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 DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII 
AI
PARTECIPANTI AL CONVEGNO DEL CLERO
ADDETTO ALLA CENSURA DEI LIBRI
SVOLTOSI A ROMA

Lunedì, 13  febbraio 1956

 

A coloro che hanno partecipato
a Roma al Convegno del Clero
addetto alla censura dei libri.

L’intimo conforto che proviamo nell’accogliervi alla Nostra presenza, diletti figli addetti alla critica del libro, è pari alla viva sollecitudine che a Noi deriva dall’ufficio di Pastore, cui spetta, tra l’altro, l’obbligo di adoperarsi premurosamente, affinché siano indicati al gregge di Cristo i sani pascoli dello spirito, costituiti oggi, in considerevole parte, dalle letture.

Ci torna pertanto di vivo gradimento la vostra eletta adunanza, poiché in ciascuno di voi Ci pare di riconoscere un valido e fido cooperatore nel nostro ministero pastorale, ed in tutti, un potente argine alla straripante marea di pubblicazioni di poco o di nessun valore, che minacciano di sommergere nel fango dell’errore o della perversione l’alta dignità della umana natura. Non occorre qui rilevare quanto grandi siano la necessità, la nobiltà e l’importanza di una retta critica, giacché la vostra ferma persuasione del considerevole influsso, che le letture esercitano sul costume e sulla sorte dei singoli e della comunità, vi ha indotti ad abbracciare l’ardua fatica che impone al critico la vasta produzione letteraria dei nostri giorni. In una società, come la presente, tanto gelosa di esercitare il diritto della libertà di stampa, la critica degli onesti, fondata sopra un più sacro diritto, è certamente una delle forme più idonee per impedire che il male dilaghi e soprattutto che venga divulgato, sotto l’uno o l’altro pretesto, come bene; ferme restando la legittimità e la necessità, in taluni casi di più grave minaccia per le anime, dell’intervento di una superiore autorità. Tuttavia la critica esercitata secondo le norme della verità e dell’etica è forse più consona alla mentalità dell’uomo moderno, che ama di formarsi da sé un giudizio di valutazione, ove ne sia in grado, aiutato dal critico, che riesce ad ispirargli fiducia.

Ma voi non intendete di restringere la vostra attività ai soli aspetti morali del libro, bensì di estenderla anche agli altri, particolarmente scientifici, letterari ed artistici, in modo da essere critici compiuti, dai quali il grande pubblico e gli stessi periti possono attendersi un giudizio, per quanto è possibile, esauriente. È chiaro che tale completezza della critica cattolica non solo ne rinsalda l’autorità dinanzi al pubblico, ma la rende positivamente benemerita della cultura, secondo la perenne tradizione della Chiesa, sempre attenta nel seguire il corso e gli sviluppi del pensiero e della forma. Le altezze o le bassezze, a cui si eleva o in cui sprofonda la letteratura, specialmente odierna, dipendono in notevole parte dai critici, secondo il grado di perspicacia, di onestà e di forza d’animo che essi dimostrano di possedere.

Assegnate in tal modo al critico così grandi responsabilità, sarà opportuno di esporre alcuni fondamentali principî, cui deve conformarsi l’opera sua, se si vuole che questa consegua efficacemente lo scopo di guidare gli animi per sentieri sicuri.

Per facilitare il conseguimento di tal fine, Noi considereremo separatamente il soggetto della critica e poi il suo oggetto. Oggi parleremo del primo punto, rimandando la trattazione del secondo (che Ci sembra il più importante) ad altra occasione, se sarà il caso.

