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INCONTRO CON I PARROCI DI ROMA

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di San Giovanni in Laterano
Giovedì, 15 febbraio 2018

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Si riporta la trascrizione delle risposte date dal Santo Padre. Il Vicariato di Roma curerà successivamente una redazione più organica.

Papa Francesco

Buongiorno.

Cercherò di dire qualcosa sulle domande che voi mi avete fatto, le domande fatte dal gruppo.

Mons. Angelo De Donatis                        

Alcuni sacerdoti avevano preparato delle domande che io ho portato a Papa Francesco e adesso ce le illustra, secondo le diverse età di sacerdoti: quindi, quelli giovani, quelli più grandi e fino all’età degli anziani.

Papa Francesco

Il gruppo dei più giovani: “Tante vocazioni nascono bene ma poi si raffreddano, si abituano, si spengono. Come si passa dall’innamoramento all’amore, nella vita sacerdotale? Vale a dire, come possiamo aspettarci che tutta l’umanità di un prete venga coinvolta intorno a questo centro che è l’amore nuovo per il Signore? Come anche i desideri, le aspirazioni, i limiti vengono coinvolti? Come vivere nella libertà una vita sacerdotale che ci è chiesto di assumere con amore, ma nel concreto si dipana in mille rubriche e doveri? A volte ci si sente dentro a un grande treno che procede a prescindere da noi. Come sentirsi eletti da Dio e realizzati come uomini fuori da una carriera e alieni da confronti? In questa nostra città, spesso ci sentiamo non incisivi: possiamo noi essere un’umanità significativa, vale a dire possiamo noi compiere scelte di vita che indichino una strada evangelica su come vivere la realtà urbana disumanizzante del nostro tempo? Può oggi il prete diventare un segno umano piccolo ma luminoso che inviti il suo gregge alla libertà? Quanto le fatiche dei giovani sacerdoti sono dettate dalla poca forza, dalla poca profezia, dalla poca trasparenza, o quanto invece pesa uno stile di Chiesa non ancora rinnovato? La vita comune, lo stile sobrio, la preghiera meno cultuale e l’abbandono delle strutture, quanto non arrivano alla vita concreta del prete perché non si è rinnovato, o quanto al contrario la vita ordinaria che è chiesta al prete, non risponde a un rinnovamento del suo cuore?”.

Questa è la domanda. Tante domande in una domanda! Ma mi è piaciuto che ce ne siano tante, perché c’è qualcosa di comune in queste domande: c’è l’abbondanza di circostanze. Se questo è così e questo è così e così e così…: domande di circostanze. L’accento è sulle circostanze. “Quando succede questo, se le cose sono così e sono così e vanno così, come si può fare con queste circostanze che sono limitazioni, che non ci lasciano andare avanti?”. Davanti a queste circostanze non c’è uscita. Se io faccio una domanda – come in questo caso – sulle circostanze o con tante circostanze, da questa strada non c’è uscita. E’ una trappola, quando le circostanze diventano così forti. E’ una trappola perché non ti lascia crescere, è un guardare troppo le circostanze. Invece è centrale il modo giusto di vivere gli impegni sacerdotali, e cercare lo stile che aiuti a offrire in pace e fervore. Lasciamo da parte le circostanze – ce ne sono tante –, ma guardiamo come andare avanti. Ho detto la parola “stile”: cercare il proprio stile sacerdotale, la propria personalità sacerdotale, che non è un cliché. Tutti noi sappiamo come dev’essere un sacerdote, le virtù che deve avere, la strada che deve avere… Ma lo stile, la carta d’identità tua… Sì, dice “sacerdote”, ma la tua, con la tua impronta personale, con le motivazioni che ti spingono a vivere in pace e fervore. Da una parte, tante circostanze in questo mondo che è così, così e così…; dall’altra, il tuo stile. Ognuno di noi ha il proprio stile sacerdotale. Sì, il sacerdozio è un modo di vivere, è una vocazione, un’imitazione di Gesù Cristo in un certo modo; ma il tuo sacerdozio è unico, nel senso che non è uguale all’altro. Io direi, di fronte a queste domande: cerca il tuo stile. Non guardare tanto le circostanze che chiudono le uscite. Cerca il tuo stile: il tuo stile di prete e personale.

