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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO PP. XII
AI PARTECIPANTI AL I CONVEGNO NAZIONALE ITALIANO
DEI DELEGATI DIOCESANI PER LA EMIGRAZIONE*

 Sala del Concistoro - Martedì, 23 luglio 1957

 

Accogliendovi con paterna effusione di cuore alla Nostra presenza, Delegati Vescovili nei Comitati diocesani di Emigrazione dell'Italia, convenuti nell'Urbe per il vostro I Congresso Nazionale, Ci è gradito di manifestarvi la viva fiducia da Noi riposta nel vostro zelo a vantaggio degli emigranti, tanto più vicini al Nostro cuore, quanto più essi dimorano lontani dalla loro patria, e sono pertanto maggiormente bisognosi delle premure della Chiesa. Vi è noto, con quanta sollecitudine la S. Sede, — e in particolare la S. Congregazione Concistoriale col suo Eminente e zelantissimo Cardinale Segretario, che siamo lieti di salutare qui presente, si è dedicata al grave e delicato problema della emigrazione, e con quanto studio si è adoperata, specialmente mediante la Costituzione Apostolica « Exsul Familia » (Acta Ap. Sedis, vol. XXXXIV, 1952, pag. 649 e segg.), per assicurare l'efficace assistenza agli emigrati, stabilendo norme pratiche, affinchè, dovunque essi dimorino, possano agevolmente riconoscere il volto della Madre Chiesa, amorevolmente chinato su di loro, sentire i palpiti del suo cuore e lasciarsi guidare dalla sua mano materna tra i pericoli e le necessità della loro anormale condizione.

Ma ciò che sopra ogni cosa desiderammo e tuttora desideriamo in coloro, che direttamente o indirettamente sono chiamati a dedicare la vita sacerdotale in pro degli emigranti, è il genuino spirito di apostolato, fondato sulla divina carità e suscitatore inesauribile di energie e di opere. Vi sarete certamente chiesti, nel leggere, sotto il Titolo primo della menzionata Costituzione, le mirabili gesta compiute dalla Chiesa, durante i secoli, particolarmente nei più recenti, a vantaggio di coloro che, per qualsiasi motivo, furono costretti a vivere in terra straniera, da quale riposta scaturigine promanò quella luminosa storia di umana e civile bontà, che non trova riscontro, ovunque si guardi, nel mondo e nei tempi. La risposta si trova già indicata nel medesimo Documento: dall'intenso amore per le anime, attinto dalla Chiesa alla fonte della carità, Cristo Gesù. Orbene, Noi bramiamo che imprimiate negli animi vostri la ferma persuasione che, ove mancasse, alla radice di ogni vostra attività, tale « spirito », a nulla varrebbero nè l'instancabile dinamismo esteriore, nè le complesse organizzazioni, e neppure le stesse leggi, poichè, quando si tratta di anime, soltanto il calore della soprannaturale carità può suscitare il rigoglio della vita e maturare duraturi frutti di salute. Ci è pertanto gradita la presente vostra visita, perchè Ci porge l'occasione d'intrattenervi brevemente sullo « spirito » che deve animare la vostra attività, mostrarvi come da esso derivino le interne energie e i criteri regolatori delle vostre intraprese, e come soltanto quello « spirito » imprima alla vostra opera il suggello di puro e meritorio apostolato.

1. – Quale debba essere lo spirito animatore in coloro che sono designati dall'Autorità ecclesiastica all'assistenza degli emigranti, apprendetelo dalla sublime parabola del « buon pastore » (cfr. Io. 10), nella quale, come in altri insegnamenti ispirati dalla medesima similitudine (cfr. Matth. 18, ; Luc. 15, 3 e segg.) il divin Redentore « Pastore delle anime nostre » e « Principe dei pastori » (cfr. 1 Petr. 2, 25; 5, 4), sembra voler tratteggiare quasi l'intimo autoritratto. Benché la similitudine riguardi in generale chiunque abbia il mandato di governare le anime, ed esprima in modo speciale l'unità della Chiesa e la volontà salvifica di Cristo verso tutti gli uomini, nondimeno essa offre alla vostra considerazione alcuni particolari di commovente aderenza al vostro ufficio. Tali sono, fra gli altri, la mutua, individuale conoscenza tra il pastore e le singole pecorelle, la premura per ciascuna di esse, l'insonne sollecitudine per quelle che la lontananza dall'ovile pone tra i pericoli, l'interesse del pastore, così differente dal mercenario, a seguirle e custodirle, provvedendole di pascoli salutari. Voi ricorderete che « è volontà del Padre vostro che sta nei cieli che neppure uno di questi piccoli perisca » (cfr. Matth. 18, 14), e, per conseguenza, che è indispensabile al buon pastore la prontezza alla fatica, alle rinunzie e all'eroismo.