I

L’ufficio di guidare e consigliare gli altri nello scegliere e valutare le letture non avrebbe senso, se non si supponesse nei lettori la disposizione d’animo ad accettare gli altrui suggerimenti. Ogni sforzo del critico riuscirebbe pertanto vano presso coloro che rifiutassero, per partito preso, di riconoscere la scienza e la competenza di lui e, per conseguenza, non riponessero alcuna fiducia nella sua persona e nel suo giudizio. È possibile incontrare lettori, presso i quali il critico non ha accesso, perché per indole o per difettosa educazione si lasciano sedurre da un assoluto superiore apprezzamento delle proprie facoltà e cognizioni. Dominati da tale stato soggettivo di fallace sufficienza, essi non attendono dal critico se non la conferma del loro giudizio, abbracciato come certo e immutabile. In questi casi, determinati spesso da pregiudizi di falso ordine ideologico, il rifiuto di una critica obiettiva non deve scoraggiare il critico, poiché esso non costituisce che la prova della deformazione psicologica di quei lettori. Presupposta quindi la sana disposizione del pubblico, il critico otterrà il suo scopo tanto più efficacemente, quanto più saprà cattivarsene la fiducia. Questa infatti è, per così dire, il punto di partenza e di arrivo di ogni critica, sia che venga condotta da un singolo scrittore, sia anche, e tanto più, da una rivista che se la proponga come scopo collegiale. Se il lettore ricorre al critico, è perché crede nella sua scienza, onestà e maturità, sia quando egli espone il contenuto del libro, sia quando, nel riferirlo, lascia entrare un motivato giudizio, che pertanto non può esser respinto. Ma in che modo il critico riuscirà a conquistarsi la fiducia del lettore? In altre parole, qual è l’ufficio del critico, e quali sono le giuste esigenze da parte del pubblico?

La prima esigenza riguarda la facoltà conoscitiva del critico, e in primo luogo che sia in grado di leggere e di comprendere rettamente il libro in esame. Richiamare questa norma potrebbe sembrare cosa superflua; eppure accade non raramente d’imbattersi in recensioni, che non corrispondono nemmeno a questo primo ed elementare requisito. È evidente che l’attenta lettura, spesso paziente e faticosa, deve essere condotta con animo scevro di preconcetti, e con la consapevolezza di trovarsi, quanto all’argomento, in un campo sufficientemente conosciuto. È necessaria quindi una molteplice cultura: la scienza speciale nella disciplina a cui la pubblicazione appartiene, e una notevole cultura generale, che renda possibile al critico di porre l’opera nel suo tempo e di rappresentarsela in connessione con le correnti di pensiero in esso dominanti.

Ma la semplice conoscenza intellettuale non basta, perché il critico è qualche cosa di più di un semplice relatore: egli deve pervenire a dare un giudizio, la cui stesura esige particolari doti di animo naturali ed acquistate.

Il critico deve in primo luogo possedere la capacità del giudizio e della valutazione, vale a dire della ponderata applicazione della scienza specializzata e della cultura generale all’oggetto in esame. Per questa applicazione egli ha da avere larghezza di vedute, versatilità d’ingegno, percezione e comprensione delle suaccennate connessioni e abilità nel rilevare errori, lacune e contraddizioni. A questa spassionata considerazione dei pro e dei contro, seguirà, come limitazione e distinzione, il Sì o il No nel caso singolo. Soltanto allora la critica può ricevere la sua forma definitiva ed essere presentata per la pubblicazione.