E questo stile si muove in un’atmosfera. Vorrei dire questo: non è un cliché continuare a dire che non potremo vivere il ministero con gioia senza vivere momenti di preghiera personale, faccia a faccia col Signore, parlando, conversando con Lui di quello che sto vivendo. Questo non è un cliché. [Vivere] il ministero con gioia, con momenti di preghiera personale, faccia a faccia col Signore, parlare con il Signore, conversando con Lui di quello che sto vivendo. Le circostanze, il tuo proprio stile, il Signore. Parlo col Signore di questo? Tutte queste domande? O parlo con me stesso, con la mia impossibilità davanti a tante circostanze che chiudono la porta e mi tirano giù? “Ah, non si può, è un disastro…, non si può essere preti in questo mondo secolarizzato…”. E incominciano le lamentele. I limiti. La domanda dice: “Come anche i desideri e le aspirazioni, i limiti vengono coinvolti?”. Questa è una bella domanda: come i limiti vengono coinvolti nella tua vocazione sacerdotale, nel tuo stile. Individuare i limiti: quelli generali – per il fatto che sono qui – e anche i tuoi, personali. Dialogare con i limiti, nel senso di cosa posso fare io con questo limite, come portare questo limite addosso. Discernere tra i limiti. E la domanda ci può spaventare perché ci sono tanti limiti, tante circostanze che ci tirano giù e “non posso essere sacerdote”, no! La risposta è: c’è una strada, è il tuo stile sacerdotale, il dialogo con i tuoi limiti, il discernimento con i limiti, anche con queste circostanze. Non avere paura di questo. Discernere anche i propri peccati, perché i peccati vengono perdonati, è vero, il sacramento della Confessione è per questo; ma non finisce tutto lì. Il tuo peccato nasce da una radice, da un peccato capitale, da un atteggiamento, e questo è un limite, che si deve discernere. E’ un’altra strada, diversa dal chiedere il perdono per il peccato. “No, sì, ho questo problema, mi sono confessato, è finita”. No, non finisce lì. Il perdono è lì, ma poi tu devi dialogare con quella tendenza che ti ha portato a un peccato di superbia, di vanità, di gelosia, di chiacchiere, non so… Cosa mi porta a quello? Dialogare con il limite che ho dentro, e discernere. E il dialogo, con questi limiti, sempre – per essere ecclesiale – si deve fare davanti a un testimone, a qualcuno che mi aiuti a discernere. E lì è tanto importante il confronto: questo che succede a me confrontarlo con un altro. Il bisogno del confronto. Non tanto dei peccati, direi che qui bisogna fare una distinzione: i peccati sono per confessarli e chiedere perdono, e la cosa finisce lì; poi, con il Signore, vado avanti. Ma i limiti, le tendenze, i problemi che mi portano a questo, le malattie spirituali che ho, questo sì, io non potrei mai vincere questo o risolvere i problemi che mi portano [al peccato] senza il confronto. Il confronto. E lì [si tratta di] cercare un uomo saggio. Un uomo saggio. E’ la figura ecclesiale del padre spirituale, che incomincia dai monaci del deserto: quello che ti guida, ti aiuta, anche dialoga con te, ti aiuta nel discernimento. Se hai peccato, questo è un limite, è vero: cerca uno misericordioso; e se è sordo, meglio. Chiedi perdono e vai avanti. Ma la cosa non finisce lì. Che cosa ti ha portato al peccato? Qual è la tendenza, qual è il problema? Cerca uno saggio per il confronto, per dialogare con i limiti, con le proprie debolezze, per dialogare e cercare di risolvere il cammino. Io vi dico con verità: il sacerdote è celibe e in questo senso si può dire che è un uomo solo; sì, fino a un certo punto lo si potrebbe dire. Ma non può vivere solo, senza un compagno di cammino, una guida spirituale, un uomo che lo aiuti al confronto, al discernimento, al dialogo. Non è sufficiente confessare i peccati: questo è importante, perché lì – e io sempre l’ho sentito, è una delle cose più belle del Signore – c’è l’umiltà del peccatore e la misericordia di Dio che si incontrano e si abbracciano; è un momento bellissimo della Chiesa, quello, il perdono dei peccati. Ma non è sufficiente. Tu sei responsabile anche di una comunità, tu devi andare avanti, e per questo hai bisogno di una guida. Io vi dico di non avere paura; anche ai giovani: incominciare da giovani, con questo. Cercare. Ci sono uomini saggi, uomini di discernimento che aiutano tanto, e accompagnano tanto.

