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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO PP. XII
ALLE PARTECIPANTI AL CONGRESSO DELLA UNIONE MONDIALE
 DELLE ORGANIZZAZIONI FEMMINILI CATTOLICHE*

Sala Regia - Giovedì, 24 aprile 1952

 

Certi, come siamo, del grande contributo che le donne possono dare alla causa della pace, rivolgiamo questo paterno Messaggio a voi, madri, spose, fanciulle di ogni nazione, e particolarmente a voi, Donne cattoliche, di cui Ci è nota la filiale devozione al Vicario di Cristo, e per Lui, a Gesù stesso, che della pietà muliebre tante squisite prove ebbe nel corso della sua vita mortale.

Ansiosi sempre di promuovere con ogni mezzo l'opera della pace, finchè la sua iride non avvolgerà stabilmente la terra, vogliamo affidare anche a voi, dilette figlie, — che, essendo la tranquillità dell'ordine condizione essenziale di una sana vita femminile, forse meglio di altri ne stimate il pregio — l'arduo ma sublime ufficio di lavorare per la pace.

Proprio in questa Roma, che il Re pacifico della umana famiglia fece sua, quasi a consacrare ed elevare quella pace universale, che l'Impero di Augusto si era proposta ed aveva in qualche modo attuata, si è riunito un Congresso, rappresentante le Donne cattoliche di tutto il mondo, per esprimere solennemente il loro desiderio di pace, affermare la loro volontà, di esigerla da coloro che hanno il potere di darla quaggiù, studiare i mezzi concreti ed offrire la loro azione per ottenerla, in nome di Dio e sul fondamento dei principi cristiani.

Non è invero una voce nuova la vostra, e neppure l'ultima venuta tra tante che da ogni dove s'innalzano in favore della pace; ma è certamente tra le più sincere e, abbiamo motivo di augurarci, feconda. Chi potrebbe infatti dubitare della sincerità di una donna, quando invoca la pace, di cui è la prima cliente, o quando detesta la guerra, di cui sarebbe la vittima più compassionevole? Tale fu ella sempre. L'antico mito della dolente Andromaca, da funesta guerra condannata alle lacrime di vedova, di madre d'orfano, e poi di esule e di schiava, rimane, sia pure quale epica leggenda, la personificazione delle immani tragedie, in cui le guerre di ogni tempo travolsero la donna, e di quelle anche più atroci a lei riserbate dai moderni e totali conflitti.

Milioni di uomini e di donne, che possono dirsi superstiti dell'ultima conflagrazione, ne conservano ancora, vive nella memoria, le orride immagini. Madri coi bambini al petto abbattute con le macerie delle loro case; altre straziate da ferite; altre impietrite dal dolore d'improvvisi lutti, come se qualche cosa della loro vita si fosse ad un tratto spezzata. Altrove, in torme innumerevoli, esse, cui la casa è tutto, costrette ad andare raminghe di luogo in luogo, sospinte dagli eserciti, incalzate dagli spaventi, coi bambini al collo in pianto per fame o malattie. Madri e spose per lunghi anni ignare della sorte dei loro cari; talune anzi, per incredibile insensibilità di governanti, i cui atti sono troppo diversi dalle parole, fino ad oggi nell'atroce angoscia del dubbio: sarà vivo mio figlio? E vergini gettate al ludibrio, e famiglie senza più un sostegno, e fanciulle cui fu infranto per sempre il sogno della loro vita. Ecco la donna nel tempo di guerra!

Hanno mai riflettuto con cuore di figli a siffatte tragedie quei reggitori di popoli, i quali non diremo che accarezzino pensieri e desideri di guerra, ma che pongono e mantengono condizioni di cose tali da suscitare il pericolo di guerra, e forse, da parte di popoli ingiustamente oppressi, (orribile a dirsi!) perfino desiderabile, quasi estrema speranza di legittima liberazione? Ma su chi ricade la responsabilità di cosi esasperato desiderio?

Quelle circostanze di vita, che impongono le guerre, come i disagi, le durezze, gli spaventi subitanei, le anormalità in genere, se anche trovano nell'uomo, cui è vanto il temprarsi alle asprezze, un qualche adattamento, sono invece ben spesso disastrose fisicamente e moralmente per la donna.

