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RADIOMESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PIO XII
PER IL XXV DELLA CONSACRAZIONE
EPISCOPALE DEL SANTO PADRE*

Mercoledì, 13 maggio 1942

 

RICONOSCENZA VERSO IL DATORE DI OGNI BENE

Circondati dal concorso fedele e raccolto del popolo dell'Eterna città e in intima paterna comunione con i milioni di credenti cristiani del mondo intero, domani, solenne festività dell'Ascensione di Gesù Salvatore al cielo, ascenderemo all'Altare papale della Patriarcale Basilica Vaticana per offrire a Dio con profonda umiltà e commossa devozione il Sacrificio eucaristico. Verso il Datore di ogni bene Ci anima e Ci trae una intensa riconoscenza, pervasi come siamo da un soave indicibile gaudio interiore, che il giorno d'oggi ridesta in Noi col ricordo della Nostra consacrazione episcopale, ricevuta, or sono venticinque anni, dalle mani di un venerato e indimenticabile Nostro Predecessore; rimembranza cara, che, mentre fa sgorgare dal Nostro animo l'inno di lode a Dio, Ci muove a implorare con veemente ardore la benedizione celeste sul gregge del Signore, affidato alle Nostre sollecitudini pastorali, e sul lavoro e sulla pena della Chiesa per la salvezza del mondo.

I TRAVAGLI DELL'ORA PRESENTE

Questo giorno, che dovrebbe splendere di pura e serena gioia per il mondo cattolico, ricorre in un tempo di gravissime angustie e sofferenze, delle quali apparisce quasi vivace rappresentazione della realtà la parola del Salvatore : « Consurget . . . gens in gentem, et regnum in regnum, et erunt pestilentiae, et fames, et terraemotus per loca » (Matth. 24, 7). In così universale calamità come potrebbero aver posto, pur nel campo religioso, i festeggiamenti propri dei giorni lieti e felici? La tragica violenza degli avvenimenti, in cambio che al gaudio, invita alla penitenza e al ravvedimento, incita all'esame e alla purificazione, ammonisce a mutar avviamento e cammino al pensiero, al volere, all'azione. Onde per Noi, diletti figli, è fonte di commozione, di vivo compiacimento, di tranquillità, il sapere che il Nostro giubileo viene celebrato in tutto il mondo cattolico con preghiere e con sacrifizi per il bene della Santa Chiesa, non meno che con generose largizioni in pro di mille e mille fratelli, che nella loro indigenza, così varia e dolorosa, battono fiduciosi alle porte della carità cristiana, che pur soffre e sopporta con loro.

Fra il tumulto e gli universali disagi dell'ora presente l'impenetrabile ordinamento divino ha disposto che oggi siamo Noi a sostenere il peso della sollecitudine pastorale, cui venticinque anni fa portava il magnanimo cuore di Colui che con la imposizione delle mani all'altare della Cappella Sistina Ci faceva il dono della pienezza del sacerdozio : eredità santa, ma quanto grave e dolorosa! Il cammino, per il quale poi l'amorevole Provvidenza di Dio Ci condusse, finiva di nuovo alla Sistina, dove era alle deboli Nostre forze imposta la dignità del Sommo Pontificato, di cui Ci sentiamo profondamente immeritevoli, e con tale dignità uno smisurato fardello, fattosi con lo scoppiare e il dilatarsi di questa seconda guerra mondiale tanto ponderoso da sorpassare quel che fu nella prima ai giorni di Benedetto XV.

INCROLLABILE FIDUCIA

Nel resto, diletti figli, invano saremmo passati per la scuola di Leone XIII, così luminoso per la sua sapienza; di Pio X, così insigne per la sua pietà; di Benedetto XV, così ricco di lungimirante consiglio; di Pio XI, così pieno di santo coraggio e ardimento, se, in mezzo al turbine di tanto generale tormento, comportassimo che, pur solo per un istante, venisse a vacillare in Noi quella certezza, fondata nella fede, corroborata dalla speranza, maturata nell'amore, la certezza, cioè, che il Signore non è mai tanto vigile e vicino alla sua Chiesa quanto nelle ore che i suoi figli, premuti dalle ansietà e dalle tempeste, potrebbero esser mossi a gridare: « O Maestro, non t'importa che affondiamo? o Signore, salvaci; periamo » (Marc. 4, 38; Matth. 8, 25).

