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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO PP. XII
AI PARTECIPANTI AL III CONGRESSO
DELL'ASSOCIAZIONE ITALIANA POETI DIALETTALI*

 Domenica, 13 ottobre 1957

 

Con vivo senso di paterna simpatia vi accogliamo, diletti figli, partecipanti al 3° Congresso dei Poeti Dialettali, esprimendovi la Nostra riconoscenza per la filiale devozione che avete voluto testimoniarCi con la vostra venuta.

L'accolta di esimi cultori della poesia, modulata negli accenti propri di ciascuna regione d'Italia, Ci suggerisce della vostra Penisola l'immagine di una magica arpa, vibrante bensì in differenti tonalità, ma sprigionante un'unica mirabile sinfonia: il sentimento nobile e fervido dell'italica gente. Non che la lingua nazionale, retaggio comune di una patria che abbraccia regioni numerose e distinte per temperamento, storia e coltura, sia incapace d'interpretarne gli animi; tuttavia i dialetti sono specchi più fedeli, più spontanei, forse anche primigeni dell'interiore linguaggio, che precede ogni fatto linguistico.

A voi sono noti i rapporti vicendevoli tra lingua e dialetti, e a quante ardue questioni aprono il campo, segnatamente ove si voglia risalire alle origini. Comunque si sia compiuto il loro sviluppo storico, sembra potersi dire che, mentre le lingue, come mezzo di espressione e di comprensione a vantaggio di un gruppo più vasto, risentono sovente dell'astratto e del convenzionale, i dialetti, invece, manifestano le percezioni e gl'impulsi dell'animo con maggiore immediatezza e vivacità, poichè esprimono sensazioni attinte direttamente dalla natura e dalla vita. Per questo il dialetto è già per sè stesso, almeno all'origine, poesia, vale a dire personale e calda effusione dei moti dell'animo. Alla sua frequente ristrettezza supplisce la lingua nazionale, più ricca di pensiero e di flessibilità, dal carattere sociale più spiccato, ma il cui uso importa l'accettazione di forme talora non consone all'indole di un particolare gruppo.

Da ciò non deriva che lingua e dialetti debbano considerarsi nemici tra loro, o che quella abbia assorbito tutti gl'intimi valori degli altri. Il « volgare », particolarmente quello della vostra Nazione, che il sommo Poeta soleva indicare coi nomi di, « illustre, cardinale, aulico, curiale » (cfr. De Vulgari Eloquentia lib. I, cap. XVIII), sia nella sua formazione, sia dopo, può paragonarsi ad un solido Istituto, ove i dialetti depositano e prelevano i migliori mezzi espressivi a comune vantaggio. Tale apporto costruttivo dei dialetti all'arricchimento del linguaggio comune ha forse ispirato il tema del vostro Congresso, che mira ad indagare il contributo che la letteratura dialettale può recare nella « formazione della coscienza nazionale ». L'argomento trascende in tal moda la questione puramente linguistica, per elevarsi in regioni più vitali, restituendo ai dialetti la funzione propria di ogni lingua, come naturale veicolo dei valori dello spirito.

Ma quali sono gli elementi costitutivi di questo comune tesoro, da voi detto « coscienza nazionale », al cui arricchimento debbono concorrere le regioni? Con quali metodi essi si possono individuare, per poi immetterli, come rivoli fecondi, nell'alveo della comune patria? Le scienze storiche ed etnologiche, la filosofia e la psicologia sono certamente adatte a questo lavoro di scelta; ma non meno di esse, e con maggiore evidenza, la letteratura dialettale mostra il fondo comune della coscienza di un popolo ed i pregi particolari, qua e là forse offuscati dal volgere dei secoli. Tra i molti elementi comuni voi troverete in primo luogo, o quasi come sostrato, un profondo senso religioso, espresso con maggiore o minore vivezza, ma identico, nella sostanza e nel calore, in ciascuna regione italiana. La poesia dialettale, in particolare, ha attinto largamente alla fresca vena cristiana; di essa è impregnato pressochè ogni pensiero, sentimento ed anelito. Spesso la poetica locale quasi non conosce altri temi che i drammi e le laudi sacre, i quali hanno alimentato da sè soli per lunghi secoli la vita spirituale e civile del popolo.

Altri caratteri sono uno spiccato senso di moralità, l'alta stima per i valori della famiglia, la pietà verso i deboli ed i sofferenti, il culto della semplicità e quasi della austerità della vita. Come i dialetti sono indiscutibili testimoni di questi valori caratteristici del vostro popolo, così, per quanto lora spetta, ne debbono essere i depositari e quasi le pietre di paragone per stabilire la genuinità della « coscienza nazionale ». Se da un lato può dirsi vero progresso l'accresciuta conoscenza ed il ravvicinamento dei popoli di tutto il mondo, agevolato al presente da tanti mezzi, dal l'altro lato è manifesto il pericolo che rappresenta non di rado la tendenza verso una indiscriminata assimilazione delle altrui mentalità ed usanze. Occorre quindi evitare che un malinteso cosmopolitismo porti i singoli popoli alla rinunzia dei propri valori tradizionali, e ne sfiguri i volti. A questa saggia azione di salvaguardia sona chiamati anche i letterati, e tra questi nella vostra patria i poeti dialettali, quali custodi più vicini delle sane sorgenti.

Auspicando felici risultati al vostro Congresso, ed elevando suppliche all'Onnipotente, affinchè giammai non distolga dalla vostra patria il suo sguardo di protezione e di grazia, v'impartiamo di cuore la Nostra paterna Apostolica Benedizione.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XIX,
 Diciannovesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1957-1° marzo 1958, pp. 491-493
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 



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