Dunque, riassumendo: in questa domanda c’è troppo accento sulle circostanze, e questo può diventare un alibi. Perché se tu guardi soltanto alle circostanze, non c’è uscita. Tu devi cercare il tuo proprio stile, il modo giusto di vivere la tua vocazione sacerdotale; e per questo non è una cosa antica, non è un cliché continuare a dire che non potremo vivere il ministero con gioia senza vivere momenti di preghiera personale, faccia a faccia col Signore, parlando, conversando con Lui di quello che stiamo vivendo. Queste cose devono essere portate nella preghiera, con il Signore. Senza il dialogo con il Signore tu non puoi andare avanti. Dialogare con i limiti, discernere i limiti; e per questo aiutarci con il confronto col padre spirituale, con un uomo saggio che ci aiuti nel discernimento. E i giovani li aiuta tanto – e lo fanno! – anche – è un plus, questo, e anche i grandi lo fanno – piccoli gruppi di sacerdoti che si accompagnano: la fraternità sacerdotale. Si incontrano, parlano, e questo è importante, perché la solitudine non fa bene, non fa bene.

Questo è quello che mi viene in mente sulla prima domanda. Ma vorrei sottolineare questo: state attenti di non imbrogliarvi con i limiti. “Oh, non si può, guarda questo, questo, il mondo è una calamità, questo, quell’altro, la televisione, questo, quell’altro…”: sono limiti culturali o personali, ma questa non è la strada. La strada è l’altra che ho detto. E sempre al centro il Signore Gesù, la preghiera.

Passiamo alla seconda domanda: “Per un prete, l’età che va dai 40 ai 50 anni circa è decisiva. Cadono spesso i perfezionismi moralistici, si è coscienti esperienzialmente di essere peccatori – e questo è molto buono, di quell’età. Tanti ideali apostolici si ridimensionano, l’appoggio della famiglia di origine si affievolisce, i genitori si ammalano, sovente anche la salute inizia a dare qualche problema. Sarebbe un tempo propizio per scegliere il Signore, ma spesso non abbiamo gli strumenti per riorientare la crisi di mezza età – così si chiama questa – verso una elezione gioiosa e definitiva. Il super-lavoro – alle volte è suicida – il superlavoro dispersivo ci ha disabituati a prenderci cura di noi stessi proprio nel momento in cui ce ne sarebbe più bisogno. Padre, può darci qualche indicazione in merito? Come prepararsi a questa tappa della vita? Quali sono gli aiuti indispensabili?”.