Ora il timore che (Dio non voglia!) tanto male abbia a rinnovarsi, muove le donne di ogni regione del mondo ad invocare ardentemente la pace. Questa invocazione, come Padre comune, abbiamo spesso raccolto dalle loro labbra e oggi facciamo Nostra per dire a coloro, nelle cui mani è la fatale scelta tra la spada e l'ulivo: Guardate con occhi di figli alle ansie di tante madri e spose, fra le quali sono anche le vostre, e fate che abbiano sulla bilancia delle vostre deliberazioni maggior peso che non le ragioni di prestigio, gl'immediati vantaggi, ovvero, se è il caso, i sogni utopistici ispirati da teorie mal fondate sulla reale natura degli uomini e delle cose. Non chiedete alle donne inutili eroismi; già tanti esse ne debbono compiere nella vita ordinaria per la patria e per la umana famiglia!

Tuttavia il sentimento, che induce le donne ad aborrire la guerra, a nulla approderebbe, nè mai diverrebbe valido contributo alla causa della pace, se non fosse trasformato in desiderio positivo di restaurare dappertutto il senso della fraternità, sostenuto dalla coscienza di un dovere superiore di carità, avvalorato dalla prontezza a praticare intorno a sè la giustizia, di cui la pace è opera; in una parola, se il sentimento non divenisse azione condotta secondo gli essenziali principi cristiani. Quali siano in particolare questi principi e come essi determinino l'azione della Chiesa e dei cattolici, Noi abbiamo recentemente esposto nel Nostro Messaggio Natalizio, del 24 dicembre scorso, sulla missione della Chiesa a favore della pace (Acta Ap. Sedis, vol. 46, 1952, p. 11-15).

In ciò il vostro grido di pace, dilette figlie, si distingue nettamente da quello di altre donne, del quale siamo lontani dal mettere in dubbio la sincerità, ma che vediamo pur troppo sovente dissacrato con l'essere volto a fini diversi, quando anche non viene condotto a tramutarsi in clamore di esacerbazione e di odio. In ogni modo è certo che qualsiasi invocazione di pace, cui si sottragga il fondamento della concezione cristiana del mondo, è condannato a risonare nel deserto dei cuori, come grido di naufraghi nelle vuote distese dell'oceano.

In tal guisa voi, Donne cattoliche, siete messaggiere e fautrici di pace in virtù del titolo stesso di cui vi fregiate, perchè cattolico è in qualche modo sinonimo di pacifico. E benchè il dovere di cittadine del vostro Paese esiga da voi la pronta risoluzione d'immolarvi per la patria, se questa fosse davvero ingiustamente aggredita e minacciata nei suoi vitali diritti, più naturalmente invece e con maggior fervore siete disposte a dare il vostro contributo per creare quelle condizioni interne ed esterne, che assicurano la tranquillità dell'ordine.

Quest'azione, diretta ad assopire gli odi, a vincolare fraternamente i popoli, a rimuovere le cause materiali dei conflitti, quali la miseria, la disoccupazione, gl'impedimenti alla emigrazione, e simili, la Chiesa e la umanità attendono da voi.

È una duplice azione. Da un lato, un'azione psicologica e moralizzatrice, che meglio di altri il vostro tatto delicato può intraprendere : attrarre gli uomini a gustare i beni celesti; indurli dolcemente all'austerità, o almeno alla serietà e morigeratezza della vita; irradiare per ogni dove lo spirito di mitezza, il senso della fraternità fra tutti i figli di Dio, la coscienza dell'obbligo di rinunziare ad ingiuste ricchezze, rinunziando voi stesse per prime a un tenore lussuoso di vita; soprattutto, quasi sintesi e coronamento dell'azione spirituale, educare cristianamente la fanciullezza secondo la visione cristiana del mondo rivelataci dal Salvatore. A chi, praticamente, se non alle madri, è affidata la prima trasmissione del messaggio evangelico? Sapienza e bontà della Provvidenza divina! Essa ha disposto che ogni generazione, al suo nascere, debba passare per la soave scuola della donna — cui si affianca la Madre comune, la Chiesa —, perchè riattinga ogni volta quella bontà, quella dolcezza, quella pietà, che in lei sono ingenite. Senza questo periodico ritorno alla buona fonte, l'umanità in breve tempo, cedendo alle durezze e alle aspre lotte della vita, decadrebbe verso la più miserevole selvatichezza. Indirizzate dunque voi, che per dovere naturale e per divina missione plasmate le anime dei fanciulli, la nuova generazione ai sensi della universale fraternità e all'aborrimento della violenza. Azione troppo remota : dirà forse qualcuno. No; è un'azione che costruisce in profondità, e quindi fondamentale ed urgente. Come le guerre, almeno moderne, non scoppiano all'improvviso, ma per lunghi anni maturano in germe nei cuori, così la pace vera, stabile, giusta, non sboccia al primo raggio di sole di un sentimento o di una chiamata.