Mirate dunque con animo di pastori questo vostro gregge, sparso per ogni dove sulla terra, oltre i monti e gli oceani. Non la brama di avventure, nè l'altrui violenza li hanno indotti a percorrere nel sudore le vie del mondo; ma quasi sempre il senso della personale dignità, risoluta a conquistare col lavoro il diritto ai beni necessari della vita, oppure l'ufficio amorevole di padre e di figlio verso la famiglia. Il dolce e legittimo sogno di tornare un giorno nel caro borgo nativo con una indipendenza economica bastevole ad assicurare l'avvenire, ha prevalso sovente nell'emigrante sull'amarezza di lasciare « ogni cosa diletta più caramente » e dona la tempra al suo animo per affrontare « quello strale — che l'arco dell'esilio pria saetta » e per provare « sì come sa di sale — lo pane altrui, e com'è duro calle — lo scendere e il salir per l'altrui scale » (Par. 17, 55-60).

Ma quanto spesso, particolarmente nell'inizio della nuova vita, il gravame dei sacrifici e delle rinunzie supera le animose previsioni! Il paese, le persone e le cose che lo circondano, il genere di lavoro, tutto e tutti sembra che congiurino contro di lui, determinando intime crisi di nostalgia e di abbattimento! Il clima gli appare avverso, la lingua sconosciuta sembra rinchiuderlo in una penosa prigione; lo sguardo indifferente, e talvolta forse sprezzante, dei nativi l'offende; la scarsa conoscenza delle leggi e dei costumi gl'impediscono di muoversi a suo agio; una specie di incubo lo rappresenta a sè stesso quasi naufrago in un'isola deserta. Non di rado gran parte di queste pene non cessano neppure quando egli abbia trovato lavoro e stabilità in una colonia di connazionali. Simili condizioni materiali e morali degli emigranti debbono ridestare nelle anime sacerdotali la stessa immensa pietà che Gesù provò nel mirare, un giorno, intorno a Sè le turbe fameliche, « stanche e abbattute come pecore senza pastore » (Matth. 9, 36). E se il sacerdote, che ne abbia il legittimo mandato, lascia al sicuro le novantanove pecorelle e parte per terre straniere affine di condurre a salvamento anche una sola, colà dispersa, egli assaporerà quell'intima gioia che Cristo partecipa ai suoi apostoli (cfr. Luc. 15, 3 e segg.).

Dunque, un amore soprannaturale per le anime, quanto più è possibile, simile, per estensione, intensità, disinteresse, a quello del divino Pastore, che non dubitò di immolare la sua vita per tutti, deve porsi a fondamento di ogni vostro pensiero ed ispirare le vostre risoluzioni. Tale amore, quasi indistinto da quello che nutrite per il Redentore, consacrerà, elevandoli, il naturale sentimento di simpatia verso i vostri connazionali, la spontanea inclinazione o il dovere dell'obbedienza in questo genere di apostolato, ogni azione di assistenza non strettamente spirituale. Da questa stessa fonte della carità attingerete il lume della scelta dei mezzi, la perseveranza nelle fatiche, la prudenza nei rapporti con le autorità locali, sia religiose che civili e padronali, quella condotta, cioè, che assicura stabile efficacia ad ogni serio organismo. In una parola, la coscienza di « buoni pastori » sul modello di Gesù: ecco lo « spirito » che deve presiedere nei vostri Comitati e nei vostri animi.

