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PIO XII

UDIENZA GENERALE*

Mercoledì, 8 luglio 1942

 

I nemici dell'unione indissolubile

I. Le male arti dello sregolato amore di sé

Quanto è gradita, diletti sposi novelli, la vostra presenza intorno a Noi, che vediamo in voi il susseguirsi della vostra lieta e devota schiera a quelle che vi hanno preceduto nel ricevere dal Nostro labbro il paterno saluto e augurio e l'Apostolica Benedizione sul cammino della loro nuova vita! E voi siete venuti, dopo aver consacrato e affidato le vostre nascenti famiglie all'amore infinito del Cuore di Gesù, amore diffusivo di conforto e di grazia, amore spirante umiltà e mitezza, amore divino che ha il potere di nobilitare e di santificare l'amore umano e di dare al vostro mutuo affetto purezza, profondità e incrollabile costanza.

Dello sregolato amore di sé (ben distinto dal retto e salutare), come nemico dell'unione indissolubile nel coniugio cristiano, abbiamo nell'ultima Udienza parlato agli sposi novelli : oggi Ci proponiamo di indicarvene più particolarmente il cattivo portamento, tanto contrastante, nelle sue piccole esigenze, nelle sue piccole tirannie, nelle sue piccole crudeltà, a quelle sublimi virtù di benignità generosa, di cordiale mitezza e umiltà, che Gesù così ardentemente vi presenta da apprendere e imitare.

Piccole esigenze dell'egoismo. L'amor proprio sembra dormire quando il pensiero e la cura degli altri per debito o per condiscendenza ne appaga le tendenze, le aspirazioni o i bisogni. Fino al matrimonio, spesso ambedue gli sposi vivevano, quasi senz'accorgersene, del lavoro paterno e delle premure materne, abituati tranquillamente com'erano fin dall'infanzia e dall'adolescenza ad appoggiarsi sui genitori e sugli altri di casa. Ora ognuno dei due, riflettendo sopra di sé, ha da dimenticare un poco se stesso, per dedicarsi al bene comune; ecco perciò che comincia a comprendere quanto era costato al padre il lavoro e la fatica, quale continua abnegazione animava la sollecitudine della madre, e come facilmente la natura egoistica, per chi l'ascoltasse, vorrebbe lasciare ad altri la cura e la molestia di pensare a tutto. Per questa via non vedete voi insinuarsi nel vero amore il disordinato amore di sé? Non è ancora se non una sottile incrinatura, ma che pure lo scalfisce. Imparate dal Cuore di Gesù quella generosità del sacrificio, che modera le esigenze dell'amor proprio con la condiscendente cortesia dell'affetto.

Piccole tirannie dell'egoismo. Se l'amore vero suole condurre ad una nobile ed alta comunanza di sentimenti, invece l'amor proprio fa consistere tale conformità nella piena sottomissione e subordinazione dell'altra parte ai suoi particolari gusti o ripugnanze. Di ciò esso si avvede così poco che, se vuoi fare qualche dono o piacere, prenderà consiglio piuttosto dal suo gradimento personale che dal gusto di colui o di colei che intende contentare. Dagli scambi di vedute, che allargano gli orizzonti di ambedue, si passa alla discussione, sulla quale ben presto si sovrappone la perentoria sentenza dell'amor proprio tiranneggiante: eppure sul principio l'incrinatura appariva di nessun rilievo. L'umiltà del Cuore di Gesù v'insegna quel domare l'orgoglio del sovrastare anche nelle piccole lotte e preferenze, ove il cedere è non lieve vittoria sull'amor proprio.