Eh, le démon de midi! Il demone di mezzogiorno… Noi in Argentina lo chiamiamo “el cuarentazo”. A quaranta, tra quaranta e cinquanta, ti viene questo… E’ una realtà. Alcuni ho sentito che lo chiamano “adesso o mai più”. Si ripensa a tutto e [si dice] “o adesso o mai più”. Ci sono due scritti che io conosco – ce ne sono tanti belli, dei Padri del deserto, nella Filocalia troverete tante cose su questo –: c’è un libro moderno, più vicino a noi, anche in dialogo con la psicologia, di quel monaco psicologo austriaco, Anselm Grün, La crisi della metà della vita, questo può aiutare. E’ un dialogo psicologico-spirituale su questo momento. E c’è un altro scritto che, questo sì, io vorrei che tutti leggessero: La seconda chiamata, del padre René Voillaume. Sarebbe bello offrirlo questo, in qualche modo, ai sacerdoti. Fa una bella esegesi della vocazione di Pietro, l’ultima, a Tiberiade: il Pietro della seconda chiamata. Come il Signore ci ha chiamati la prima volta, ci chiama continuamente, ma fortemente la prima volta; poi ci accompagna chiamandoci tutti i giorni, ma a un certo punto della vita, questo si fa una seconda chiamata forte. E’ un momento di molte tentazioni; è un momento nel quale ci vuole una necessaria trasformazione. Non si può continuare senza questa necessaria trasformazione, perché se tu continui così, senza maturare, fare un passo avanti in questa crisi, finirai male. Finirai nella doppia vita, forse, o lasciando tutto. Ci vuole questa necessaria trasformazione. Non ci sono più quei primi sentimenti: “sono lontani, non li sento come quelli che avevo da ragazzo, di seguire il Signore, l’entusiasmo…”; questi sono andati, ci sono altri sentimenti. Ci sono anche altre motivazioni, non quelle. E succede – perché questo è un problema umano – succede come nel matrimonio: non ci sono più innamoramento, entrare in amore, nella emozione giovanile… Le cose si sono calmate, vanno in un altro modo. Ma rimane, quella sì, una cosa che dobbiamo cercare dentro: il gusto dell’appartenenza. Questo rimane. Il piacere di essere insieme a un corpo, di condividere, di camminare, di lottare insieme: questo, nel matrimonio e anche per noi. L’appartenenza. Com’è la mia appartenenza alla diocesi, al presbiterio?… Questo rimane. E dobbiamo farci forti in quel momento per fare il passo avanti. Come per i coniugi: hanno perso tutto quello che era più giovanile, ma il gusto dell’appartenenza coniugale, questo rimane. E lì, cosa si fa? Cercare aiuto, subito. Se tu non hai un uomo prudente, un uomo di discernimento, un saggio che ti accompagni, cercalo, perché è pericoloso andare avanti da soli, in questa età. Tanti sono finiti male. Cerca aiuto subito. Poi, con il Signore: dire la verità, che sei un po’ deluso perché quell’entusiasmo se n’è andato… Ma c’è la preghiera di donazione: darsi al Signore, un modo di pregare diverso, la donazione. E’ un momento aspro, un momento aspro, ma è un momento liberatorio: quello che è passato, è passato; adesso c’è un’altra età, un altro momento della mia vita sacerdotale. E con la mia guida spirituale devo andare avanti. Il tempo che rimane, di vita, è per viverlo meglio, per una migliore donazione di sé stessi. E’ il tempo dei figli – a me piace dire così –, di vedere crescere i figli. Il tempo di aiutare la parrocchia, la Chiesa, a crescere, è tempo di crescita, dei figli. E’ tempo che io incominci a diminuire. Il tempo della fecondità, la vera fecondità, non la fecondità finta. E’ tempo della potatura: loro crescono, io aiuto e io rimango indietro. Aiutando a crescere, ma sono loro. E ci sono delle tentazioni brutte in questo tempo. Tentazioni che prima uno mai avrebbe pensato di avere. Non c’è da vergognarsi, sono tentazioni: il problema è del tentatore, non è nostro. Non c’è da vergognarsi. Ma bisogna smascherarle subito. Ed è anche il tempo delle ragazzate: quando il prete incomincia a fare delle ragazzate. Sono il germoglio della doppia vita. Bisogna prenderle subito e anche con senso dell’umorismo: “Guarda, io che avevo creduto di avere dato la mia vita totalmente al Signore, ma guarda, che brutta figura faccio!”. Ho detto che è il tempo della fecondità. Qual è la figura che mi viene in mente? Ragazzate, doppia vita… ma, quella che mi viene in mente di più, prendendola dalla famiglia, per descrivere il sacerdote che non riesce a superare questo, a maturare in questo tempo, è la figura dello “zio zitello”. Sono bravi, gli zii zitelli, perché – lo ricordo – ne avevo due, ci insegnavano le parolacce, ci davano le sigarette di nascosto, sempre… ma non erano padri! Non erano padri. E’ il tempo della fecondità: con il sacrificio, coll’amore, è un bel tempo, questo. E’ un tempo… è il secondo atto della vita. Il primo atto è l’atto della giovinezza, ma questo ti porta alla fine. Non perdere questa opportunità di maturare in questo tempo di potatura, di prove, di tentazioni diverse… Il tempo della fecondità. Può darsi anche che vengano in questo tempo – perché il diavolo è astuto – alcune tentazioni della prima gioventù, ma isolate vengono. Non spaventarsi. “Ma guarda, a questa età, Padre…” – “Eh sì, figlio. Vai avanti!”. Ci fanno vergognare, ma è proprio di questo tempo, ringraziamo il Signore che ci fa vergognare un po’. Ma non rimanere lì! No, quella è una circostanza, il filo va dall’altra parte: la potatura, la fecondità e il tempo di custodire il buon vino, perché invecchi bene. E direi anche che è il tempo del primo addio, il tempo dove il sacerdote si accorge che un giorno dirà addio definitivamente. E questo è il tempo del primo addio. In questo tempo si devono dire tanti “addio”: “Ciao, non ti vedrò più”. Questo non succederà mai più, questa situazione, questo modo di sentire le cose non li avrò più. Addio a questa parte della vita, per incominciarne un’altra. E così impariamo a congedarci. Mi viene in mente, e  questo fa ridere, perché ho fatto un Motu proprio in questi giorni che incomincia con queste parole: “Imparare a congedarsi”. E’ per quelli che a 75 anni devono dare le dimissioni. Ma è tempo per imparare a congedarsi, perché un giorno dovremo farlo. E’ una scienza, una saggezza che si deve imparare con il tempo, che non si improvvisa.

