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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII
AL SACRO COLLEGIO DEI CARDINALI
E ALLA PRELATURA ROMANA

Sala del Concistoro - Martedì, 24 dicembre 1940

 

Al Sacro Collegio dei Cardinali e alla Prelatura Romana nella Sala del Concistoro.  

Grazie, Venerabili Fratelli e diletti figli, grazie vi diciamo con tutta l’effusione del Nostro cuore, per il caro dono della vostra presenza in questa vigilia del Santo Natale: grazie, con commossa intima riconoscenza, per i vostri nobili auguri e per le vostre fervorose preghiere « pro Ecclesia et Pontifice », auguri e preghiere di cui il venerato Decano del Sacro Collegio, così vicino al Nostro cuore e così degno della Nostra stima e del Nostro affetto, si è fatto autorevole ed eloquente interprete. Questa dovizia di doni natalizi scende nel Nostro animo tanto più soave quanto più dolorosi sono i tempi in cui viviamo.

A voi rispondano i Nostri sentimenti paterni, i Nostri voti accompagnati e avvivati da calde preci a Dio, per le prossime feste e per il nuovo anno. A voi, che il Signore, nella benigna sua provvidenza, ha chiamati ad essere al fianco Nostro consiglieri sapienti e fedeli, provati e presti al servigio del « dominicus grex »; a voi, che quali membri della Curia romana profondamente sentite e comprendete l’alta missione di collaborare e prendere parte, ognuno nel proprio ufficio e nella propria sfera, all’universale sollecitudine pastorale del Vicario di Gesù Cristo.

Su tutti insieme, e su ciascuno di voi in particolare, ministri e custodi della «civitas supra montem posita » [1], su voi tutti, a cui più ancora che ad altri spetta di fare proprio e praticare l’ammonimento del Signore: « Luceat lux vestra coram hominibus », Noi imploriamo dall’Eterno Sommo Sacerdote, in un’epoca così grave di eventi anche per la Chiesa e per le anime ad essa affidate, ciò che Egli stesso domandava al Padre per i suoi Apostoli in un’ora solenne e santa: « Pater Sancte, serva eos in nomine Tuo. . . non rogo ut tollas eos de mundo, sed ut serves eos a malo. . . sanctifica eos in veritate » [2].

Stamane, Venerabili Fratelli e diletti figli, l’ammirabile liturgia della Santa Chiesa ha sollevato in alto gli animi dei suoi sacerdoti con le grandiose parole  del martirologio romano: « Ab urbe Roma condita anno septingentesimo quinquagesimo secundo, anno imperii Octaviani Augusti quadragesimo secundo, toto orbe in pace composito… Iesus Christus aeternus Deus aeternique patris filius, mundum volens adventu suo piissimo consecrare, de Spiritu Sancto conceptus, … in Betlhem Iudae nascitur ex Maria Virgine factus homo ».

Quando il tono solenne di questo lieto messaggio che unisce Roma a Betlemme, la piissima nascita del Salvatore del mondo col ricordo del Natale di quella « inclita Roma » che, nel suo più alto e sacro destino non con la gloria delle armi ma con le vittorie della Grazia divina, « imperium terris, animos aequabit Olympo » [3]; quando questo augurale annuncio della venuta del Re Celeste, nell’età in cui tutto l’orbe era composto in pace, risuona di nuovo all’orecchio dei fedeli di Cristo, risveglia e suscita in milioni di anime, di tutti i popoli e nazioni, la memoria della redenzione dal peccato.

Come una divina sinfonia universale, da tutte le lingue sale verso il Cielo un inno di giubilo, un canto di adorazione di cuori umili e riconoscenti: « Christus natus est nobis: venite, adoremus » [4]. Inno immortale di libertà degli esuli figli di Eva, i quali quasi dimenticano il dolore del Paradiso perduto per la colpa dei progenitori; le spine e i triboli che la terra, profanata dal peccato, germina dalla caduta di Adamo; e dinanzi al celeste Bambino, nel presepe di Betlemme, e alla Vergine Madre del neonato Emmanuele si prostrano nella polvere commossi e pieni di santo stupore per i mirabili disegni della Provvidenza Divina.