PRESSO IL SEPOLCRO DEL PRIMO PAPA

E tale tranquilla sicurezza dove l'animo Nostro la conforta e rassoda? Al sepolcro di Pietro, primo Vescovo di Roma. Quando, chinati avanti a quella tomba, Ci fissiamo a ripensare gl'inizi della Chiesa, Ci par di vedere il primo Papa, destinato da Cristo stesso ad essere di lei la Pietra fondamentale, levare il capo glorioso, e dirCi: Obsecro consenior et testis Christi passionum . . . pascite qui est in vobis gregem Dei (1 Petr. 5, 1). Allora contempliamo in spirito tutti i Nostri buoni figli dell'universo, schierati intorno a Noi, innumerevoli al pari dell'arena del mare; allora il Nostro cuore si allarga, e sentiamo l'intimo e profondo bisogno di aprire il labbro, e di pascere il cuore di ciascuno di voi del pane di quella ferma fiducia che francheggia il Nostro.

PRIMAVERA DELLA CHIESA

Anche la Chiesa ebbe ed ha la sua primavera, meravigliosa come lei. Le tre grandi solennità della Pasqua, dell'Ascensione e della Pentecoste, nella stagione, in cui la natura, risvegliandosi a nuova vita, si adorna di verde e di fiori, e con interno travaglio si prepara a fare il dono delle sue messi e dei suoi frutti, non formano forse una primavera spirituale, che ci rende più dolce e cara e bella la primavera della natura? Esse sono un sole di tre somme verità, di tre grandiosi fatti storici, di tre misteri di primo fulgore nell'opera della redenzione; sono tre pilastri fondamentali e inconcussi del gigantesco edificio della Santa Chiesa. Nella loro luce, nella loro soprannaturale saldezza, queste verità, ad ogni secolo della storia della Chiesa ugualmente presenti e ugualmente patenti a tutte le generazioni dei fedeli, illuminano con la loro realtà storica la primavera del Cristianesimo, il suo verdeggiare, il suo vigoreggiare e il suo fiorire pur tra i venti e le procelle; perché il Cristianesimo è nato gigante, cinto la fronte dei raggi di quelle tre verità, che danno inizio all'epoca, designata a giusto titolo come eroica: i tre secoli dalla fondazione della Chiesa fino alla pace con l'Impero romano nell'anno 312 al tempo di Costantino.

VITA EROICA DEI PRIMI CRISTIANI

Questi tre fondamentali misteri, quali fulgidissimi splendori di quella luce del mondo che è Cristo, dirigono e accompagnano il cammino della giovane Chiesa Sposa di Cristo, ne scorgono i passi e la rincuorano a sollevarsi, attraverso la buia selva del paganesimo, e a poggiare al monte della predestinata sua grandezza. La mente, con tenace costanza, avvinta alla fede nel Risorto e nella propria risurrezione, l'occhio rivolto con santa bramosia al Glorificato, sedente alla destra del Padre, e alla celeste Gerusalemme, eterna e felice dimora per quei che resteranno fedeli fino al termine, l'anima dominata dalla certezza della presenza corroborante dello Spirito, promesso e inviato da Gesù; i primi Cristiani voi li vedete grandeggiare per altezza di pensiero, per vigore di azione, per coraggio e gara di morali eroismi, nell'affermazione della fede, nelle lotte e nelle sofferenze, lasciando un esempio, la cui forza conquistatrice si palesa e si propaga di secolo in secolo fino ai nostri giorni, anzi più che mai ai nostri giorni, quando per salvare e custodire l'onore e il nome cristiano è necessario sostenere non dissimili lotte e affrontare non dissimili cimenti. Davanti a tali atleti, sul cui capo con l'alloro vittorioso della milizia cristiana s'intreccia spesso la palma del martirio, scompare ogni incertezza ed esitanza. L'ammonimento, che a così gran voce ci dà la loro vita eroica, non basta forse a snebbiare le menti, a rinvigorire i cuori, a rialzare le fronti dei Cristiani di oggi, rendendoli consapevoli della nobilissima dignità, anelanti all'eccelsa grandezza, pensosi della responsabilità, che infonde nei loro animi la professione cristiana?

QUATTRO NOTE CARATTERISTICHE DELLA GIOVINEZZA DELLA CHIESA

Di questa prima cristianità, ai cui inizi ci riconducono le prossime solennità dell'Ascensione e della Pentecoste, il profilo spirituale rifulge di quattro note caratteristiche e inconfondibili :

1) incrollabile certezza di vittoria, appoggiata su una fede profonda;
2) serena e illimitata prontezza al sacrificio e ai patimenti;
3) ardore eucaristico e interiorità, erompente dalla convinzione intima dell'efficacia sociale di un pensiero eucaristico su tutte le forme della vita sociale;
4) aspirazione verso una unità di spirito e di gerarchia sempre più compatta e infrangibile.