Questo è quello che io direi, così, un po’ disordinatamente, su questa seconda domanda del “demonio di mezzogiorno”. Ma cercate di leggere Padre Voillaume, La seconda chiamata; anche l’altro di Grün è buono, ma Voillaume è un classico. E’ curioso: Voillaume è un autore spirituale che è diventato classico ancora in vita, uno dei pochi che già era classico, è morto anzianissimo, ma era classico quando era ancora in vita.

[Prende la successiva domanda, dei sacerdoti anziani]

E’ quella del Vicario, questa. Io sono oltre!

[Legge la terza domanda] “Santo Padre, noi sacerdoti con 35, 40, e più anni di ministero, abbiamo iniziato il nostro servizio alla Chiesa in un tempo molto diverso da quello attuale. Siamo passati attraverso fasi di cambiamenti rapidi, e talvolta violenti. La giovinezza e l’età adulta si sono succedute velocemente, senza darci il tempo di capire e adeguarci. Giunti alla piena maturità – nel tempo proprio della piena maturità – e anzi avendone superato la soglia, non di rado sentiamo la fatica e l’inadeguatezza. Infatti, anche quando c’è l’energia e siamo guidati da un sincero desiderio di servire, non sempre possiamo attingere all’esperienza per corrispondere alle nuove domande e alle esigenze del ministero”. Chi ha scritto questo è molto curioso, perché continua: “Ci piacerebbe sapere come Lei ha vissuto il passaggio alla stagione matura del suo ministero sacerdotale, tanto più che per Lei ha coinciso con svolte importanti e impreviste. Infatti, è stato chiamato al ministero episcopale a 56 anni, e 20 anni dopo, nel 2013, ha vissuto una nuova radicale svolta con l’elezione a Vescovo di Roma. Quali dunque i punti fermi della vita spirituale, per vivere in modo integralmente pacificato questa stagione così complessa, che per noi dovrebbe essere quella dei frutti maturi?”.

Tanti di noi siamo in questa età. Diciamo la verità: è l’ultima tappa della vita. La crisi del mezzogiorno è passata e viene questa. E in questa età si può non trovare il linguaggio proprio del mondo di oggi. Io non so usare i network e queste cose… no,  neppure il telefonino, non ne ho. Non so. Quel linguaggio non so usarlo. Internet e queste cose, io non so usarle. Quando devo inviare un e-mail lo scrivo a mano e il segretario lo passa. Si può non avere l’abilità di usare le nuove tecniche; si può non trovare la metodologia pastorale che oggi ci vuole. Questo è vero, è un’esperienza. Oggi la realtà va tanto avanti, che io non riesco a farlo. Però la cosa più importante a questa età è quello che si può fare: quello di cui oggi ha bisogno la gente. E questa età – quella di prima era quella della potatura; forse la prima di tutte era quella della speranza, di avere tutta la vita davanti – e questa invece è l’età del sorriso. Offrire uno sguardo amabile. E questo si può fare. Questo si può fare. Che bello, quando i confessori ricevono il penitente con questo sguardo, amabile. E subito il cuore del penitente si apre, perché non vede una minaccia. E’ lo sguardo che accoglie la persona, lo sguardo amabile. Questo riguardo al confessore. Ma tanto bene si può fare con il sacramento della Riconciliazione a questa età. Tanto bene. Credo che alcuni negli anni scorsi mi hanno dato quel libro del confessore: Non stancarsi di perdonare. Il sacramento della Riconciliazione a questa età è uno dei ministeri più belli che si possono fare. Si può essere disponibile. Una nuova disponibilità: “Sì, come no... Puoi fare quella cosa? Sì, dai..”. È l’età del sacerdozio del molteplice uso. Si può avere vicinanza, la compassione di un padre. I padri anziani, che conoscono la vita, sono vicini alle miserie umane, vicini ai dolori. Non parlano troppo, ma forse, con lo sguardo, con una carezza, con il sorriso, con una parola, fanno tanto bene. Si può ascoltare tanto, tanta gente che ha bisogno di parlare della propria vita, di dire… Ascoltare. Il tempo di fare i ministero dell’ascolto. La pastorale dell’orecchio. E oggi la gente ha bisogno di essere ascoltata. Poi, il frutto non si quale sia, ma: “Ho trovato un uomo che mi ha capito”. Forse il sacerdote non se ne accorge che lo ha capito, ma ha accolto quella persona in modo tale che… E’ il tempo di offrire un perdono senza condizioni. I nonni sanno perdonare, hanno una saggezza. Quel confessore di quel libro – era un frate cappuccino –, a volte gli veniva lo scrupolo di aver perdonato troppo. È venuto da me a 80 anni – adesso ne ha 92 e ha la coda di gente e non finisce – e mi ha detto: “Ma sai, ho questo problema, non so… Dimmi tu, come vescovo, cosa devo fare” - “E cosa fai quando ti viene lo scrupolo?”, ho detto io. Io lo conoscevo, sapevo che era furbo… E lui mi ha detto: “Mah, vado in cappella e guardo il tabernacolo, e dico al Signore: Signore, scusami, oggi ho perdonato troppo. Ma bada bene: sei stato Tu a darmi il cattivo esempio”. E questa è saggezza: il perdono senza condizioni.

