale studio di collaborare. Quello studio vogliamo dire, che non si apprende dai libri, ma viene insegnato dal cuore, che ama l'operoso accordo e concerto nel governo e nell'andamento del focolare domestico ; quello studio, che è affezione reciproca, scambievole premura e sollecitudine del nido comune; quello studio, che osserva per imparare, che impara per fare, che fa per dare una mano all'altro o all'altra; quello studio, insomma, che è una lenta e mutua educazione e formazione coniugale, necessaria a due anime le quali si ammaestrano a vicenda per arrivare al conseguimento di una vera e intima collaborazione. Se, avanti di vivere insieme sotto un medesimo tetto, ciascuna delle due anime ha vissuto i suoi dì e si è formata per conto proprio; se l'una e l'altra vengono da due famiglie, che, per quanto somiglianti, non saranno mai identiche; se quindi ognuna recherà nella dimora comune maniere di pensare, di sentire, di agire, di trattare, che mai non si troveranno sulle prime in piena e totale armonia tra loro; voi ben vedete che bisognerà innanzi tutto, per accordarsi nell'operare, conoscersi mutuamente più a fondo di quel che non sia stato possibile di fare durante il tempo del fidanzamento: investigare e discernere, di circostanza in circostanza, virtù e difetti, capacità e manchevolezze, non già per muovere critiche e litigi o preferire sé col non vedere che i nei in colui o in colei con cui si è legata la propria vita, ma per rendersi conto di ciò che se ne può attendere, di ciò che si dovrà forse supplire o compensare.

Una volta conosciuto il passo sul quale occorrerà regolare il proprio, verrà il volenteroso lavorio di modificare, contemperare e armonizzare i pensieri e le abitudini; lavorio che l'affetto reciproco farà procedere insensibile e non turberanno quelle trasformazioni, quei mutamenti e quei sacrifici, che non dovranno gravare tutte su una sola delle due parti, ma dei quali ognuna di esse prenderà la sua porzione, con molto amore e confidenza, pensando al vicino sorgere del giorno, in cui la gioia del raggiunto perfetto accordo delle due anime, nella mente, nella volontà e nell'azione, rallegrerà e allevierà il soave e pieno frutto del collaborare alla prosperità e alla felicità della famiglia.

Tutti gli uomini sono quaggiù pellegrini da Dio (cfr. 2 Cor. S, 6) e avviati verso di Lui sulla via dei viventi; ma sul sentiero tanto battuto della vita coniugale, più di una volta, la diversità di carattere dei due camminatori tramuta il viaggio per l'uno di essi in tale esercizio di virtù che s'innalza nella luce della santità. Nella vita della Beata Anna Maria Taigi chi legge resta stupito delle differenze di origine, di temperamento, di educazione, di inclinazioni e di gusti, che erano fra lei e il marito suo, il facchino Domenico; e nondimeno ella si era mirabilmente composta e accordata con un'anima tanto diversa dalla sua. Possa questa eroica madre di famiglia ottenere a ciascuno e a ciascuna di voi, diletti sposi novelli, l'abbondanza delle grazie celesti, che vi faranno in tutte le vostre famiglie conseguire e fiorire una così doverosa e cristiana collaborazione al servizio di Dio. Tanto Noi stessi domandiamo a Nostro Signore e invochiamo per voi, mentre con cuore paternamente affettuoso vi impartiamo la Nostra Apostolica Benedizione.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, IV,
  Quarto anno di Pontificato, 2 marzo 1942 - 1° marzo 1943, pp. 3-8
  Tipografia Poliglotta Vaticana

 



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