Questo quadruplice carattere della giovinezza della Chiesa presenta in ognuna delle sue note dominanti un appello e in pari tempo una speranza e una promessa per la Cristianità dei nostri giorni. Ma il vero Cristianesimo di oggi non è diverso dal primitivo. La giovinezza della Chiesa è eterna; perché la Chiesa non invecchia, mutando il passo secondo le condizioni del tempo, nel suo cammino verso l'eternità: i secoli che conta sono per lei un giorno, come sono un giorno i secoli che aspetta. La sua giovinezza dei tempi dei Cesari è la medesima che parla a noi.

1) Sicurezza di vittoria

La sicurezza di vittoria della primitiva Chiesa traeva alimento, franchezza e imperturbabilità dalle parole del Maestro; Ego vici mundum (Io. 16, 33): Io ho vinto il mondo! parole che ben potevano scriversi sul legno della sua croce, vessillo dei suoi trionfi. Fate che la Cristianità d'oggidì sia penetrata e infiammata dal vivo e luminoso fuoco di questa parola; e voi sentirete in cuore la tranquilla e dolce fiducia della vittoria che vi assicura: all'estremo scomparire di questi giorni tenebrosi, onde tanti sono e vivono atterriti e abbattuti, non avverrà ciò che paventano i pusillanimi, ma appariranno raggianti e appagate le speranze dei cuori fedeli e magnanimi.

La Chiesa di oggi non può ritornare puramente e semplicemente alle forme primitive del piccolo gregge iniziale Nella sua maturità, che non è vecchiezza, serba ritta la fronte, e nelle sue membra mostra immutato il vigore delle sua giovinezza; resta quella che fu dalla sua nascita, sempre la medesima. Non muta nel suo dogma e nella sua forza è inespugnabile, indistruttibile, invincibile. E immobile, incancellabile nel suo documento di fondazione, sigillato col sangue del Figlio di Dio; eppur si muove, eppure prende nuove forme con l'età in cui s'inoltra, facendo progresso non già mutamento nella sua natura, perché, disse mirabilmente Vincenzo di Lerino, la religione delle anime ha da imitare il modo dei corpi, i quali, sebbene nello svolgersi e crescere aumentino il numero dei loro anni, rimangono tuttavia quei medesimi che erano (Commonit. n. XXII - Migne PL t. 50 col. 668). Con alterezza potendo guardare impavida al suo passato e al gigantesco edificio quasi bimillenario di magistero e di disciplina, innalzata mercè il pieno schiudimento e chiarimento del deposito di verità ad essa affidato, non meno che per efficacia dell'irrobustimento e della perfezione della sua interna unità e dello sviluppo della sua liturgia, gravitante intorno al Sacrificio della Santa Messa, e ai Sacramenti, e, infine, per quel fermento dello spirito cristiano che più e più, conforme ai tempi, viene insinuandosi in tutte le forme e condizioni di vita; la Chiesa, pervenuta ormai alla matura sua missione di madre universale del popolo credente, davanti a bisogni e doveri più vasti, non consentirebbe, senza essere infedele a se stessa, di torcere i suoi passi verso le forme di vita e di azione dei primi tempi. Il Cenacolo è diventato un tempio maggiore di quel di Salomone; il piccolo gregge (Luc. 12, 32), moltiplicato, ha varcato i fiumi e i monti e va cercando tutti i pascoli della terra; il granello di senapa, come promise e volle il Signore, si è fatto un albero immenso, alla cui ombra posano i popoli. No; non vi può essere per la Chiesa, i cui passi Iddio dirige e accompagna nel corso dei secoli umani, non vi può essere per un'anima cristiana, che ponderi la storia nello spirito di Cristo, indietreggiamento verso il passato, ma solo ansia per avanzare verso l'avvenire e sollevarsi.

2) Prontezza al sacrificio

In un senso, tuttavia, il ritorno della Chiesa ai suoi inizi è ai nostri tempi una dura, ma nobile realtà. Come ai primordi e più che in non poche altre epoche, la divina fondazione di Cristo, benché non timida degli avversari, in più di una regione è oggi in lotta per la sua esistenza. L'ateismo pugnace, l'anticristianesimo sistematico, il freddo indifferentismo le fanno guerra, valendosi di concezioni e pensamenti che in nulla convengono con le pacate consuetudini delle elevate controversie, ma più volte si convertono nelle bassezze della violenza. Di nuovo oggi come allora, in alcuni Paesi, autorità dimentiche dei legami morali e proclivi a mutare il diritto colla forza rinfacciano ai cristiani le stesse infrazioni di legge che i Cesari dei primi secoli pretesero di rinvenire in Pietro e in Paolo, in Sisto e in Lorenzo, in Cecilia, in Agnese, in Perpetua, e nella innumerabile schiera di quegli innocenti, i quali ora splendono dell'aureola dei martiri quaggiù agli occhi della Chiesa e in cielo innanzi all'Agnello. E il delitto, che si rimprovera ai cristiani qual altro è mai se non la loro incrollabile fedeltà al Re dei re e al Signore dei dominanti?