2. - Ma ogni genuina carità, secondo i ripetuti insegnamenti dello Spirito Santo, non sa rimanere inerte nelle regioni della pura contemplazione, né esaurirsi in sterili sentimenti; bensì freme di scendere alla concretezza dell'azione, conservando la sua divina caratteristica, l'universalità, e cioè, verso tutti e con ogni mezzo. In tal modo l'Apostolo delle Genti, a cui la eccelsa compenetrazione nello spirito di Cristo dettò l'incomparabile inno alla carità (cfr. 1 Cor. 13), potè dire di sè stesso : « Mi son fatto debole coi deboli...; mi son fatto tutto a tutti, per far tutti salvi » (ibid. 9, 22).

Farsi tutto a tutti: ecco la norma pratica e quotidiana di ogni apostolato, in particolare del vostro, che ha come oggetto, nella gran parte dei casi, persone cui tutto manca e che in tutto attendono l'aiuto. Con intima soddisfazione abbiamo appreso che i programmi della Direzione delle Opere di Emigrazione per l'Italia e dei Comitati diocesani si sono lasciati guidare da quel principio. Questi ultimi in particolare, vogliono essere centri di studio dei problemi locali dell'emigrazione, preparare spiritualmente, socialmente e tecnicamente gli emigranti, aiutarli nello svolgimento delle « pratiche » necessarie all'espatrio, servendosi altresì della generosa collaborazione di altre benemerite Associazioni, quali l'Azione Cattolica, le ACLI, la Pontificia Opera di Assistenza, l'Onarmo, la Protezione della Giovane.

La preparazione spirituale e tecnica dell'emigrante è certamente un prezioso servizio che la Chiesa, per vostro mezzo, rende ai suoi figli. Istruire gli emigranti nella lingua, negli ordina menti e negli usi dei paesi ove andranno, spianare loro la strada e seguirli, non solo è opera di squisita carità, ma via per legare col vincolo indistruttibile dell'affetto i figli alla loro Madre, la Chiesa. E come potrebbe essa tollerare il ripetersi dello squallido ed avvilente spettacolo, offerto ordinariamente, nello scorso secolo, dalle torme degli emigranti, gettati sulle navi a guisa di schiavi, privi di ogni elementare assistenza, trascurati e disprezzati al loro arrivo, spesso decimati dalle privazioni e dalle malattie? Siano rese grazie a Dio, che la scintilla della carità, accesa per la prima volta in loro favore da eroici missionari, come dall'infaticabile Vescovo Giovanni Battista Scalabrini coi suoi figli, i Missionari di S. Carlo, e specialmente da Santa Francesca Saverio Cabrini, degna antesignana di questo nuovo apostolato, si sia al presente tramutata in fervore stabile ed ordinato di carità.

La preparazione dell'emigrante, com'è prevista dai programmi dei Comitati diocesani, ben merita il dispendio di forze e l'applicazione di persone tra le più valide, sottratte possibilmente ad altri lavori ed uffici, massime in quelle diocesi, dove l'emigrazione è più diffusa. È chiaro che non sarà sempre facile d'improvvisare rapporti amichevoli con l'emigrato, che si conosce per la prima volta in terra straniera e, forse, dopo gli adescamenti subìti da parte interessata alla sua rovina spirituale.

Ma se l'emigrante, già prima della sua partenza, ha sentito palpitare per lui il cuore materno della Chiesa, saprà riconoscere dappertutto il suo volto e non si staccherà dalle ginocchia di Colei che lo ha protetto nei giorni tristi.

Egli conserverà gelosamente nel cuore il ricordo della giornata, in cui, mentre i familiari e gli amici gli dicevano addio, la comune Madre leniva presso l'altare col divino conforto l'amarezza del distacco e gli assicurava indefettibile protezione. E quando, lungo il duro cammino dell'esilio, il suo mesto sguardo, inumidito spesso da segrete lacrime, s'imbatterà nel simbolo della Croce, o in una sacra edicola, ovvero nel profilo aereo di una torre campanaria, eretta quasi vigile scolta della casa di Dio, il suo pensiero volerà bensì con amara nostalgia alla sua lontana chiesetta, depositaria di tanti teneri e pii ricordi ed affetti, ma nello stesso tempo irromperà nel suo cuore un'onda di serenità e di fiducia, come se all'improvviso egli avesse incontrato sua madre.