Piccole crudeltà dell'egoismo. Nessuno quaggiù è perfetto. Spesso, durante il fidanzamento, l'amore era cieco; non vedeva i difetti o persino gli apparivano virtù. Ma l'amor proprio è tutt'occhi; osserva e discerne, anche quando in nessun modo ne soffre, le più minute imperfezioni, le più inoffensive bizzarrie dell'altro o dell'altra. Per un poco che gli dispiacciano o che gli cagionino semplice-mente fastidio, le rileva subito con uno sguardo dolcemente ironico, poi con una parola leggermente pungente, forse con un volante dileggio in presenza di altri. Nessuno meno di lui sospetta il dardo che lancia, la ferita che infligge; mentre, dal canto suo, si irrita che gli altri, sia pure in silenzio, si accorgano dei suoi difetti, per quanto molesti possano riuscire altrui. Ancora semplice incrinatura? Certo non è quel gentile comportamento di mitezza, secondo l'esempio del Cuore di Gesù, che, amando e sopportando, tante cose perdona in noi.

Se l'egoismo non impera che da una parte, l'altro cuore resta segretamente ferito nella sua profonda e pieghevole virtù; ma se i due egoismi s'inalberano e si affrontano, ecco la tragica ostilità; ecco quel non cedere e quell'impietrirsi, in che s'incarna l'amore di sé e del proprio parere. Oh quanta saggezza nelle considerazioni e nei consigli, che ci offre l'Imitazione di Cristo : a Molti cercano occultamente se stessi in ciò che fanno, e non se ne avveggono. Pare che godano pace, quando le cose vanno secondo il loro volere e sentire; ma se poi procedono diversamente, provano subito risentimento e tristezza . . . Studiati di tollerare con pazienza i difetti e le debolezze altrui, qualunque siano, poiché molte cose sono anche in te che hanno bisogno dell'altrui tolleranza... Ci piace di vedere gli altri perfetti, e intanto non emendiamo i propri difetti » (Imit. di Cristo 1. I c. 14 e 16).

In se stesse, è vero, le differenze di temperamento e di carattere non danno meraviglia in due sposi che uniscono le loro vite: sono differenze che non sorprendono al loro apparire, perché non varcano i termini e le norme del mutuo accordo; onde anche caratteri diversi spesso mirabilmente si compongono e s'integrano perfezionandosi. Il guaio comincia dal momento che l'uno o l'altra, ovvero l'uno e l'altra, si rifiutano di cedere in questioni futili, in cose di puro gusto, in desideri del tutto personali. È già l'incrinatura: l'occhio non arriva a scoprirla, ma all'urto più leggiero il suono del vaso non è più il medesimo. L'incrinatura si dilata; più frequenti e più vivaci accadono i contrasti; anche senza piena rottura, resta accostamento esteriore anziché unione delle due vite, che penetri i cuori. Che penseranno, che ne diranno i figli? Se di tali scene saranno testimoni, quale disastro nelle loro anime e nel loro amore! Se di figli sarà deserta la casa, quale tormento nella convivenza coniugale! Chi può vedere o prevedere a qual termine conduce talora la via delle piccole crudeltà dell'amor proprio?

Ma dai drammi e dalle tragedie di certe famiglie voi senza dubbio, diletti figli e figlie, avete imparato che la storia è testimone dei tempi e maestra della vita; e presentite e preordinate negli animi vostri il mezzo di non cadere in così fatale errore e di prevenire una tanto deplorevole evoluzione dei vostri cuori, forti e deliberati come siete di arrestarla e troncarne la radice, se per disavventura la sentiste spuntare in voi. Qual è questo mezzo e questo proposito? Il proposito e il mezzo di apprendere e di risolversi, fin da oggi, a rinunziare a voi stessi, a dominare e domare il vostro amor proprio, con amore di azione, con gioia di sacrificio, nell'assidua unione con Dio, con quel segreto che non apparisce al di fuori, così nelle cose grandi, nelle grandi contrarietà, come nelle piccole, siano fastidi o molestie o dispiaceri o travagli quotidiani, ciò che spesso non è meno arduo e penoso a superare. Meglio ancora sarà, se farete, come suol dirsi, di necessità virtù, perché la virtù è un abito di bene che si genera e si acquista con la ripetizione degli atti buoni. Conquistate quell'abitudine della pazienza, del sopportarvi a vicenda, del perdonarvi scambievolmente le mancanze e i difetti: allora vi renderete superiori al vostro amor proprio; la vostra vittoria sopra di voi stessi non sarà più una rinunzia, bensì un guadagno. Allora, quasi per istinto o per moto naturale, ognuno di voi farà suoi propri i giudizi, i gusti, le inclinazioni dell'altro o dell'altra; e questi giudizi, questi gusti, queste inclinazioni, armonizzandosi, si smusseranno, si levigheranno, si abbelliranno, si arricchiranno a vantaggio di ambedue, così che l'uno e l'altra nulla vi perdano, anzi ne risulti quell'abbondanza di frutti che nasce dalla collaborazione, di cui parlammo già a un altro gruppo di sposi novelli.