Né per altra ragione anche oggi la viva fede nel Figlio di Dio, la sottomissione alla sua legge, l'unione spirituale con la sua Chiesa, l'adesione ai suoi rappresentanti terreni ha valso in alcuni luoghi una catena ininterrotta di sospetti e di contumelie, di rifiuti e di esclusione, di diminuzione di persona e di merito, di strettezze e di angustie, di povertà e di dolori, di miserie e di svantaggi e danni corporali e spirituali. In tali condizioni, timori e pericoli, che resta al tempo nostro, diletti figli, se non ogni ragione di rifarci all'età della prima Chiesa, e dai magnifici esempi di quei cristiani, dalla loro fede ardente, dal loro animo imperterrito, dalla loro cosciente sicurezza di vittoria, attingere, come da fonte di coraggio e di salvezza, nuova forza, nuovo impulso, nuova costanza, pensando che tutto ciò che essi hanno creduto, sperato, amato, implorato, operato, sofferto e gloriosamente meritato, è pur vita e gloria nostra e tesoro immarcescibile della Chiesa? La visione dei trionfi riportati dalla Chiesa primitiva raffermi e innalzi la vostra speranza e vi dischiuda l'orizzonte di nuovi trionfi nel tempestoso presente. Presto o tardi la transitoria sequela di imperversanti turbamenti non farà che mettere in più fulgida luce la verità consolante della parola dell'Apostolo prediletto : Haec est vittoria, quae vincit mundum, fides nostra (1 Io. S, 4).

Che se il sigillo del sangue, che, nelle prove di secoli di sofferenze e di sacrifici, abbelliva la giovinezza della Chiesa, ci appare oggi come il rubino più lampeggiante del suo diadema di trionfo; anche per la Cristianità dell'età nostra la grandezza della futura vittoria, conquistata nel fuoco di tormentose tribolazioni, corrisponderà alla generosità del sacrificio. La robusta e deliberata volontà di quegli eroi, qui nos praecesserunt cum signo fidei, potè forse venire abbattuta dal furore di un Nerone o di un Diocleziano o dalle insidiose arti di un Giuliano l'Apostata? La serenità della loro prontezza, senza limiti davanti a ogni genere di supplizi e di martirii, non si turbava né vacillava in mezzo a oltraggi sopra oltraggi, a ferite sopra ferite, a violenze e astuzie degli avversari di Cristo. Una cristianità, al cui sguardo quell'eroismo dei primi secoli sia sempre presente, non è mai che non rimanga fedele allo spirito della parola, scritta da Pietro, mentre infieriva la persecuzione: Sid quid patimini propter iustitiam, beati (1 Petr. 3, 14). Essa si mostrerà degna del retaggio dei padri, e, consapevole dell'altezza della sua missione, conseguirà, nell'ora da Dio preparata, duramente, ma gloriosamente, una pace, che la trarrà ad esclamare insieme con l'Apostolo delle Genti : Deo autem gratias, qui dedit nobis victoriam (1 Cor. 15, 57).

3) Ardore eucaristico

Ma donde mai coglieva vita e calore la coraggiosa fede dei primi cristiani? Dall'unione eucaristica con Cristo, fonte di condotta morale, pura e grata a Dio. Alla mensa del pane dei forti sentivano accendersi in cuore un ardore che diceva e diffondeva energia e pace; si sentivano fratelli e sorelle in Cristo, nutriti del medesimo pane e della medesima bevanda, uniti in fraterna società da un medesimo amore, da una medesima speranza che non fallisce, stretti da un interno e sublime vincolo che di mille cuori e mille anime fa un'immensa famiglia con un cuor solo e un'anima sola. Sull'altare, sotto il velo di cibo e di bevanda, si faceva presente il Dio delle anime loro e delle vittorie, che avrebbe innalzato i suoi labari al posto delle aquile romane per la conquista del mondo, di un mondo, di cui Roma sarebbe stata centro, non del potere, ma della fede.