Convalidate, diletti figli, i vostri Comitati, rendendoli sempre più attivi e generosi, e soprattutto agili nell'attuazione dei loro fini, mediante una stretta coordinazione fra il Centro direttivo e i singoli Comitati locali, e fra la vostra organizzazione e quegli Enti e sodalizi che operano nel medesimo solco, in modo da riscuotere la considerazione e la benevolenza delle Autorità civili della nazione e degli Istituti internazionali addetti ai problemi della emigrazione. Per ottenere più facilmente il loro appoggio, occorre rafforzare le intraprese atte a creare una opinione pubblica in, favore degli emigranti, dei loro bisogni e della loro protezione. A ciò contribuisce notevolmente la « Giornata Nazionale dell'Emigrante », che da alcuni anni si celebra in Italia ed è uno strumento efficace per ravvivare nei fedeli l'interesse e l'affetto verso tanti figli lontani. Fate che nessun emigrante abbia a lasciare il suolo della patria, senza aver prima conosciuto ed amato la Chiesa. Spetterà a voi, che la rappresentate in mezzo al popolo, di darvi intieramente a tutti, studiando i loro problemi, indirizzandoli ai lavori più confacenti, istruendoli ed aiutandoli, facendovi quasi tramiti necessari fra gli emigrati e le loro famiglie rimaste in patria, per lenire le pene e scongiurare i pericoli delle protratte separazioni.

3. — Lo spirito del « buon pastore » che innalza l'assistenza caritatevole alla dignità dell'apostolato, si ha principalmente nel sacerdote che vive e lavora tra gli emigrati, fattosi egli stesso emigrato per Cristo. Desideriamo di accennare a qualche considerazione su questo argomento, poiché l'attività dei missionari della emigrazione, integrando e quasi coronando la vostra, concorrerà a meglio illuminarla.

L'importanza, che la Chiesa annette alle missioni tra gli emigrati, si può arguire dal numero sempre crescente dei sacerdoti ad esse addetti. Mai, come al presente, schiere così numerose condivisero l'esilio, ,sia forzato che volontario, dei loro fedeli. Essi meritano la riconoscenza e l'appoggio della Chiesa, che Noi non esitiamo a riconfermare, poichè per primi siamo debitori a Cristo dell'ufficio di buon pastore. Ci rendiamo conto di quanto la loro vita sia intessuta di difficoltà e di disagi, e come ogni ora della loro giornata è, di per sè, un olocausto offerto a Dio.

Affinchè tanta generosità consegua efficacemente lo scopo che ne attende la Chiesa, il missionario della emigrazione deve 'arsi premura di arricchire il proprio corredo di virtù sacerdotali on' quelle consone al suo ufficio, tra cui vorremmo menzionare alcune, ed in primo luogo, la retta intenzione e l'assiduità della preghiera.

La prima gl'impedirà di confondere la sua missione sacerdotale con una qualsiasi assistenza « altruistica », che, per quanto mossa da nobili motivi, quale l'amor di patria, rimane inferiore alla dignità dell'apostolato, nè vale a comunicare l'impulso di una costante, totale e disinteressata dedizione al prossimo. Il gregge, a sua volta, difficilmente sbaglia nel giudicare la rettitudine d'intenzione del proprio pastore, sapendo ben distinguere un missionario da un mercenario o da chi abbia l'ufficio di promuovere gl'interessi del proprio paese, sia pure in armonia con quelli degli emigrati. I missionari, come dice la stessa parola, sono inviati da Dio e dalla Chiesa per la cura spirituale delle anime.

È chiaro che alla effettiva rettitudine d'intenzione non si perviene che con l'assidua preghiera, necessaria a tutti e sempre, ma particolarmente indispensabile al missionario. In un genere di vita mossa, qual è la sua, nell'isolamento anche fisico dai propri confratelli, sotto l'onere d'innumerevoli impegni, che tendono a isterilire lo spirito, la preghiera è il riposo, la compagnia, l'alimento dell'anima sacerdotale.