Tuttavia l’applicazione delle menzionate doti d’animo è soggetta all’influsso del volere, della sensibilità e del carattere, al cui riguardo altre importanti esigenze s’impongono nel critico. Per impedire che il volere e la sensibilità agiscano negativamente sul giudizio critico, è necessario che egli, anzitutto, si proponga la massima obiettività, e quindi che apra l’animo al senso di benevolenza e di fiducia verso l’autore, fino a quando ragioni positive, certe e gravi, non suggeriscano una diversa condotta. Un critico abitualmente soggetto alla passione non dovrebbe neppur prendere in mano la penna. Nobiltà del carattere e bontà di cuore sono sempre la migliore armatura in ogni specie di lotta, quindi anche nella critica, dove si trovano in contrasto idee ed opinioni; peraltro la nobiltà e la bontà non debbono essere scambiate con la ingenuità e la credulità del fanciullo, cui mancano la conoscenza degli uomini e l’esperienza della vita. Delle accennate doti e disposizioni il critico può più o meno abbondare; ma in nessun modo e in nessun caso devono difettare la probità, la incorruttibilità, la fermezza del carattere. Non per far piacere all’autore, né all’editore, né al pubblico — spesso succubo di estrose simpatie ed antipatie —, e neanche per secondare la propria inclinazione, il critico può fare, contro la propria scienza e coscienza, contro la verità obiettiva, una falsa critica; falsa, sia a causa di una invertita interpretazione della erroneità e del pericolo che rappresenta lo scritto, sia con la deliberata omissione di rilievi, che lealmente non si possono occultare. Ad ogni critico letterario dovrebbe potersi applicare la testimonianza, che i nemici giurati del Redentore, ipocritamente ma pur secondo verità, gli diedero, allorché vollero coglierlo in parola con la domanda: « È lecito pagare il tributo a Cesare, o no? ». « Maestro, essi dissero, noi sappiamo che tu sei sincero, e insegni la via di Dio secondo verità, senza badare a chicchesia, perché non guardi in faccia a nessuno » [1].

La fermezza di carattere di un critico va dimostrata specialmente nel pubblicare serenamente e senza paura il proprio giudizio, e poi nel difenderlo, ove fosse oppugnato, restando tuttavia sempre sullo stretto campo della giustizia. Come un giudice, che non avesse il coraggio di sostenere la legge, dovrebbe dimettersi dal suo ufficio, così il critico, che amasse il quieto vivere più della verità. Ma la fermezza deve sempre evitare i modi propri dell’arroganza, quasi che già a priori stesse una presunzione di diritto per la verità in favore del critico e contro l’autore. Ambedue sottostanno alla stessa legge del servizio alla verità, a cui sono legati; ma il critico si assume inoltre espressamente l’impegno di servirla con la massima fedeltà. In ogni modo, sia l’autore che il critico dovrebbero sapere che, al di sopra di loro, è sempre la verità. — Un’ingiusta critica, come indica il nome stesso, non è solo un errore dell’intelletto, ma costituisce altresì un reale torto contro l’autore, che potrebbe rimanerne danneggiato nella fama e non di rado anche nei suoi giusti interessi; in tal caso resta al critico un preciso obbligo di ritrattazione. D’altra parte, però, una giusta e giustificata critica non dovrebbe esser pavidamente ritirata dal recensore, qualunque sia la violenza degli avversari; ciò significherebbe una deplorevole mancanza di carattere e di coraggio, e minerebbe la tanto necessaria fiducia nel pubblico, il quale esige a buon diritto che il critico rimanga fermo nella sua parola, ove sia stata data secondo verità.

II

Questi dovrebbero essere per il critico e la critica, da qualsiasi parte provengano, i principi fondamentali più comuni da considerare e rispettare. Per aiutare a ricordarli, valgono alcune brevi regole usuali, diversamente formulate, ma sostanzialmente concordi, per alcune delle quali Ci sembra utile di spendere qualche parola, giacché sono non di rado citate a prova e a giustificazione di un determinato pensiero od azione.

a) La prima è la stupenda massima, da Cornelio Tacito posta al principio dei suoi celebri Libri ab excessu Divi Augusti, e che fu poi largamente usata: « sine ira et studio », ossia, senza passione né parzialità [2]. Rettamente intesa, questa massima non esprime solo il criterio di condotta del giudice, ma in generale deve esser rispettata in tutti i rapporti tra gli uomini. Come monito essa è rivolta particolarmente allo storico; tuttavia la comune saggezza la trova opportuna anche  per il critico, che perciò deve giudicare e scrivere « sine ira et studio », senza prevenzioni. Ma appunto perciò non può essere suo obbligo l’inibirsi di manifestare i propri retti sentimenti, e tanto meno il rinunziare a sostenere, purché vero, il suo mondo ideologico. A un sereno e moderato critico è anche lecito, per esempio, di esprimere con fermezza e vivacità la sua indignazione contro una letteratura pornografica, che corrompe la gioventù e non lascia indenni gli adulti. Né si può tacciare di parzialità il critico letterario, come pure ogni semplice cristiano, che assume come criterio di giudizio la verità cristiana, la sua integrità e purezza. Del resto, lo stesso Tacito, pur nella norma impostasi al principio, descrive talvolta con tragiche tinte il despotismo di alcuni Imperatori e deplora la corruzione dilagata fin nei più alti ceti; consegna alle sue pagine la propria ansia per la libertà perduta, ed il rimpianto per la tramontata grandezza dell’antico Senato e per i tempi felici dell’austera Roma dei Padri.