E centro della fede è il pensiero eucaristico, come nei primi secoli, così ancora oggidì. Il suo incremento nella Chiesa e la sua irradiazione spirituale e vivificante sull'umanità tormentata da egoismo, da invidia, da contrasti, da contraddizioni, da secessioni dal dogma del Cenacolo, ha da farsi più vivo e potente a chiamare i cuori all'agape divina, a disghiacciarli, a infiammarli e preparare in essi il tepore per la primavera di un concerto di mente e di azione fraterna, che tutti aduni concordi e in pace intorno al Dio del tabernacolo. Nel santificante segno dell'Eucaristia la Chiesa di oggi porge gioiosa e commossa la mano alla Chiesa primitiva. La bontà e l'invito di Cristo, vivente in mezzo a noi, non vengono mai meno; e se Egli ha aperte le fonti del benefico e largo fiume eucaristico per mezzo dell'atto provvidenziale ispirato all'incomparabile Pio X, nella stessa misura in cui erano aperte nei primi secoli, pur ben considerava che il tempo, in cui noi viviamo, chiede da noi non minore fermezza di fede, non minore purezza di costume, non minore amore fraterno, non dissimile prontezza al sacrificio, onde fu grande e mirabile la prima età della Chiesa.

4) Unità di spirito e di gerarchia

Né meno mirabile e grande fu allora l'anelito della giovane Sposa di Cristo per la conservazione, l'ordine e il consolidamento di una inscindibile unità, che legasse fedeli e Gerarchi. Oggi, quando la separazione di tanti fratelli dalla Sede di Pietro è venuta a così tragiche conseguenze con danno di tutta la cristianità e con scemata efficacia della loro azione nel mondo, laddove l'unione vitale fra Pastore e gregge nel mondo cattolico estende e mostra sempre più evidenti i suoi benefici effetti, si eleva anche con maggior veemenza dal cuore dei fedeli di Cristo verso il cielo la preghiera ut unum sint; alla qual preghiera si associano molti altri, pur vivendo fuori della Chiesa visibile, con sincerità e bramosia, perché in un mondo avverso a Cristo stimano in pericolo fin l'esistenza del Cristianesimo.

E donde questa invocazione di unità di tutti i credenti potrebbe con impeto di più intima carità innalzarsi verso Colui, che primo la porse al Padre e illumina le menti e muove i cuori, se non da questo sacro colle, verso cui gli animi e gli orecchi del mondo cattolico in quest'ora si volgono, diretti ad Petri cathedram atque ad Ecclesiam principalem, unde unitas sacerdotalis exorta est (Cyprian. Epist. 59 ad Cornelium Rom. 14, 2); da quella rocca di verità e di salute, la cui alta e ampia mira nessuno comprese più profondamente e con più eloquenza descrisse di Leone Magno, Papa e Dottore della Chiesa, con le memorande parole : Beatus Petrus, Princeps Apostolici ordinis, ad arcem Romani destinatur imperii, ut lux veritatis, quae in omnium revelabatur salutem, efficacius se ab ipso capite per totum mundi corpus effunderet (Serm. 82 C. 3 - Migne PL t. 54 col. 424) ? Dove conviene che risuoni con maggior voce la preghiera ut unum sit, quando si ripensi alla primitiva Chiesa, unica e immacolata Madre di tutte le Chiese, se non in quella balza del Tevere, su cui, come seggio provvidenziale del primo Pietro e bastione spirituale del Cristianesimo, la grazia del cielo più apertamente e liberamente si manifestò; su quella sponda, i cui fasti, in una delle pagine più luminose, possono segnare il glorioso martirio del Principe degli Apostoli e l'eccelso privilegio di aver offerto l'ultima dimora ai suoi resti mortali?

RECENTI SCAVI NELLE GROTTE VATICANE

In questo dì, da questo sacro luogo, centro spirituale dell'orbe cristiano, proprio ai giorni nostri, mentre la Sposa di Cristo in varie partì ha da sostenere dure lotte e i suoi figli fedeli hanno da sopportare angustie molteplici per la loro aperta professione cristiana e per la loro devozione alla Chiesa, è per Noi, dilettissimi figli, un gaudio tutto particolare e nuovo il potervi annunziare e farvi udire il profondo grido, che, su dall'ombra avvolgente la tomba di Pietro, si sprigiona come appello della Cristianità passata alla Cristianità presente, e alla Nostra voce aggiunge, con provvido accordo, la rinata sua forza persuasiva.

Anche l'arena Vaticana, stiamo per dire, ha le sue catacombe. Gli scavi iniziati e proseguiti per Nostra disposizione, sebbene non ancora venuti a termine, nelle Grotte della Basilica Vaticana, di cui già, or è più di un anno, abbiamo fatto qualche cenno in occasione dello scoprimento del sepolcrale monumento del Nostro indimenticabile Predecessore, non ristanno dallo spargere nuova e larga luce appunto su quei primi tempi in cui il Vangelo della croce prendeva a risuonare per piantarne la radice della sua spirituale attrattiva nel suolo romano, e la giovane Chiesa si accingeva a salire l'aspro e cruento sentiero di quella lunga e secolare via dolorosa, che doveva condurla sotto Costantino al pacifico trionfo.