Insieme con queste virtù interiori, sorgenti nascoste di energie, il missionario coltiverà altresì quelle esteriori, regolatrici dei rapporti coi fedeli e con le persone e le cose che lo circondano. Egli sarà pastore vigile, prudente e paziente. Veglierà con acuto spirito di osservazione per impedire che false dottrine e perversi costumi siano accolti dagli emigrati col pretesto dell'adeguamento alle circostanze locali. Ove il paese ospite intendesse promuovere la cosiddetta assimilazione degli stranieri, il missionario si adopererà affinché ciò non venga fatto a spese dei diritti naturali o con danno dei valori religiosi e morali, spesso strettamente uniti con le patrie tradizioni. Curerà altresì che i lavoratori non siano fatti oggetto di illeciti profitti e li esorterà ad osservare le norme stabilite dalle leggi. D'altra parte, egli si darà premura d'istillare negli emigrati anche la consapevolezza di ciò che essi debbono al popolo che li ospita e che cerca di facilitare il loro progressivo adattamento alla nuova forma di vita, specialmente se si tratta d'intiere famiglie che intendono di rimanere stabilmente in quella terra.

Uno spiccato senso di prudenza occorrerà inoltre al missionario nei rapporti con le autorità religiose e civili, in modo da coordinare gl'interessi dei fedeli con le particolari esigenze delle leggi e, possibilmente, coi giusti desideri delle persone investite di potere. Si danno talora condizioni di attrito, la cui soluzione sfugge alle sue possibilità; ma in molti casi è sufficiente la prudente moderazione degli atti e delle parole per stabilire un modo di vivere soddisfacente ambedue le parti.

Nelle relazioni dirette coi fedeli il missionario sarà l'uomo dalla inalterabile pazienza. A lui si chiedono gli uffici più disparati ed umili, nelle ore meno opportune, non sempre coi modi più propri. Ma la carità non misura i gradi della dedizione. Egli sarà pronto ad improvvisarsi maestro, infermiere, minutante, procuratore presso i dicasteri civili, promotore di onesti trattenimenti, assaporando l'intima letizia dell'Apostolo nel farsi tutto a tutti. Proprio questi piccoli servigi, resi con animo lieto, fanno riconoscere all'emigrato la materna presenza della Chiesa.

Alla comunità, poi, dei fedeli del luogo, e innanzi tutto ai loro pastori, si offre l'occasione di mostrare che la unità e la cattolicità della comune Madre, la Chiesa, sono anche oggidì « note » vive ed operanti. Non basterebbero perciò né una cortese tolleranza verso gli emigrati, né un sentimento di piuttosto sterile compassione o simpatia; ma occorre un amore fattivo, simile a quello che contrassegnava le fervorose comunità cristiane dei primi secoli. A molti cattolici, sacerdoti e laici, è oggi data dalla Provvidenza l'opportunità di rinnovare nelle loro parrocchie questa antica e perenne gloria del nome cristiano, e di manifestare al mondo circostante, diviso da tanti contrasti nazionalistici, quanto sia profondo nella Chiesa il senso della universalità. A nessun membro del Corpo mistico essa chiede quale sia il suo passaporto, prima di risolversi ad inserirlo nella vita della comunità e farlo partecipe dei propri beni spirituali e del proprio affetto.

Diletti figli! Nel concludere queste Nostre pastorali considerazioni, occorre forse ripetervi quanto sia degno ed elevato l'ufficio che la Chiesa vi ha affidato, designandovi Delegati nei Comitati di emigrazione? Dedicatevi di buon animo a continuare la splendida tradizione di carità e di apostolato, che nei disegni della Provvidenza non ha solo di mira, — crediamo, — il vantaggio immediato degli individui. Le vie delle salvifiche conquiste di Cristo sono infinite, come la storia dimostra. Il fenomeno della moderna emigrazione segue indubbiamente le sue leggi; ma è proprio della Sapienza divina servirsi dei fatti umani, talora anche tristi, per attuare disegni di salvezza a vantaggio dell'intiera umanità. In tal modo umili colonie di lavoratori cristiani possono trasformarsi in vivai di cristianesimo, là dove esso non è mai penetrato, o dove forse se n'è smarrito il senso. La vostra opera s'inserisce così — crediamo e speriamo — nella trama della universale redenzione. Con tale visione vasta e confortante dinanzi agli occhi, adoperatevi di rendere sempre più efficienti i vostri Comitati, ponendoli a servizio di Dio e delle anime.

Affinché questo Nostro augurio si attui, eleviamo a Dio le Nostre suppliche, mentre impartiamo a tutti voi la Nostra paterna Apostolica Benedizione.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XIX,
 Diciannovesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1957-1° marzo 1958, pp. 317-325
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 



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