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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO PP. XII
ALLA «FAMIGLIA OSPEDALIERA ROMANA»*

Solennità della Pentecoste - Domenica, 20 maggio 1956

 

Ecco un incontro, che — proprio nella solennissima festa che commemora la discesa dello Spirito Santo, che è amore, nel Cenacolo — procura al Nostro cuore una commozione particolarmente profonda. Abbiamo dinanzi a Noi la Presidenza e il personale del Pio Istituto di Santo Spirito e degli Ospedali riuniti di Roma, i Cappellani e i Direttori degli ospedali e dei sanatori; i Primari, gli Aiuti, gli ausiliari effettivi e volontari; le Suore infermiere, le infermiere professionali e il personale ausiliario; sono presenti — e li salutiamo con affetto — anche i collaboratori artistici e tecnici della nota rivista settimanale Sorella Radio, che vollero, or non è molto, dedicare a Noi una loro trasmissione.

Altre assemblee, in varie occasioni, si sono riunite in questa casa del Padre comune, ma poche, possiamo dirlo, avevano una importanza così caratteristica come la vostra.

Nati dal cuore della Chiesa, accresciuti e moltiplicati sotto lo sguardo materno di Lei, gli ospedali sono ora passati dalla fase caritativa a quella che chiamano beneficenza legale. Oggi non può dirsi che la Chiesa, con la sua fede nella presenza di Gesù nell'infermo, sia ancora la ispiratrice della vita ospedaliera, pur continuando ad operare per mezzo dei suoi Sacerdoti, delle sue Suore, e degli stessi medici e infermieri cristiani. Questa vostra adunata Ce lo conferma, diletti figli. Un Prelato romano da Noi recentemente incaricato di provvedere alla cura spirituale dei malati degenti negli ospedali dell'Urbe, si è messo all'opera con un fervore, di cui Ci sono giunti già molti echi. I Cappellani lavorano anch'essi con rinnovato ardore, e le Suore si prodigano ogni giorno più a vantaggio delle membra doloranti del loro mistico sposo Gesù. D'altra parte non ignoriamo nemmeno che i Direttori, i medici, gli infermieri, e in genere tutto il personale, si occupano dell'aspetto materiale, senza ostacolare, anzi facilitando spesso l'opera apostolica di chi entra nelle corsie e si accosta ai malati, guardando specialmente le anime da salvare e di santificare. Di tutto vi ringraziamo a nome Nostro, a nome della Chiesa, a nome di Gesù Cristo.

Dai documenti inviatiCi Ci siamo resi conto come, nonostante i vostri generosi sforzi, il problema degli ospedali non ancora avviato a giusta e sollecita soluzione. Sorpassata ormai la forma dell'assistenza legale, siamo oggi, a parere di molti, in una fase di transizione, che punta verso l'assistenza sociale; diretta, quindi, non solo ai poveri, ma a tutti i lavoratori e, quanto più è possibile, piena ed integrale. Nel presente stadio non sembra che gli ospedali abbiano camminato col ritmo che il progresso avrebbe richiesto, specialmente — a quanto si dice — per la mancanza di adeguamento legislativo e per la conseguente crisi economico-finanziaria, che pregiudica gli aspetti tecnici e organici del problema ospedaliero. Si aggiungano la incertezza e la mancanza di coordinamento fra la gestione giuridico-amministrativa e la parte tecnica, e si comprenderà perchè siano ansiosi tutti coloro che vorrebbero vedere gli ospedali romani ricondotti alla perfezione di una volta. Cambiati i tempi, moltiplicate le esigenze, sono oggi necessari apparecchi recentissimi, impianti delicatissimi, servizi moderni, quali vengono richiesti dai sempre crescenti progressi della medicina.

Non è Nostro ufficio di trattare con voi gli aspetti tecnici della questione ospedaliera. Noi abbiamo fiducia che i legislatori considereranno sempre il problema dei malati in genere, e quello degli ospedali in specie, come uno dei più gravi secondo il monito di S. Benedetto: Infirmorum cura ante omnia et super omnia adhibenda est (S. Bened. Vita et Regula, Cap. XXXVI). Piuttosto vogliamo dire a voi che, in attesa dei provvedimenti auspicati, si potrà fare non poco con un'azione organica fondata sulla capacità, animata dalla diligenza, santificata dall'amore.