La santa letizia per il Natale del Signore, l’intima gioia che nasce come proprio palpito dei fedeli di Cristo, non dipende, né può essere diminuita o turbata da eventi esterni; il gaudio natalizio che li ricolma di felicità e di pace ha radici così profonde e innalza cime così eccelse, che non può essere strappato dal turbine di alcun avvenimento terreno, si muova il mondo in pace o sia esso in guerra. La consolante verità delle parole del Signore: «Gaudebit cor vestrum et gaudium vestrum nemo tollet a vobis » [5], chi mai può sentirla ed esperimentarla meglio di colui, il quale con cuore sincero, con volontà purificata ed animo aperto, ascolta l’inno di pace agli uomini di buona volontà diretto alla terra dal presepe, la prima cattedra del Verbo divino incarnato?

Chi penetra il senso di questo inno, chi ha gustato pur solo una goccia del soave nettare, che racchiude, di verità e di amore, sa dove trovare rifugio tra il disordinato susseguirsi degli avvenimenti, delle pene e delle angosce del tempestoso presente; e si manterrà ugualmente lontano tanto da un inconsulto ottimismo, che, non tenga conto della realtà, quanto dalla tendenza, ancor meno apostolica, che inclina ad un pessimismo ignavo e deprimente. Non sa egli forse che la vita e l’azione della Chiesa non altrimenti che la vita e l’azione del Redentore sono sempre insidiate da satelliti della gelosa e trepidante potenza erodiana? Ma pure non dimenticherà che la misteriosa stella della grazia dal Cielo risplende e tornerà a risplendere alle anime, le quali anelano alla culla di Dio, per guidarle dall’errore alla verità, dallo sviamento alla fede in Cristo Salvatore.

Consapevole della tenebrosa audacia del male dilagante in questa vita, il vero seguace di Cristo trova in sé vivo sprone a maggior vigilanza e su se stesso e per i fratelli pericolanti. Sicuro com’è della promessa di Dio e del finale trionfo di Cristo sui nemici suoi e del suo Regno, si sente interiormente irrobustito contro delusioni e insuccessi, sconfitte e umiliazioni, e può comunicare eguale fiducia a tutti quelli che avvicina nel suo ministero apostolico, facendosi in tal guisa loro baluardo spirituale; mentre porge incoraggiamento ed esempio a quanti sono tentati di cedere e disanimarsi di fronte al numero e alla potenza degli avversari. E siano rese infinite grazie al Signore! ché anche oggi la Chiesa non è povera di queste anime elette e sante e forti — provengano esse dalla cerchia del clero o dalle schiere del laicato — le quali con un eroismo, il più delle volte ignorato dal mondo, con una fedeltà che mai non vacilla in mezzo ad altri, che cadono nella pusillanimità e nella debolezza, mettono in pratica l’esortazione del Profeta: «Confortate manus dissolutas et genua debilia roborate. Dicite pusillanimis: confortamini et nolite timere: ecce Deus vester ultionem adducet retributionis: Deus ipse veniet et salvabit vos » [6].

Ma tra i cristiani non mancano purtroppo di quelli i quali, sotto il peso quotidiano di sacrifici e prove di ogni genere, in un mondo che si allontana dalla fede e dalla morale, o almeno dal fervore della fede e della morale cristiana, vanno perdendo di quel vigore spirituale, di quella gioia e sicurezza — così nella pratica interiore della fede, come nella professione pubblica di essa — senza cui un verace e vitale « sentire cum Ecclesia » non è mai che a lungo sostenga e duri. Voi li vedete talvolta, forse senza che lo avvertano, cadere vittime e farsi intermediari di concezioni e di teorie, di pensieri e di pregiudizi, che, sorti in circoli estranei e ostili al Cristianesimo, vengono ad insidiare le anime dei credenti. Caratteri di simile genere soffrono bensì nel vedere la Madre Chiesa — a cui in fondo vorrebbero restare fedeli — incompresa davanti al pretorio di Pilato o tra i servi di Erode in veste da burla. Credono al mistero della Croce; ma dimenticano di meditarlo ed applicarlo ai nostri giorni. Nella fulgida e consolante ora del Tabor si sentono vicini a Cristo; nelle tristi e oscure ore del Getzemani divengono troppo facilmente imitatori dei discepoli dormienti. E quando le autorità della terra pongono mano al loro esterno potere, a somiglianza di quello che i ministri del Sinedrio fecero con Gesù, eccoli sottrarsi con timida fuga, o, ciò che è tutt’uno, rifuggire dalle franche e coraggiose risoluzioni.