b) Un’altra massima, che, malgrado l’apparenza, è alquanto difficile a intendersi e a praticarsi, è questa: « verbum oris est verbum mentis », vale a dire, l’uomo dice (o scrive) ciò che pensa. Il significato più ovvio è il seguente: la parola esteriore riceve il suo senso e il suo contenuto dal pensiero interno. Pertanto, chi vuole conoscere la mente dell’autore, ascolti le sue parole, e, ove non vi siano ragioni positive di dubitarne, si attenga a quelle, come a testimoni naturali dell’intimo animo. In questo aspetto la persona dell’autore, la sua vita e le sue tendenze non debbono essere il punto di partenza dell’indagine critica; bensì l’opera e quanto in essa viene espresso. Ma la citata massima avverte anche l’autore che egli sarà giudicato in base alle sue parole, le quali pertanto debbono riflettere fedelmente le sue idee e i suoi sentimenti. Se questi sono retti, egli farà di tutto per esprimere tale retta mentalità, tenendo d’altronde presente che non è sempre cosa facile pensare in un modo e scrivere in un altro; che, cioè, è molto difficile occultare l’intimo pensiero, senza che in un modo o in un altro venga svelato da questa o quella sfumatura. La massima è dunque per lo scrittore un monito alla sincerità. Al critico, invece, pone i limiti d’indagine e di giudizio. Egli deve restare al chiaro significato oggettivo dello scritto, poiché il suo stretto ufficio è di giudicare l’opera, e non l’autore. Quindi ciò che può essere inteso in senso retto, egli lo interpreti in tal modo. È questa una norma generale, necessaria per la pacifica convivenza e per i reciproci rapporti fra gli uomini. Lasciando da parte i casi dubbi sul senso oggettivo di uno scritto, nei quali converrà inclinare verso una interpretazione favorevole alla rettitudine dell’autore, il critico deve partire dalla presunzione che le parole dette o scritte hanno un senso in se stesse e che, primieramente, esse sono presentate al pubblico soltanto in detto senso oggettivo. Ora, appunto, questo il critico ha per ufficio da giudicare. Se è retto, egli lo chiamerà tale, anche se d’altronde (e forse anche dall’opera stessa) risultasse che le idee personali dell’autore non sono ad esso conformi. Se invece il senso obiettivo delle parole contiene un errore o falsità, è ufficio del critico di farlo notare, anche se si abbia motivo di credere che il modo di pensare soggettivo dell’autore sia diverso e corretto. Una giusta e benevola critica potrà suggerire in tali casi questa relativa correzione delle parole in considerazione della persona dell’autore; ma l’erroneo senso oggettivo non resta con ciò annullato.

c) Una terza massima vorremmo altresì menzionare: «Super omnia autem caritas » soprattutto però la carità. Si è voluto attribuirla a S. Agostino; sembra tuttavia più probabile, a torto. In ogni modo la cosa che si vuol designare è in essa esattamente espressa, e intende di risolvere sul terreno pratico quel dubbio, che non di rado tormenta il critico onesto, se cioè dare la precedenza alla «veritas» o alla « caritas ». Teoricamente è chiaro che non può darsi nessun obbiettivo contrasto fra la « veritas» e la « caritas », se con questa parola s’intende il procurare il vero bene del prossimo e l’evitare di offenderlo ingiustamente. Ma la questione ritorna sul terreno pratico in singoli casi. Si supponga che il critico letterario si trovi dinanzi alla scelta: o dire la intiera verità, come sarebbe necessario, ma che procura all’autore offesa od anche danno, a scapito, sembrerebbe, della carità; oppure obbedire a quel che pare dovere di carità, tacendo la verità, che non dovrebbe occultarsi e ignorando un serio errore. Il critico si domanda allora a quale delle due deve dare la preferenza. La sua ansia cresce, se interroga i divini precetti, ove il rispetto della verità e della carità è sommamente ed egualmente raccomandato.