Vero è che a queste concessioni, le quali addolciscono nella diversità dei caratteri la comunanza di pensieri e di sentimenti, vi è un limite. Voglia Iddio che voi non ne abbiate mai a farne la dolorosa esperienza! È un limite segnato dal dovere, dalla verità, dalla morale, dagl'interessi sacri. Voi comprendete che Noi intendiamo alludere in primo luogo alla santità della vita coniugale, alla fede e alla pratica religiosa, alla buona educazione dei figli. In tali casi, la fermezza, se vi è conflitto, è un obbligo ineluttabile. Ma se questi grandi e solenni principi non sono in. giuoco, e la vostra virtù vi ha condotti a consentire gioiosamente quelle concessioni reciproche così confacenti alla pace familiare, sarà ben difficile che il conflitto nasca, e non apparirà campo per la intransigente opposizione. Assai più raro terreno ed esca troverà il contrasto per allignare, se prima del matrimonio, i fidanzati, — in cambio di impegnarsi con precipitato assenso, alla leggiera, sedotti da considerazioni del tutto esteriori e secondarie o da volgari interessi — avranno preso tempo a meglio conoscersi; non saranno stati sordi a saggi consigli; e se, pur avvertendo le differenze d'indole di cui parlavamo or ora, avranno ravvisato anche che non erano incompatibili. In tali condizioni, quando mai venisse a manifestarsi in uno degli sposi qualche variazione o alterazione, ancor lieve, delle idee, delle tendenze, delle affezioni, il cuore dell'altro, con la sua dedizione inalterabile, con la sua paziente longanimità, coi suoi cortesi e delicati riguardi, con quella forza che ispira la preghiera, varrà agevolmente a ritenere saldo o a ricondurre nell'unione coniugale l'animo perplesso e la volontà vacillante. Il marito vedrà crescere nella sua donna la serietà e scomparire la frivolezza; né con gli anni dimenticherà il detto del Profeta: «Non essere sleale con la moglie della tua giovinezza»: Uxorem adolescentiae tuae noli despicere (Malach. 2, 15). La moglie vedrà raffermarsi la fede e la fedeltà, non meno che l'affetto di suo marito, e lo attirerà a devozione solida e amabile. L'uno e l'altra gareggeranno nel rendere il focolare domestico una dimora così pacifica, lieta e piacevole, che non verrà in pensiero di cercare altrove riposo, diversione o compenso; né l'amor proprio, padre di turbamenti, vi insidierà l'ordine e la tranquillità della famiglia. Il Cuore di Gesù vi regnerà sovrano e ne assicurerà la vera, intima, indistruttibile felicità.

Che, frutto dell'unione e dell'amore, diletti sposi novelli, una vispa corona di bimbi, come germogli d'olivo, circondi la vostra mensa! Ecco il paterno augurio che l'animo Nostro effonde innanzi a Dio, mentre con tutta l'affezione del cuore v'impartiamo la Benedizione Apostolica.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, IV,
  Quarto anno di Pontificato, 2 marzo 1942 - 1° marzo 1943, pp. 133-137
  Tipografia Poliglotta Vaticana

 



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