Tutto questo ondeggiare altrui, Venerabili Fratelli e diletti figli, non può, né deve meravigliarci o turbarci; molto meno poi trarci a porre in oblio l’esemplare fortezza d’animo e la commovente fedeltà con cui innumerevoli Nostri figli, grazie all’aiuto divino, durano aggrappati e ancorati, più tenaci di tutte le tempeste, alla salda pietra della loro fede e alla Chiesa di Dio, tutrice, depositaria e infallibile maestra di verità. E perciò con commosso ringraziamento all’Altissimo e con paterna alterezza per la corona di tanti e così nobili figli di ogni condizione e classe, non dubitiamo di affermare che la consapevolezza, il fervore, l’incondizionata e sincera dedizione a Cristo e al suo Regno sono virtù cresciute a vista d’occhio in molti e molti, proprio là dove la professione costa sacrifici, non mai prima riconosciuti.

Ma qualunque sia per essere il rapporto, noto solo a Dio, tra vittorie e sconfitte, tra anime che si guadagnano e anime che si perdono, non è men vero e indubitato che la condizione esteriore e interiore dell’età presente origina e pone all’apostolato gigantesche esigenze, non solo nel volgere di questa formidabile guerra, ma più ancora per il giorno in cui, finite le ostilità, i popoli dovranno dedicarsi a sanarne le profonde piaghe dell’amara eredità, sociale ed economica, quando le Nazioni travolte nella guerra ne usciranno con ferite spirituali bisognose, se altre mai, di cura assidua e vigilante, che valga ad evitarne e scemarne i perniciosi effetti.

* * *

Con tragica e quasi fatale persistenza il conflitto, una volta scatenato, procede per la sua strada insanguinata, accumula rovine, non risparmia templi venerandi, monumenti insigni, ospizi di carità, e nel facile oblio delle norme di umanità, nella noncuranza delle consuetudini e convenzioni belliche, arriva talvolta così oltre, che un’epoca meno sconvolta ed agitata della nostra ne noterà un giorno le vicende entro le pagine più dolorose e oscure della storia del mondo.

Il Nostro pensiero corre con angoscia al momento in cui la tristissima cronaca di tante sofferenze, di corpi straziati, di anime doloranti, di feriti, prigionieri, profughi, oppressi, famelici, languenti, dispersi, cronaca oggi ignorata o solo in parte conosciuta, si farà interamente palese. Ma ciò che al presente sappiamo, basta già a stringere e lacerare il cuore! Per le donne e le madri di più di una Nazione Ci sembra di sentir risuonare il trambasciato grido del profeta, che la sacra liturgia ricorda durante l’ottava del Santo Natale: «Vox in Rama audita est ploratus et ululatus multus: Rachel plorans filios suos, et noluit consolari, quia non sunt » [7].

Ma fra le tante sciagure derivate dall’immane conflitto, una specialmente ha gravato subito e grava tuttora, sul Nostro cuore: quella dei prigionieri di guerra, resa per Noi tanto più acuta, quanto minore è stata la possibilità consentita alla Nostra paterna sollecitudine di correre in aiuto laddove più grande è il numero e più pietosa la miseria invocanti efficace soccorso e conforto. Memori di quanto Noi stessi, nell’augusto Nome del Sommo Pontefice Benedetto XV di felice memoria, potemmo fare durante la precedente guerra per alleviare le pene materiali e morali di numerosi prigionieri, speravamo che anche questa volta rimanesse aperta la via alle iniziative religiose e caritatevoli della Chiesa.

Tuttavia, se in alcuni Paesi è rimasto frustrato il Nostro intento, non è stato dappertutto vano il Nostro sforzo, giacché non pochi segni materiali, spirituali del Nostro interessamento abbiamo potuto far giungere ad una parte almeno dei prigionieri polacchi; qualche altro, e più frequente, ai prigionieri e internati italiani, specialmente in Egitto, in Australia, nel Canada.