Vi è poi un'azione esterna, poichè, se in altre età l'influsso della donna si restringeva alla casa e intorno alla casa, ai nostri tempi essa si estende (piaccia o no) a sempre più vasto campo : la vita sociale e pubblica, i parlamenti, i tribunali, il giornalismo, le professioni, il mondo del lavoro. Porti la donna in ciascuno di questi campi la sua opera di pace. Se veramente tutte le donne da quell'innato sentimento, che fa loro aborrire la guerra, passassero all'azione concreta per impedirla, sarebbe impossibile che la somma di tanti sforzi, i quali fanno leva su ciò che meglio piega le volontà, vale a dire la pietà e l'amore, sarebbe impossibile, diciamo, che non conseguisse il suo fine.

A rendere più fecondi questi sforzi venga l'aiuto divino invocato con la preghiera, che la donna, pia per natura, con maggior costanza suole elevare a Dio. Come la preghiera della misericordiosa vostra Regina e Madre, nelle nozze di Cana sollecita ed inquieta per l'imbarazzo e il turbamento degli sposi, seppe muovere la volontà di Gesù a mutare l'acqua in vino, « il vino che i raffinati chiamano l'anima dei conviti » (Bossuet, Sermon pour le II Dinianche après l'Epiphanie); così la supplica vostra, modellata sul fervore di fede della Vergine Santissima, tramuti il volere degli uomini dall'odio all'amore, dall'avidità alla giustizia.

Diette figlie! Voi conoscete i grandi beni, di cui la donna è debitrice al Cristianesimo. Quando esso apparve sulla terra, la coltura pagana spesso non esaltava la donna se non per il complesso di doti esterne ed effimere, o per la finezza dei sentimenti. Questa visione estetica e questo senso intimo assursero anzi alle forme più alte e più delicate. La passione freme in versi di fattura squisitissima nelle opere immortali dei poeti dell'età di Augusto, e le statue degli dèi abbellivano, creazioni divine dell'arte, le vie e i fori, i templi e gli atri dei sontuosi palazzi. Eppure anche tutto ciò era vuoto e superficiale. Nè Atene nè Roma, fari di civiltà, che pure tanto lume di natura sparsero sui vincoli familiari, riuscirono, nè con le alte speculazioni della filosofia, nè con la sapienza delle legislazioni, ad elevare la donna all'altezza che alla sua natura si addice. Il Cristianesimo invece, primo e solo, pur non disconoscendo quei pregi esterni ed intimi, ha scoperto e coltivato nella donna missioni e uffici, che sono il vero fondamento della sua dignità e la ragione di una più genuina esaltazione. In tal guisa nuovi tipi di donna balzano e si affermano nella civiltà cristiana, come quelli di martire della religione, di santa, di apostola, di vergine, di autrice di vasti rinnovamenti, di lenitrice di tutte le umane sofferenze, di salvatrice di anime perdute, di educatrice. Man mano che maturano i nuovi bisogni sociali, anche la sua missione benefica si espande e la donna cristiana diviene, come è oggi a buon diritto, non meno che l'uomo, un fattore necessario della civiltà e del progresso.

Appunto in questo quadro Noi vediamo la odierna vostra opera pacificatrice, la più ampia forse finora assegnatavi dalla Provvidenza, la più sociale e salutare, che abbiate mai avuta ne in passato. Abbracciatela come missione di Dio e della umanità; dedicatele le vostre più assidue cure, secondando quei suggerimenti, che una parte eletta di voi ha intrapreso a studiare e a promuovere nel Congresso Internazionale delle Donne cattoliche, persuase che nulla potreste fare di meglio a salvezza delle vostre Patrie e dei vostri figli, nè di più conforme ai desideri del Vicario di Cristo. Su voi tutte, quindi, dilette figlie sparse sulla terra, e in particolar modo su voi, Donne cattoliche, come sulle singole partecipanti al Congresso romano, invochiamo dall'Onnipotente luce e grazia, in auspicio delle quali v'impartiamo con effusione di animo la Nostra paterna Apostolica Benedizione.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XIV,
 Quattordicesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1952 - 1° marzo 1953, pp. 91 - 96
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 A.A.S., vol. XXXXIV (1952), n. 7-8, pp. 420 - 424.

 



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