Cosa può fare anche? Dare testimonianza di generosità e di gioia. La testimonianza che vediamo nei vecchi: la testimonianza di “buon vino”, generoso, e gioioso. E può regalare un buon umore, senso dell’umorismo. Un buon regalo, di uno che sa relativizzare le cose in Dio. Ma con quella saggezza di Dio.

La figura che mi viene è il padre della parabola (cfr Lc 15), che relativizza tutto: il figlio incomincia con il discorso e lui abbraccia, non lascia parlare, perdona. Ma il figlio sa che lì c’è una forza molto grande. È il tempo dei figli grandi e dei nipotini. Il prete ha dei nipotini. Non dei nipoti, no, perché c’è quel detto che dice “a coloro a cui Dio non dà dei figli, il diavolo dà dei nipoti”. No, nipotini. E’ bello vedere i sacerdoti anziani giocare con i bambini: si capiscono, si capiscono. E qui arrivo a un tema che ritengo molto importante. A me dà tanta forza quel passo di Gioele, capitolo 3, versetto 1: “I vecchi sogneranno e i giovani profetizzeranno”. E’ il tempo di questa gioia nel rapporto con i giovani. E questo è uno dei problemi più seri che noi abbiamo adesso. Ancora siamo in tempo, perché si tratta di dare radici ai giovani. E’ curioso: i giovani si capiscono meglio con i vecchi che con i genitori, perché c’è [nei giovani] una inconscia ricerca di identità, di radici e gli anziani la danno, i nonni. Ma questo della generosità, del “buon vino” li aiuta tanto; e il dialogo con i nipotini, con i giovani. E qual è la tentazione più grande di questa età? Ripristinare qualche tentazione della gioventù. Non so se in Italia esiste questa espressione, ma in Spagna, in castigliano esiste, e in Argentina lo stesso: è il momento del “vecchio verde” [“viejo verde”], cioè l’anziano non maturo, che torna alle tentazioni della gioventù. E’ brutto, è la sconfitta di una vita: finire “vecchio verde”, non maturo… E fanno delle figuracce… Si sentono gli eterni fidanzati… delle figuracce… I “vecchi verdi”, non dico i sacerdoti. Ma il sacerdote può cadere in questa tentazione di ripristinare delle tentazioni della gioventù. E’ una cosa brutta, finire così.

Ritorno sul dialogo tra vecchi e giovani: è un incontro di generazioni. Il passo evangelico della presentazione di Gesù al tempio è chiaro, è molto forte e ci dà tanta luce. I giovani hanno bisogno di radici, oggi che questo mondo tanto virtuale, di una cultura virtuale senza sostanza, strappa loro le radici o non li fa crescere, gliele fa perdere. E questa è un’urgenza del tempo, a cui i sacerdoti anziani possono rispondere: aiutare i giovani a trovare le radici, a ritrovare le radici. E l’influsso è mutuo, perché quando qualche gruppo giovanile – ho in mente qualche esperienza – va a suonare la chitarra, per esempio, in una casa di riposo, all’inizio gli anziani stanno così [titubanti], ma poi incominciano a muoversi, entrano in dialogo, incominciano a sognare – come dice Gioele. E questi sogni fanno sì che i giovani escano diversi, differenti. Non è poesia, questo che dico, credo che sia una rivelazione del Signore per il nostro tempo. E’ una speciale vocazione per noi sacerdoti che stiamo in questa età. Con i giovani, per essere sognatori con i giovani.