Né abbiamo voluto che il santo giorno di Natale albeggiasse sul mondo senza far pervenire, mediante l’opera dei Nostri Rappresentanti, ai prigionieri inglesi e francesi in Italia, tedeschi in Inghilterra, greci in Albania e italiani sparsi in diverse regioni dell’Impero britannico, principalmente in Egitto, in Palestina, in India, alcunché onde fosse loro palese il Nostro incoraggiante e benedicente ricordo. Avidi poi di fare Nostra l’ansia delle trepidanti famiglie sulla sorte dei loro lontani e infelici congiunti, altra opera di non piccola mole abbiamo iniziato ed andiamo attivamente svolgendo e sviluppando, per chiedere e trasmettere notizie, ove appena sia possibile e lecito il farlo, non solo di moltissimi prigionieri, ma altresì di profughi e di quanti le presenti calamità tristamente separano dalla loro patria e dal loro focolare. Abbiamo in questo modo potuto sentir palpitare vicino al Nostro migliaia di cuori con il commosso tumulto dei loro più intimi affetti o nell’anelante tensione e nell’incubo grave della incertezza, nell’esultante gioia della ricuperata sicurezza, nella profonda pena e pacata rassegnazione sulla sorte dei loro cari.

Né minore conforto è per Noi l’essere stati in grado di consolare, con l’assistenza morale e spirituale dei Nostri Rappresentanti o con l’obolo dei Nostri sussidi, ingente numero di profughi, di espatriati, di emigranti, anche fra quelli di stirpe semitica: ai polacchi ha potuto essere particolarmente largo il Nostro soccorso, come a quelli per i quali il contributo della carità dei Nostri figli degli Stati Uniti d’America Ci rendeva più facile il Nostro paterno interessamento.

* * *

Or è un anno, Venerabili Fratelli e diletti figli, Noi facemmo da questo luogo alcune dichiarazioni di massima su presupposti essenziali di una pace conforme ai princìpi di giustizia, di equità e di onore, tale quindi da essere duratura. E se il successivo svolgersi degli avvenimenti ne ha rimandato a tempo più lontano l’attuazione, i pensieri allora esposti nulla hanno perduto della loro intrinseca verità e aderenza alla realtà, né del loro valore di morale obbligazione.

Oggi Ci troviamo in presenza di un fatto che ha una notevole importanza sintomatica. Dalle polemiche appassionate delle parti in lotta sugli scopi della guerra e sul regolamento della pace, emerge sempre più chiara una quasi « communis opinio », la quale asserisce che così l’Europa anteriore alla guerra, come i suoi pubblici ordinamenti, si trovano in un processo di trasformazione tale da contrassegnare l’inizio di una nuova epoca. L’Europa e l’ordine degli Stati, si afferma, non saranno ciò che erano prima; un che di nuovo, di migliore, di più evoluto, di organicamente più sano e libero e forte deve sostituire il passato, per evitarne i difetti, la debolezza, le deficienze, che si dicono essere manifestamente apparse alla luce dei recenti avvenimenti.

Vero è che le varie parti divergono nelle idee e negli scopi; concordano tuttavia nell’aspirazione ad un nuovo ordinamento e non ritengono possibile o desiderabile un puro e semplice ritorno alle condizioni anteriori. Né vale a spiegare sufficientemente tali correnti e sentimenti la sola « rerum novarum cupiditas ». Al lume delle esperienze di questa epoca di travaglio, sotto la pressione schiacciante dei sacrifici che essa richiede e impone, nuove conoscenze e nuove aspirazioni nascenti soggiogano le menti e gli animi. Una conoscenza solare della manchevolezza dell’oggi. Una aspirazione risoluta verso un ordinamento che ponga al sicuro le norme giuridiche della vita statale e internazionale. Che questa brama pulsante si faccia sentire con maggiore acutezza tra i larghi ceti di coloro che vivono del lavoro delle loro mani, sempre tenuti, in pace e in guerra, ad assaporare più di altri l’amaro delle disarmonie economiche, statali o internazionali, nessuno potrà meravigliarsene; meno ancora ne stupirà la Chiesa, la quale, madre comune di tutti, meglio sente e comprende il grido che si sprigiona spontaneo dall’anima tormentata dell’umanità.