IMPORTANTI SCOPERTE ARCHEOLOGICHE

Già i lavori dell'anno testè decorso avevano rivelato, sotto la gran navata della Basilica, in linea diretta verso la Confessione, con accertamento non prima raggiunto, l'esistenza di un grande cimitero pagano, i cui caratteristici monumenti fin dal primo secolo, erano sorti entro i termini di un'area perpetuae sepulturae tradita, già avanti in uso. Questa necropoli precristiana fornì chiarissima prova della esattezza della tradizione romana, la quale precisamente dentro la superficie di un tale cimitero pagano aveva cercato il sepolcro del Principe degli Apostoli.

Avanzando i lavori, ecco apparire le linee fondamentali della Basilica di Costantino in tutte le sue parti sostanziali con chiarezza sempre maggiore; e di grado in grado ecco manifestarsi le non comuni difficoltà, che l'architetto imperiale ebbe a superare, così dal lato tecnico, come dal lato psicologico, nel concepire e attuare la sua opera grandiosa. Chiunque discenda in questi scavi e si fissi ad esaminare e ponderare gli enormi ostacoli del terreno scabroso e irregolare del Vaticano, vinti per porre le fondamenta, per livellare un'area sepolcrale, con i suoi monumenti numerosi e cari, veneranda anche alla Roma pagana e a molte famiglie, trova in quei superbi ruderi, che oggi si mostrano a noi, la prova più convincente che l'Imperatore non potè né dovè seguire nella scelta del luogo per la sua Basilica ragioni di opportunità, ma che il sito gli fu imposto dalla precisa posizione del sepolcro dell'Apostolo.

Con la scorta di tali criteri e col sussidio di uno studio comparativo delle fonti corrispondenti, non è stato poi malagevole scoprire l'antica Confessione semicircolare, rimontante forse ai tempi di S. Gregorio Magno, sulle cui marmoree mura, fin dall'inizio del medio evo, innumerevoli pellegrini lasciarono inciso a ricordo il segno della santa croce.

Dal Settembre dello scorso anno fino ad oggi sono state ritrovate oltre mille e cinquecento monete, antiche e medievali, le quali dimostrano che quei pii pellegrini venivano non solo numerosi da Roma e dall'Italia, ma, si può dire, da ogni altra parte del mondo allora conosciuto : prima fra tutti la Francia, rappresentata dalle monete dei suoi Arcivescovi, Vescovi e Abati, dei suoi Re, dei suoi Duchi, Conti, Visconti, Signori; poi la Germania, i Paesi Bassi, la Svizzera, la Spagna, l'Inghilterra, la Boemia, la Livonia, l'Ungheria, la Slavonia, l'Oriente latino.

Ma nella sua parte centrale, ove si elevano, uno sopra l'altro, tre altari di epoca diversa, lo zelo indefesso degli indagatori ha rinvenuto, semplice nella sua forma, un monumento, a cui però, molto prima dell'età costantiniana, la devozione dei fedeli aveva dato il carattere di venerando luogo di culto. Ciò testimoniano i graffiti, che si scorgono nell'interno del monumento su una parete, mostranti la stessa forma di quelli che presentano le tombe dei martiri nei cimiteri cristiani. Questi graffiti, che ci riconducono ai tempi delle persecuzioni, ci forniscono la certezza storica di qui possedere i resti di quel tropaeum, del quale il presbitero Gaio parlava circa l'anno 200 d. C. con la sua espressione giubilante, tramandataci da Eusebio: Ego autem Apostolorunr tropaea possum ostendere (Hist. Eccl. l. II c. 25 - Migne PG t. 20 col. 210): parole che ora ci fanno rivedere Gaio, ancora una volta, come presente nelle mistiche tenebre delle Grotte Vaticane. Al richiamo che Eusebio medesimo fa dei Petri Paulique nomine insignita monumenta, quae in urbis Romae coemeteriis etiamnum visuntur (ibid. l. c.), aggiungete anche l'impetuosa domanda del Dottore della Chiesa Girolamo al presbitero Vigilanzio: Male facit ergo Romanus episcopus, qui super mortuorum hominem Petri et Pauli, secundum nos ossa veneranda, secundum te vilem pulvisculum, offert Domino sacrificia et tumulos eorum Christi arbitratur altaria? (Contra Vigil. cap. 8 - Migne PL t. 23 col. 361-362); e voi vedrete quanto queste ed altre testimonianze ricevono nuova luce e forza dalle scoperte e dagli accertamenti fin qui fatti. Tutte si compongono e si accordano in armonica unità insieme col linguaggio dei monumenti rinvenuti, in cui saxa loquuntur. E da questa armonia di tante voci non erompe forse potente il grido di certezza e sicurezza indefettibile della Chiesa primitiva, cresciuta nella sofferenza e nella lotta; grido che essa rivolge, quale ammonimento di fede e speranza di vittoria, a coloro che sono chiamati ai nostri giorni torbidi, ma forieri di grandi e decisivi eventi, così per conservare o ridonare all'umanità errabonda e assetata di pace le benedizioni del Redentore, come per assicurare alla Croce di Cristo entro il vallo di questa umanità quell'ara che ad essa e solo ad essa compete?