Anch’io avrei una domanda, qui: “Ci piacerebbe sapere come Lei ha vissuto il passaggio…”. Ma a chi piace sapere questo? Voi non siete chiacchieroni, io non credo che a voi piaccia… [ride, ridono] E’ curioso, questa tappa mi ha trovato in un momento di lasciare una carica di governo. Appena ordinato, sono stato nominato superiore l’anno dopo, maestro dei novizi, poi provinciale, rettore della facoltà… Una tappa di responsabilità che è incominciata con una certa umiltà perché il Signore è stato buono ma poi, con il tempo, tu ti senti più sicuro di te stesso: “Ce la faccio, ce la faccio…” è la parola che più viene. Uno sa muoversi, come fare le cose, come gestire… Ed è finito, tutto questo, tanti anni di governo… E lì è incominciato un processo di “ma adesso non so cosa fare”. Sì, fare il confessore, finire la tesi dottorale – che era lì, e che non ho mai difeso –. E poi ricominciare a ripensare le cose. Il tempo di una grande desolazione, per me. Io ho vissuto questo tempo con grande desolazione, un tempo oscuro. Io credevo che fosse già la fine della vita, sì, facevo il confessore, ma con uno spirito di sconfitta. Perché? Perché io credevo che la pienezza della mia vocazione – ma senza dirlo, adesso me ne accorgo – fosse nel fare le cose, queste. Eh no, c’è un’altra cosa! Non ho lasciato la preghiera, questo mi ha aiutato tanto. Ho pregato tanto, in questo tempo, ma ero “secco come un legno”. Mi ha aiutato tanto la preghiera lì, davanti al tabernacolo. E poi, una chiamata telefonica del Nunzio ha aperto un’altra porta. Ma gli ultimi tempi di questo tempo – di anni, non mi ricordo se era dall’anno ’80… dall’’83 al ’92, quasi 10 anni, nove anni pieni – nell’ultimo tempo la preghiera era molto in pace, era con molta pace, e io mi dicevo: “Cosa accadrà adesso?”, perché io mi sentivo diverso, con molta pace. Facevo il confessore e il direttore spirituale, in quel tempo: era il mio lavoro. Ma l’ho vissuto in modo molto oscuro, molto oscuro e sofferente, e anche con l’infedeltà di non trovare il cammino, e compensazione, compensare [la perdita] di quel mondo fatto di “onnipotenza”, cercare compensazioni mondane. E ancora il Signore, alla fine di questo tempo, mi ha preparato a quella chiamata telefonica che mi ha messo su un’altra strada. Così: oscuro, non facile, sì, molta preghiera, molta preghiera, e compensazione. Così, l’ultima domanda, come ho vissuto questo. E poi l’ultimo [passaggio], dal ’13, non mi sono accorto cosa è successo lì: ho continuato a fare il vescovo, [dicendo:] “Pensaci Tu che mi hai messo qui!”.

E poi, l’ultima domanda: «Il presbitero si spende totalmente (e non potrebbe fare diversamente) perché appartiene al Regno: ama la terra, che riconosce visitata ogni mattina dalla presenza di Dio. E’ uomo della Pasqua, dallo sguardo rivolto al Regno verso cui si sente che la storia umana cammina, nonostante i ritardi, le oscurità e le contraddizioni». Questa è una citazione. «Alla Conferenza Episcopale italiana, Santità, con queste parole ha descritto il presbitero come uno che appartiene al Regno, che sa cogliere la presenza e l’azione dello Spirito di Dio nel mondo e in particolare nelle culture che si forgiano nelle nostre città. Ci aiuti, Papa Francesco, a discernere i segni dei tempi, perché spesso il nostro sguardo è tentato di vedere in questo nostro mondo solo realtà negative, lontane dal Vangelo. Quali dimensioni, attese e aperture suscitate dallo Spirito Lei coglie negli uomini del nostro tempo, che rappresentino grandi opportunità per l’evangelizzazione? Ci aiuti a riconciliarci con loro, a non vedere solo dei nemici ma dei compagni di cammino con i quali realizzare un dialogo fecondo o, come ha scritto in Evangelii gaudium, “un santo pellegrinaggio, una carovana solidale”».