Tra i contrastanti sistemi legati ai tempi e da essi dipendenti, la Chiesa non può essere chiamata a farsi partigiana di un indirizzo piuttosto che di un altro. Nell’ambito del valore universale della legge divina, la cui autorità ha forza non solo per gli individui, ma anche per i popoli, vi è largo campo e libertà di movimento per le più svariate forme di concezioni politiche; mentre la pratica affermazione di un sistema politico o di un altro dipende in misura vasta e spesso decisiva da circostanze e cause che, in se stesse considerate, sono estranee al fine e all’azione della Chiesa. Tutrice e banditrice dei principi della fede e della morale, essa ha il solo interesse e la sola brama di trasmettere, coi suoi mezzi educativi e religiosi, a tutti i popoli senza eccezione, la chiara sorgente del patrimonio e dei valori di vita cristiana; affinché ciascun popolo, nel modo corrispondente alle sue peculiarità, si giovi delle conoscenze e degli impulsi etici, religiosi, cristiani per stabilire una società umanamente degna, spiritualmente elevata, fonte di vero benessere.

Più di una volta la Chiesa ha dovuto predicare a sordi: la dura realtà predica ora alla sua volta, e al suo grido: «Erudimini! » si aprono le orecchie dianzi chiuse alla voce materna della sposa di Cristo. Epoche di angustie sono spesso, più dei tempi di benessere, ricche di vero e profondo insegnamento, a quel modo che il dolore è sovente maestro più efficace del facile successo. «Tantummodo sola vexatio intellectum dabit auditui » [8], speriamo in Dio che l’intiera umanità, come ciascuna Nazione in particolare, uscirà dall’odierna dolorosa e sanguinosa scuola più saggia, sperimentata e matura; saprà distinguere con limpidi occhi la verità dall’apparenza ingannatrice; e aprirà e tenderà l’orecchio alla voce della ragione, piacevole o meno, e lo chiuderà alla vuota retorica dell’errore; sì formerà un convincimento della realtà, che prenderà sul serio l’attuazione del diritto e della giustizia, non solo quando si tratterà di esigere l’adempimento delle proprie, ma anche quando si dovranno soddisfare le giuste richieste altrui.

Solo con tali disposizioni di animo si potrà infondere alla seducente espressione «nuovo ordinamento » un contenuto bello, degno, stabile, appoggiato sulle norme della moralità; e sarà schivato il pericolo di concepirlo e plasmarlo come un meccanismo puramente esterno, imposto con la forza, senza sincerità, senza consentimento pieno, senza gioia, senza pace, senza dignità, senza valore. Allora si potrà dare all’umanità una nuova speranza che tranquilli, uno scopo che risponda alle nobili aspirazioni; e scomparirà il potere occulto e aperto, opprimente e rovinoso, della discordia cronica, che ora pesa sul mondo.

* * *

Ma i presupposti indispensabili per un tale nuovo ordinamento sono:

1) La vittoria sull’odio, che oggi divide i popoli; la rinuncia quindi a sistemi ed a pratiche, da cui esso riceve sempre nuovo alimento. E invero al presente in taluni Paesi una propaganda senza freno e che non rifugge da manifeste alterazioni della verità mostra, giorno per giorno e quasi ora per ora, alla pubblica opinione le Nazioni avversarie in una luce falsata e oltraggiosa. Ma chi vuole veramente il benessere del popolo, chi brama di contribuire a preservare da incalcolabili danni le basi spirituali e morali della futura collaborazione delle genti, considererà come un sacro dovere e un’alta missione di non lasciar andare perduti, nel pensiero e nel sentimento degli uomini, gli ideali naturali della veracità, della giustizia, della cortesia e della cooperazione al bene, e soprattutto il sublime ideale soprannaturale dell’amore fraterno portato da Cristo nel mondo.

2) La vittoria sulla sfiducia, che grava come peso deprimente sul diritto internazionale, rende inattuabile ogni verace intesa; un ritorno quindi al principio: « iustitiae soror incorrupta fides » [9]; a quella fedeltà nell’osservanza dei patti, senza cui non riesce possibile una sicura convivenza di popoli, e soprattutto una coesistenza di popoli potenti e di popoli deboli. « Fundamentum autem » proclamava l’antica sapienza romana « est iustitiae fides, id est dictorum conventorumque constantia et veritas » [10].

3) La vittoria sul funesto principio che l’utilità è la base e la regola del diritto, che la forza crea il diritto; principio il quale rende labile ogni rapporto internazionale, con grande danno specialmente per quegli Stati, i quali, sia per la loro tradizionale fedeltà ai metodi pacifici, sia per la loro minore potenzialità bellica, non vogliono e non possono contendere con altri; il ritorno quindi ad una seria e profonda moralità nelle norme del consorzio tra le Nazioni, ciò che evidentemente non esclude né la ricerca dell’utile onesto, né un opportuno e legittimo uso della forza per tutelare diritti pacifici con violenza impugnati o ripararne le lesioni.