LA CHIESA E IL CONFLITTO MONDIALE

La divina missione della Chiesa, fondata immobile sulla rupe di Pietro, come non ha limiti di spazio sulla terra, non ha nella sua azione limite che il tempo dell'umanità; ma al pari del volgere di ogni età, anche il momento presente offre e impone a lei nuovi e particolari propositi, doveri e cure. Le grida di soccorso, che ogni giorno a Noi vengono rivolte, Ci direbbero, se già non lo sapessimo, che cosa domandi ed esiga dalla Chiesa quest'ora che incalza e preme: porre in azione la sua autorità, perché il presente immane conflitto abbia fine, e il fiume di lacrime e di sangue metta foce in una pace per tutti equa e duratura.

La Nostra coscienza Ci rende testimonianza che dal momento, in cui l'arcano disegno di Dio affidò alle Nostre deboli forze il peso, oggi tanto gravoso, del Sommo Pontificato, abbiamo, sia avanti lo scoppio della guerra, sia durante il suo corso, lavorato per la pace con tutto il Nostro animo e vigore e nell'ambito del Nostro ministero apostolico. Ma ora che i popoli vivono nell'ansia dolorosa di attese nuove operazioni imminenti, cogliamo l'opportunità offertaCi dall'odierna ricorrenza, per dire, ancora una volta, una parola di pace; e la diciamo, coscienti come siamo di assoluta imparzialità verso tutti i belligeranti, e con pari affetto, senza alcuna eccezione, verso tutti i popoli.

Ben sappiamo come, nello stato delle cose d'oggi, non avrebbe fondata probabilità di buon successo il formulare particolareggiati propositi per una pace giusta ed equa. Anzi ogni volta che si pronunzia una parola di pace, si rischia di offendere l'una o l'altra parte; infatti, mentre gli uni fanno fondamento sui risultati ottenuti, gli altri ripongono la loro speranza sui futuri combattimenti. Se però il raffronto presente delle forze, dei guadagni e delle perdite nel campo politico e militare non fa scorgere immediate possibilità pratiche di pace; le distruzioni prodotte dalla guerra fra i popoli nel campo materiale e spirituale vengono intanto accumulandosi a tal segno, da invocare, a fermarne il crescere, ogni sforzo che valga per raggiungere una rapida fine del conflitto. Pur prescindendo da arbitrarie violenze e crudeltà, contro le quali in precedenti circostanze abbiamo levato la Nostra voce ammonitrice — e lo facciamo oggi con più viva insistenza scongiurante, anche di fronte a minacce di procedimenti ancor più micidiali —, la guerra, già per se stessa, con la perfetta tecnica delle armi, cagiona inaudite pene, stenti e sofferenze ai popoli. Il Nostro pensiero va ai valorosi combattenti, alle moltitudini che vivono nelle zone di operazioni, in territori occupati o entro il proprio paese. Pensiamo — e come non potremmo pensare? — ai caduti, ai milioni di prigionieri, alle madri, alle mogli, ai figli, pur nel vivo loro amor di patria in preda ad angoscia mortale; pensiamo alla separazione degli sposi, allo sfacelo della vita familiare, alla carestia e alla penuria economica. Ognuno di quei nomi di mali e di rovine non dice forse un numero senza numero di casi strazianti, nei quali si assomma e si condensa quanto di più lacrimevole, acerbo e tormentoso siasi giammai rovesciato sopra l'umanità, così da far paventare un prossimo avvenire di gravi e oscuri cimenti economici e sociali?

Se per decenni un gigantesco studio e sfoggio d'intelligenza e di buon volere si era consacrato a escogitare e attuare una soluzione della questione sociale; oggi i popoli devono osservare come le ricchezze nazionali, la cui saggia amministrazione a pubblico vantaggio costituiva uno dei fondamenti di quella soluzione, sono impiegate, a centiniaia di miliardi, per distruggere beni e vite.