Discernere i segni del tempo. Questo è ciò che Gesù rimproverava ai dottori della legge di non saper fare: discernere i segni del tempo. Nella realtà, vedere la realtà, ma la realtà nascosta, perché la realtà nasconde sempre qualcosa di sublime. Vedere la realtà, non avere paura della realtà. La realtà, mi piace dire, è più grande delle idee. Sempre. E’ superiore alle idee, la realtà. Non avere paura della realtà. Sì, ci sono condotte, anche condotte morali, che non sono quelle che noi siamo abituati a vedere. Pensiamo soltanto nella vita matrimoniale: oggi non molti si sposano, preferiscono convivere. E questa realtà, come la prendo? come l’accompagno? come la spiego e aiuto a maturare e ad andare avanti? Non so, è una realtà pastorale che noi non possiamo dimenticare o lasciare da parte. E come faccio in modo che questa coppia, che si ama, faccia il passo verso la maturità spirituale grande? O come rispetto questo? Ci sono sfide, ma realtà anche buone ci sono. E su questo mi è venuto in mente un articolo di un sacerdote argentino che si intitola “Lo bueno de vivir en esta época”, “Le cose buone da vivere in questo tempo” [di Víctor Manuel Fernández]. In questo tempo ci sono cose buone, non ci sono solo calamità. Non ci sono soltanto realtà negative: ci sono cose buone. E lui ne fa vedere alcune: una più grande coscienza dei diritti umani e della propria dignità; oggi nessuno può imporre le idee; oggi la gente è più informata; oggi si dà tanto valore all’uguaglianza; oggi c’è più tolleranza e anche libertà di manifestarsi come uno è; oggi la convivenza sociale è più sincera, più spontanea; oggi c’è grande apprezzamento per la pace; anche il valore umano della solidarietà è venuto su… E così, tante cose buone che sono nel mondo di oggi e che dobbiamo prendere. E cercare di non spaventarsi delle difficoltà, dei “nuovi valori” – nuovi valori tra virgolette. Le cose vanno così: cosa posso fare io con questo? Quella cosa ha questo di buono; quella non è buona… discernere. Discernere i segni e prendere quello che si può portare avanti, aiutare gli altri.

Non so, queste sono le cose che mi vengono in mente. Non vorrei chiudere in negativo, ma, per favore, ai giovani: non perdersi nelle circostanze ma andare al nocciolo; a quelli di mezza età: non cadere nelle “ragazzate”; a quelli della nostra età, più grandi, della maturità: per favore non siate “vecchi verdi”; e a tutti: in dialogo con il mondo di oggi, discernere i segni dei tempi e vedere le cose buone, le cose che vengono dallo Spirito. E’ vero, il mondo è peccatore in sé stesso e mondanizza tante cose, ma forse il nocciolo viene dallo Spirito e si può prendere questo. Discernere bene i segni del tempo.

Vi ringrazio della pazienza, di questo ascolto.

Mons. De Donatis

Adesso, prima della benedizione, ringraziamo Papa Francesco di questo momento molto intenso, bello, di questa mattinata e riceviamo un piccolo testo nel quale sono state raccolte delle meditazioni da Paolo VI a Papa Francesco: sono delle letture da utilizzare in questo tempo di Quaresima come seconda lettura del Breviario, in modo che l’impegno della preghiera possa essere comune. E rifletteremo un po’ su quello che i nostri Vescovi, in questi anni, ci hanno consegnato proprio sulla vita sacerdotale. Credo che ci farà bene, perché poi questo ci preparerà ad altri passaggi che vivremo – spero – in futuro sull’approfondimento del nostro essere preti a Roma, oggi.

Adesso i Prefetti possono prendere i testi, così li distribuiscono, e poi riceviamo la benedizione.

Papa Francesco

Io l’ho visto e mi è piaciuto tanto. Ci sono due Vescovi di Roma [recenti] già Santi [Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II]. Paolo VI sarà santo quest’anno. Uno con la causa di beatificazione in corso, Giovanni Paolo I, la sua causa è aperta. E Benedetto e io, in lista di attesa: pregate per noi!

[canto]

[benedizione]

E pregate per me, per favore! Grazie tante.

 



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