1° - E anzitutto capacità tecnica. Questo Nostro primo invito si rivolge in modo particolare agli illustri Medici, cui va tutta la Nostra stima e il Nostro affetto. Fu detto, e giustamente, che « la vita è breve, l'arte lunga, l'occasione momentanea, l'esperimento pericoloso, il giudizio difficile » (Ippocrate, Aforisma I). Nessun professionista e, meno ancora, un medico, potrà contentarsi dello studio universitario : la laurea infatti essere punto non di arrivo, ma di partenza. Per essa il medico entra in una scuola, dalla quale non dovrebbe più uscire, se vuole essere come l'umanità sofferente lo desidera e lo attende. Una tale scuola gli insegnerà la profondità della diagnosi e la precisione della terapia, lo indurrà a seguire con occhio vigile e attento i progressi analitici e sintetici dell'arte medica; gli faciliterà l'osservazione dei molteplici quadri morbosi attraverso il tratto continuo e diretto coi malati: verrà così educata la sua sensibilità e irrobustito il suo senso critico; sarà più facile il discernimento dei vari mali, la scoperta delle vere cause, l'indicazione di convenienti rimedi. Grandi clinici continuano ad affermare, molto umilmente per verità, che il medico ideale è quello che sbaglia meno degli altri; oggi come sempre resta valido l'adagio « primum non nocere », e qualsiasi medico, anche il più preparato, può trovarsi di fronte a catastrofi impreviste per la molteplicità e la varietà delle cause endogene ed esogene delle malattie.

2° - Fondata sulla capacità, la vostra azione deve essere animata da una perenne scrupolosa diligenza.

L'ospedale, diletti figli, è il luogo dove si scontrano la salute e la malattia, dove spesso una moltitudine di creature umane vengono contese dalla morte e dalla vita. Sentire la drammaticità di questa lotta silenziosa significa rinunciare a ogni svogliatezza colpevole, che provoca un ritmo stanco e lento, quando e dove sarebbe necessario una santa alacrità. Solo così è possibile di accorrere sempre; senza giungere mai troppo tardi e senza trascurare nulla di quanto può riuscire utile ai malati. Potrebbe forse tacere la voce del rimorso in chi fosse responsabile dell'aggravarsi di una malattia o dell'avvicinarsi della morte? La negligenza di un fabbro può far crollare un ponte; la pigrizia di un agricoltore può far seccare una pianta; ma la trascuratezza di un medico può gettare nel lutto un'intera famiglia. Oh, lo sappiamo bene, diletti figli, anche voi avete le vostre angustie, i vostri dolori, il vostro tedio: dovete talvolta farvi violenza per nascondere agli infermi le vostre intime sofferenze. Ogni nuovo mattino vi vedrà all'opera con la dedizione del primo giorno, quando la novità e la trepidazione davano un tono di freschezza e di entusiasmo a ogni parola e a ogni movimento vostro.

3° - Sorretta ed animata dalla capacità diligente, la vostra azione dovrà essere santificata dall'amore.

I vostri uffici, diletti figli e figlie, sono diversi, ma tutti, cercando lavoro in un ospedale, avete inteso certamente di trovarvi i mezzi per vivere e per mantenere la vostra famiglia. Nulla di sconveniente vi è in questo, se è giusto che « quelli che servono all'altare, con l'altare hanno parte » (1 Cor. 9, 13); tanto più quando l'ospedale è per voi come il mistico tempio, nel quale ogni giorno prestate servizio a Gesù nella persona dei malati. Perchè la Chiesa fondò gli ospedali e li adornò e li difese e li sostenne con ogni mezzo?

Perchè la Chiesa chiede anche oggi di non rimanere estranea a nessun luogo di dolore? Essa, corpo mistico di Gesù, vede negli infermi le membra doloranti di Lui. Ecco, dunque, una meta che potrà trasformare la vita dell'ospedale anche prima che le strutture si cambino : trattate tutti non come si trattano le umane creature o i propri fratelli, trattate ognuno come trattereste Gesù. Così sarete pazienti e affettuosi con tutti: coi buoni, sereni nella loro compostezza; con gli umili e coi poveri, supplicanti nella loro rassegnata miseria; coi superbi e i malvagi, che pretendono di intimorire anche il male e la morte, e sono scomposti, irrequieti, ribelli. Gesù è presente in ognuno di loro, come in un tabernacolo vivo; non sarà sempre adorno, spesso è anche macchiato, talvolta è addirittura infranto. Non importa. Le attenzioni delicate, le premure affettuose, tutto il vostro prevedere e provvedere, sarà per Gesù. Avrete quindi la ricompensa da Lui, che dirà nell'ultimo giudizio : « Venite, benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno, che vi è stato preparato sin dalla creazione del mondo, perchè . . . fui infermo e mi visitaste ».


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XVIII,
 Diciottesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1956 - 1° marzo 1957, pp. 229 - 232
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 



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