LA GUERRA E LA FAMIGLIA

Ma dalle angustie e dai travagli familiari, da Noi accennati, sorge, dietro al fronte di guerra, e si estende ormai per tutto il mondo, un altro vastissimo fronte, il fronte delle famiglie angosciate e ferite. Avanti il conflitto alcuni popoli, ora in armi, non valevano neppure ad equiparare le culle alle tombe; e, al presente, la guerra, lungi dal porvi rimedio, minaccia di sospingere a rovina i nuovi ceppi della famiglia fisicamente, economicamente e moralmente.

Ai Reggitori delle Nazioni vorremmo quindi dirigere una paterna voce di ammonimento: La famiglia è sacra; essa è la culla non solo dei figli, ma ancora della Nazione e della sua forza e della sua gloria. Non si stranii né si devii la famiglia dall'alto scopo voluto da Dio! Che lo sposo e la sposa, in fedele compimento dei loro doveri coniugali e familiari, trasmettano nel focolare domestico la fiaccola della vita corporea e, con essa, la vita spirituale e morale, la vita cristiana, alle novelle generazioni: questo vuole Iddio. Che nella famiglia, sotto la custodia dei genitori, crescano uomini di franco carattere e di retta capacità, futuri membri preziosi e senza macchia dell'umano consorzio, virili nei cimenti lieti e tristi, ubbidienti a chi comanda e a Dio : tale è la volontà del Creatore. Non si faccia del tetto familiare, e con esso anche della scuola, solo il vestibolo di un campo di lotta; non si stacchino, in maniera duratura, l'uno dall'altro, gli sposi; non si separino i figli dalla vigile custodia corporale e spirituale dei genitori; non si inaridiscano di frutto i proventi e le fortune della famiglia.

Unanime è il grido che dal fronte della famiglia giunge a Noi: rendeteci alla nostra professione di pace! Se vi sta a cuore l'avvenire dell'umanità, se la vostra coscienza, davanti a Dio, dà qualche peso a ciò che valgono per l'uomo i nomi di padre e di madre e quel che fa la vera felicità dei vostri figli, restituite la famiglia alla sua opera di pace!

ESORTAZIONE ALLA PACE

Come patrocinatore di questo fronte della famiglia, — dal quale voglia Iddio tener lontano ogni aperta via di malaugurati e funesti turbamenti! — Noi rivolgiamo un caldo e paterno appello agli Uomini di Stato, perché non si lascino sfuggire occasione alcuna, la quale possa schiudere ai popoli la strada ad una onesta pace di giustizia e di moderazione, ad una pace procedente da una intesa libera e feconda, anche se non dovesse corrispondere in tutti i punti alle loro aspettazioni. Il fronte universale della famiglia, che al fronte di guerra ha tanti cuori di padri, di sposi e di figli, i quali fra pericoli e travagli, tra speranze e brame, palpitano del doppio amore di patria e del tetto domestico, si rischiarerà e tranquillerà nella visione di un nuovo orizzonte. La riconoscenza dell'umanità e anche il consenso della propria Nazione non saranno per mancare a quei nobili e generosi Governanti, che, mossi non da debolezza, ma da senso di responsabilità, sceglieranno la via e il terreno della moderazione e della saggezza, quando s'incontreranno con l'altra parte, dominata anch'essa dei medesimi sentimenti.

Con questa fiducia, non resta, diletti figli, che innalzare al Padre delle misericordie e dei lumi della sapienza, infocate preghiere, perché affretti il sorgere dell'aurora di tanto bramato giorno. a Domandate e riceverete», ci inculcò il divin Redentore, Principe di Pace, che, mite e umile di cuore, a sé ci invita per porgerci ristoro nei nostri affanni e travagli. Rianimiamo in noi stessi lo spirito di amore. Teniamoci pronti con la nostra fede e col nostro braccio a cooperare, dopo il più esteso, desolato e cruento eccidio della storia, al formidabile e immenso lavoro di riedificazione e di risanamento, per ricostruire dal cumulo di rovine materiali e morali un mondo, cui unisca e paci-fichi il legame fraterno, un mondo, in cui, con l'aiuto del l'Onnipotente, nova sint omnia, corda, voces et opera (Hymn. ad Matut. in Festo SS.mi Corp. Christi).


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, IV,
  Quarto anno di Pontificato, 2 marzo 1942 - 1° marzo 1943, pp. 69-85
  Tipografia Poliglotta Vaticana

 



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