Il Signore infatti ha detto:«Veritas liberabit vos » [3]; l’Apostolo delle Genti insegna: « Plenitudo legis est dilectio » [4], e in un altro passo, secondo il testo greco: « άλθενόυτεζ δέ νέ άγάτή αυύτόυ τάπάυτα » [5]: cioè: Aderendo alla verità, cresciamo nella carità in lui in tutto. Il discepolo prediletto Giovanni, che appena riusciva a soddisfare se stesso nell’affermazione della carità, proclamava: « Deus caritas est », Dio è carità [6]; e ancora: « In hoc cognovimus caritatem Dei, quoniam ille animam suam pro nobis posuit; et nos debemus pro fratribus animas ponere » [7]; anche noi dobbiamo porre la vita per i fratelli; ma lo stesso San Giovanni esprime, riguardo ad un uomo che offende la verità e la integrità della dottrina, la forte ingiunzione: « nec Ave ei dixeritis », dunque nemmeno un breve, fuggevole saluto [8].

Quale norma di condotta dovrà dunque seguire il critico letterario in base a questi precetti della S. Scrittura? Come riuscirà a conciliarne nel suo pensiero e nella sua coscienza l’apparente contrasto di precedenza? Il « fondamento », di tutto è la « veritas »; il « termine » e il « coronamento » di tutto è la « caritas ». Il fondamento deve rimanere intatto, altrimenti tutto crolla, anche il « coronamento » e il « compimento ». Ma il fondamento della verità non basta, come il fondamento  della fede senza la carità, di cui nella lettera ai Corinti si dice: « Maior autem horum est caritas » [9], nel quale testo, e quindi con analogo senso, si rispecchia la massima citata « super omnia autem caritas ». In non pochi casi, del resto, non sarà difficile di trovare la retta via, se il critico rimarrà consapevole che il precetto della carità l’obbliga non solo riguardo all’autore, ma anche rispetto al lettore. Egli potrà sempre valersi di qualche favorevole occasione per prevenire pericolosi malintesi nel lettore, pur usando delicatezza di forma verso l’autore.

Abbiamo stimato utile di menzionare alcune di queste massime secondarie, perché Ci sembra che esprimano, in forma più concreta che i generali principî fondamentali, ciò che si richiede nel critico letterario. Questi debbono costantemente presiedere alla delicata sua opera, troppo soggetta a sviste, intemperanze e debolezze: sono il fondamento per meritare ed accrescere la fiducia che il pubblico ripone nella critica, e segnano il limite tra il giusto e l’ingiusto nell’adempimento del suo importante ufficio.

Riservando, come abbiamo già annunziato in principio, ad un altro incontro, se sarà possibile, la trattazione della seconda parte (l’oggetto) della Nostra esposizione, invochiamo intanto su di voi e sulla vostra opera l’abbondanza dei lumi e degli aiuti divini, in pegno dei quali v’impartiamo di cuore la Nostra paterna Apostolica Benedizione.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XVII,
 Diciassettesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1955 - 1° marzo 1956, pp. 515 - 522
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 

[1] Matth., 22, 16.

[2] L. c., I, 1.

[3] Io., 8, 32.

[4] Rom., 13, 10.

[5] Ephes., 4, 15.

[6] 1 Io. 4, 16.

[7] 1 Io. 3, 16.

[8] 2 Io., 10.

[9] I Cor. 13, 13.

 



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