4) La vittoria su quei germi di conflitti che consistono in divergenze troppo stridenti nel campo dell’economia mondiale; quindi un’azione progressiva, equilibrata da corrispondenti garanzie, per giungere ad un assetto, il quale dia a tutti gli Stati i mezzi per assicurare ai propri cittadini di ogni ceto un conveniente tenore di vita.

5) La vittoria sullo spirito di freddo egoismo, il quale, baldanzoso della sua forza, facilmente finisce col violare non meno l’onore e la sovranità degli Stati, che la giusta, sana e disciplinata libertà dei cittadini. In luogo suo deve subentrare una sincera solidarietà giuridica ed economica, una collaborazione fraterna, secondo i precetti della legge divina, fra i popoli fatti sicuri della loro autonomia e indipendenza.

Finché nelle dure necessità della guerra parleranno le armi, difficilmente si potranno attendere atti definitivi nel senso della restaurazione di diritti moralmente e giuridicamente imprescrittibili. Ma sarebbe bene da augurarsi che fin da ora una dichiarazione di massima a favore del loro riconoscimento venisse a calmare l’agitazione e l’amarezza di quanti si sentono minacciati o lesi nella loro esistenza o nel libero svolgimento della loro attività.

* * *

Venerabili Fratelli e diletti figli!

Nel momento, da tutti auspicato, a giudizio umano non ancora determinabile, in cui taceranno le armi e si scolpiranno nei paragrafi del trattato di pace gli effetti di questo gigantesco conflitto, Noi ci auguriamo che l’umanità, e coloro, i quali le mostreranno la via per avanzare, saranno tanto maturi nello spirito e tanto capaci nell’azione, da spianare il terreno all’avvento di un solido, vero e giusto nuovo ordinamento. Noi supplichiamo Dio che così avvenga. E vi esortiamo tutti a unire alle Nostre preghiere le vostre, affinché il lume e la protezione dell’Onnipotente preservino quelli, nelle cui mani saranno poste decisioni di così gran momento per la tranquillità del mondo e tanto gravi di responsabilità, dal ripetere, in forma mutata, antichi errori e dal ricadere in mancanze del passato, avviando — anche senza saperlo o volerlo — l’avvenire dei popoli e della stessa propria Nazione in un cammino, sul quale non sarà per trovarsi alcun vero ordine, ma solo timori e cagioni di nuove sciagure. Possano le menti di coloro, dalla cui perspicacia, forza di volontà, previdenza e moderazione dipenderà la felicità o l’infelicità dei popoli, lasciarsi guidare dal lume della ben nota sentenza: «Bis vincit qui se vincit in victoria » [11].

Noi deponiamo nelle piccole, onnipotenti e misericordiose mani del neonato Redentore, con fiducia illimitata e incrollabile, i Nostri desideri, le Nostre speranze e le Nostre preghiere; e lo imploriamo con voi, con tutti i sacerdoti, con tutti i fedeli della Santa Chiesa, con tutti quelli che in Cristo riconoscono il Signore e Salvatore, di liberare l’umanità dalle discordie, in cui l’ha trascinata la guerra: «O radix Jesse, qui stas in signum populorum, super quem continebunt reges os suum, quem Gentes deprecabuntur: veni ad liberandum nos, iam noli tardare! » [12].

Con queste ansiose parole sulle labbra e con questa intenzione nel cuore impartiamo a voi, Venerabili Fratelli e diletti figli, a tutti i Nostri figli del mondo intero, specialmente alle vittime della guerra di ogni Nazione, come pegno di larga grazia divina, con paterno affetto la Benedizione Apostolica.


[1] Matth., V, 14.

[2] Io., XVII, II, 15, 17.

[3] Verg., Aeneid., VI, 782-783.

[4] Mattut. in Nativ. Domini.

[5] Io., XVI, 22.

[6] Is., XXXV, 3-4.

[7] Matth., II, 18.

[8] Is., XXVIII, 19.

[9] Horat., Od., I, 24, 6-7.

[10] Cicer., De officiis, I, 7, 23.

[11] Publilii Syri sententiae, Lipsia, 1869, n. 64.

[12] Brev. Rom. Antiph. maj. ante vig. Nat.

 



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