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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII
AI PARTECIPANTI AL CONGRESSO
NAZIONALE ITALIANO DI APICULTURA*

Giovedì, 27 novembre 1947

 

La vostra presenza in così gran numero, il vostro desiderio di trovarvi adunati dinanzi a Noi, diletti figli, Ci procura un vero conforto, onde vi esprimiamo di cuore la Nostra gratitudine e per i vostri omaggi e per i vostri doni, gli uni e gli altri particolarmente graditi. Al di sopra del valore materiale o tecnico, il lavoro che essi rappresentano offre, per la sua natura e per il suo significato, un interesse psicologico, morale, sociale, anzi anche religioso, di non lieve pregio. Le api non sono state forse unanimemente cantate dalla poesia non meno sacra che profana, di tutti i tempi?

Queste api, mosse e dirette dall'istinto, vestigio e testimonianza visibile della sapienza invisibile del Creatore, quali lezioni danno agli uomini, che sono — o dovrebbero essere — guidati dalla ragione, vivo riflesso dell'intelletto divino!

Esempio di vita e di attività sociale, in cui ciascuna categoria ha il suo ufficio da adempiere, e lo adempie esattamente — si sarebbe quasi tentati di dire : coscientemente —, senza invidia, senza rivalità, nell'ordine, nel posto ad ognuna assegnato, con cura ed amore. Anche l'osservatore più inesperto in materia di apicultura ammira la delicatezza e la perfezione di quel lavoro. Ben differente dalla farfalla che volteggia di fiore in fiore per puro sollazzo, dalla vespa e dal calabrone, aggressori brutali, che sembrano non voler far altro che il male, senza vantaggio di alcuno; l'ape penetra sino al fondo del calice, diligente, attiva e così delicata che, una volta raccolto il suo prezioso bottino, lascia dolcemente i fiori, senza aver menomamente leso il leggiero tessuto della loro veste, senza aver fatto perdere a un solo dei loro petali la sua immacolata freschezza.

Poi, carica del nettare profumato, del polline, del pròpoli, senza giri capricciosi, senza ritardi indolenti, rapida come una freccia, con un volo di una precisione impeccabile e sicura, rientra nell'alveare, ove il lavoro coraggioso prosegue intenso, per la elaborazione delle ricchezze accuratamente raccolte e la produzione della cera e del miele. Fervet opus, redolentque thymo fragrantia mella (Vergil. Georgic. 4, 169).

Ah ! se gli uomini sapessero e volessero ascoltare la lezione delle api; se ciascuno sapesse compiere, nell'ordine e nell'amore, al posto fissato dalla Provvidenza, il suo dovere quotidiano;

se ciascuno sapesse gustare, amare, mettere in valore, nella collaborazione intima del focolare domestico, i piccoli tesori accumulati durante la sua giornata di lavoro fuori di casa;

se gli uomini sapessero con delicatezza, con eleganza — per parlare secondo il linguaggio umano —, con carità — per parlare cristianamente —, nelle relazioni coi loro simili, trarre profitto da ciò che questi hanno concepito di vero e di bello nel loro spirito, da ciò che essi portano di onesto e di buono nell'intimo fondo del loro cuore, senza offenderli per indiscrezione o per stoltezza, senza alterare la verginità del loro pensiero o del loro amore ;

se sapessero assimilarsi, senza gelosia e senza orgoglio, le ricchezze acquisite a contatto coi loro fratelli ed elaborarle alla lor volta con la meditazione e il lavoro della loro propria mente e del loro proprio cuore;

se, in una parola, imparassero a fare per virtù d'intelligenza e di saggezza, quel che le api fanno per istinto: quanto migliore sarebbe il mondo !

Lavorando, come le api, nell'ordine e nella pace, gli uomini apprenderebbero a gustare e a far gustare agli altri il frutto delle loro fatiche, il miele e la cera, la dolcezza e la luce nella vita di quaggiù.

Invece, quanto spesso, pur troppo, essi guastano le cose migliori e più belle con la loro asprezza, la loro violenza, la loro malizia; quanto spesso non sanno in tutto cercare e trovare che la imperfezione ed il male e, snaturando persino le intenzioni più rette, volgere in amarezza anche il bene.

Imparino dunque a penetrare con rispetto, con fiducia, con carità, discretamente ma profondamente, nella mente e nel cuore dei loro simili; allora sapranno, come le api, scoprire nelle anime più umili il profumo di nobili qualità, di eminenti virtù, talvolta ignorate da quelli stessi che le posseggono; sapranno discernere nel fondo delle intelligenze più ottuse, degli spiriti più incolti, nel fondo stesso dei pensieri dei loro avversari, almeno qualche traccia di sano giudizio, qualche barlume di verità e di bontà.

Quanto a voi, diletti figli, che, chini sui vostri alveari, compite con ogni cura le più varie e delicate operazioni apistiche, lasciate che il vostro spirito si levi a un mistico volo, per gustare la soavità di Dio, la dolcezza della sua parola e della sua legge (Ps. 18, 2; 118, 103), per contemplare la luce divina, di cui è simbolo la fiamma accesa sul cero, prodotto della madre ape, come la Chiesa canta nella mirabile sua liturgia del Sabato Santo: « Alitar enim liquantibus ceris, quas in substantiam pretiosae huius lampadis apis mater eduxit ».

Con tale augurio impartiamo di cuore a voi, diletti figli, a tutti gli apicultori d'Italia, a tutti coloro che vi sono cari, la Nostra paterna Apostolica Benedizione.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, IX,
 Nono anno di Pontificato, 2 marzo 1947- 1° marzo 1948, pp. 365-367
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 



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